Jorge Luis Borges.
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ANTOLOGIA PERSONALE.
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1961. Editorial Sur, Buenos Aires.
1981. Longanesi & C., Milano.
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Titolo originale: Antologia personal.
Traduzione di: Maria Vasta Dazzi.
Presentazione di Alberto Arbasino.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Borges  oggi, quasi per antonomasia, sinonimo di "universo fantastico", di "labirinto del meraviglioso". Il fantastico borgesiano  una rilettura del mondo, una concezione della storia, una definizione dell'uomo. "La vida es sueo", allora? Pu darsi, risponde Borges, anzi, quasi certamente. Cos pu capitare, addentrandosi nell'universo borgesiano, di scoprire che ad avere i piedi ben piantati per terra era Don Chisciotte e non quel poveraccio di Sancho, che l'Ariosto batte di alcune lunghezze - in fatto di realismo - il buon Balzac, che l'Impero Romano d'Occidente non  affatto "crollato" nei dintorni del quarto secolo... Cnosso pi Babele pi Alessandria, se li si somma, sembra suggerire Borges, danno un unico risultato: il labirinto/biblioteca di Babele, al cui interno tutta una cultura plurimillenaria, esoterica ed essoterica, laica e religiosa, orientale e (soprattutto!) occidentale confluisce, si amalgama, si fonde in un crogiuolo alimentato da un'erudizione antiaccademica per la quale la Kbala pu senza frizioni convivere con le "Mille e una notte". C' il rischio di smarrirsi in questa biblioteca/labirinto? S, ma c' anche la possibilit di utilizzare questa "Antologia personale" come un filo d'Arianna fantasticamente borgesiano.
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L'AUTORE.
Jorge Luis Borges  nato a Buenos Aires nel 1899. Scrittore argentino per nascita, ma tutto "occidentale" per formazione, gir a lungo, fisicamente, l'Europa, e ancora pi a lungo, spiritualmente, il mondo intero e la storia, spostandosi materialmente da uno scaffale all'altro della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires di cui fu direttore. Fra le sue molte opere tradotte in Italia vanno almeno ricordate "L'Aleph", "La Biblioteca di Babele", "Finzioni", "L'elogio dell'ombra" e (in collaborazione con altri) "Le cronache di Bustos Domecq", "Sei problemi per don Isidoro Parodi".
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CONVERSAZIONE CON BORGES.
di Alberto Arbasino.
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ARBASINO. Borges  forse l'ultimo dei grandi scrittori...
BORGES. No, no, non sono d'accordo...
A. Ma il nostro  stato un secolo di grandi scrittori, e lei  davvero uno degli ultimi, e come se non bastasse anche il pi illustre rappresentante della Letteratura Fantastica... Del resto, secondo lei che cosa possiamo intendere come Letteratura Fantastica?
B. Direi soltanto che la letteratura  sempre stata fantastica,  cominciata con le cosmogonie, con le mitologie, con i racconti di di e di mostri... Nessuno scrittore ha mai sognato di essere un proprio contemporaneo: questo forse  cominciato soltanto nel diciannovesimo secolo... Prima si parlava sempre di altri secoli e di altri paesi, ed era la cosa pi naturale...
A. Gi; ma nei nostri tempi?
B. Bisogna ritornare a questa tradizione fantastica che  la vera grande tradizione, la tradizione principale della letteratura; il resto  piuttosto giornalismo, sar anche storia, ma non  letteratura.
A. E il Realismo?
B. Il Realismo  un episodio, solo un momento nella storia della letteratura. La grande letteratura non  mai stata realista. Anche in un libro che si crede realista, il "Don Chisciotte", libro che mi piace molto, ci sono sempre i due elementi, il realistico e il fantastico, ma quello che domina  l'elemento fantastico perch Cervantes  dalla parte di Don Chisciotte e non dalla parte dei contadini o degli altri di buon senso. Anche il lettore  sempre dalla parte di Don Chisciotte: cos il libro  in equilibrio fra i due elementi, per il pi importante  il fantastico, e prevale sempre. La follia dell'"hidalgo"  molto pi importante dello squallore della realt spagnola contemporanea che lo circonda, e che  evidentemente disprezzata da Cervantes. Egli ama piuttosto il mondo fantastico della Bretagna, della Francia cavalleresca e di Roma. Questo c' anche in Ariosto: cio l'amare un qualcosa e prenderlo un po' in giro.  ci che si sente continuamente nell'"Orlando Furioso", dove si tratta di questo cavaliere, e intanto lo si canzona, per delicatamente, non troppo. E questo si ritrova in Cervantes, che certamente aveva letto l'Ariosto, gli piaceva molto e ne parla a pi riprese... Quando faccio della letteratura fantastica, non faccio un qualcosa di nuovo, ma una cosa che si  sempre fatta, tranne che per un brevissimo periodo di tempo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, e continua ancora nell'America del Nord, e anche nell'America del Sud...
A. Ma continua anche in Europa.
B. S, s. Io non sono affatto un innovatore, e quando ho fatto della letteratura fantastica non ho fatto altro che continuare quello che facevano gli arabi, che hanno inventato le "Mille e una Notte", quello che faceva Shakespeare, e d'altra parte quello che faceva anche Dante.
A. Gi, ma nel Dugento.
B. Letteratura tutta fantastica, comunque. Mai realismo. La "Divina Commedia", non  certo un libro realistico.
A. Certamente.
B.  un'allucinazione... ... [borbotta, tossisce, ha come un mancamento]... La contraddizione di tutte le letterature della soggettivit...
A. Gi. Ma intanto da molte parti si privilegia anche oggi nella letteratura quella specie di realismo che "rispecchia le cose, riflette la realt". Sono slogan correnti: mentre l'immaginazione, compresa l'immaginazione al potere, non sembra ben vista nella letteratura.
B. No. Lo scrittore deve sapere essere fedele alla propria immaginazione; e se  fedele a ci che immagina, se sogna sinceramente, ecco,  questa la sua sincerit. E io cerco di sognare sinceramente. Credo cio che sia un errore il pensare che la letteratura sia fatta di parole. No, non  fatta di parole; cio,  fatta anche di parole, ma  fatta soprattutto di immagini, di sogni.
A. E di libri, di citazioni...
B. E di citazioni di libri. Ma i libri sono poi la memoria dell'umanit, sono il passato... e il passato  anche un sogno...
A. E allora, la letteratura che ha a che fare non con le cose ma con la letteratura medesima...
B. Ma certamente!
A. La Letteratura come Biblioteca, grande metafora della sua opera...
B. Qui ha ragione, per credo che sia stato Henry James uno dei primi a scrivere sulla letteratura come vita letteraria, ed  molto interessante, perch proprio James...
A. Ma secondo lei, nella letteratura "creativa", quale  l'importanza del sogno, e quanta invece  la rilevanza degli aspetti "tecnici"? Forse che il sogno coincide con l'Ispirazione, quella tale Musa che visita il Poeta?... O non sar qualche altra cosa?
B. S. lo credo che si incominci sempre con il Sogno, si incomincia con la Musa, si incomincia con lo Spirito Santo, con il Re, con Dio, per gli Ebrei della Bibbia, e poi si lavorano questi materiali. Mi ricordo di un caso famoso: Stevenson ha sognato la scena centrale in cui il Dottor Jekyll diventa Mister Hyde; e poi ha dovuto inventare tutto il resto. Ed  la sua ragione, evidentemente, che ha fatto tutto. Ma... la scena centrale  stata un regalo del sogno. Anch'io parecchie volte ho sognato delle storie in modo un po' vago, e successivamente ho dovuto inventare i dettagli, le "circostanze" che la nostra epoca, esige.
A. Ma per esempio, come...
B. Si incomincia sempre dal sogno e dall'immaginazione, che  la stessa cosa. Sognare: e non  importante che uno sia sveglio o addormentato, no!
A. Ecco... ci sono, per esempio, degli scrittori come Julien Green...
B. Ah, Julien Green?...
A. Lui dice che incomincia sempre un romanzo con un sogno; e il suo principio, m'ha raccontato,  cos: "quando scrivo la prima pagina di un nuovo romanzo, ho un'immagine, per esempio, un ragazzo dai capelli rossi, che forse  un assassino, e a un certo momento esce di casa, e io non so assolutamente che cosa succeder alla pagina due, alla pagina tre... e allora mi lascio andare seguendo questa immagine..."
B.  molto coraggioso... Io no. Io conosco sempre l'inizio e la fine dei miei racconti e delle mie poesie, e di qualunque cosa io scriva. Non so quello che succeda "in mezzo", tra le due parti, e allora devo scoprirlo. Come se fosse un'isola, e io vedessi, diciamo, quello che c' su un capo dell'isola, poi c' tutta questa lunga isola in mezzo, e poi vedo l'altro capo; ma bisogna che io trovi o che inventi quello che c' fra i due.
A. Ma quali sono il peso e l'importanza della tecnica letteraria nella realizzazione dell'opera... quello che possiamo chiamare l'assemblaggio delle strutture formali?
B. Evidentemente non si deve pensarci... Non credo che Poe credesse che la poesia  un'operazione dell'intelligenza... rovesciare l'intelligenza sull'immaginazione, sul sogno... Evidentemente io cerco di essere il pi semplice possibile; cerco di evitare di essere oscuro; molte volte mi hanno accusato di essere oscuro, ma io cerco di non esserlo. Bisogna sempre che ci siano i due elementi: c' prima l'immaginazione, il sogno, l'immagine - quell'immagine di cui parlava Julien Green - e poi bisogna che la ragione lavori. Bisogna che collaborino, non sono dei nemici.
A. Lei accetta la frequente definizione di Arte Barocca per la letteratura fantastica? Non c', secondo lei, nell'arte fantastica e nella letteratura fantastica un forte elemento barocco?
B. Ma il Barocco  molto artificiale,  molto "self-conscious", diciamo autocosciente; e la letteratura fantastica non lo  affatto.
A. Non  molto artificiale?
B. No, non credo proprio che sia artificiale:  molto naturale...  il Barocco che  artificiale... Il Barocco  l'arte... [starnutisce, tossisce].
A. E lei crede che la letteratura fantastica sia cos naturale?
B. Senza dubbio.
A. E non ha a che fare con artifici, menzogne, sogni, illusioni, parvenze, chimere...
B. S, ma i sogni sono reali, come lo stato di veglia; i sogni sono reali, e le fantasticherie sono reali; il mio passato  reale, il mio passato e la memoria, la storia  reale, e la storia  un sogno per noi, proprio come diceva Joyce: "la storia  un incubo da cui cerco di svegliarmi". La storia  un incubo, un sogno, tutto  un sogno. O, come diceva bene Schopenhauer, "Die Welt als Will und Vorstellung", il Mondo come Volont e Rappresentazione: la nostra volont e il sogno sono la stessa cosa. "Vorstellung" si pu tradurre con sogno, con immagine: il mondo come volont e come immagine. Si pu tradurre in tanti modi, "Vorstellung"...
A. Allora, sogno. Per, anche Biblioteca: cio questa sua grande metafora del mondo come biblioteca sconfinata, indefinita, infinita, piena di libri che rimandano ad altri libri, forse reali, o forse immaginari e illusori come in quell'altra sua grande metafora del labirinto di specchi...
B. La Biblioteca  una specie di sogno; e anche uno spazio di sogno; ma non ho pi scritto altre storie di biblioteche e di specchi. Pi recentemente ho scritto storie pi semplici. Ne ho un po' abbastanza, di labirinti e di specchi.
A. Ne ha abbastanza ora?
B. S, assomigliano un po' troppo a Borges, non mi piace Borges...
A. Non le piace Borges?
B. No, non mi piace,  uno scrittore mediocre... ma devo convivere con lui ed  una cosa un po' noiosa, soprattutto quando si hanno settantasette anni e si vorrebbe avere altri interlocutori, per esempio lei.  molto pi piacevole parlare con lei che con Borges.
A. Ah s? Grazie, ma vorrei farle altre domande: lei preferisce il racconto molto breve, evidentemente non le piace il romanzo. Ma perch?
B. Non mi piace il romanzo perch  troppo artificiale!
A. Lo trova molto artificiale?
B. I racconti invece sono sempre delle vere storie, e gli uomini hanno sempre amato raccontare e ascoltare storie: per questo amo tanto Kipling, uno dei pi grandi scrittori del suo tempo, e non solo per le sue poesie, anche per i suoi racconti dove ha messo tante cose... Giacch siamo a Roma, ricordo che ci sono tanti racconti di Kipling nei quali parla dell'Impero Britannico, ma lo fa con la metafora di Roma...  molto strano... Credeva che la Storia non fosse che una sola, che tutta la Storia fosse Storia dell'Impero Romano, e che questa cambiasse di nome, di razza, di indirizzo, ma...
A ... che fosse sempre la stessa?...
B. ...sempre lo stesso impero. Lo stesso impero anche per Stevenson, questo grande scrittore che mi piace tanto, questo grande scozzese arrivato nel Far West, in California... e l diceva: "Sono alla frontiera della cultura occidentale, o se preferite dell'Impero Romano".
A. Ma allora, quelle decadenze e cadute di imperi, e anche dell'Impero Romano...
B.  la decadenza e caduta per noi dell'Occidente.
A. E non  una storia di affondamento o di crollo?
B. S,  vero. Ma allora vorr dire che non c' stato altro che l'Impero Romano, e la prova  che noi stiamo parlando ora in francese che  un dialetto del latino, lei parla italiano che  un altro dialetto del latino... e io naturalmente parlo e scrivo in spagnolo...
A. Ma io volevo chiederle ancora: nella ricchezza del romanzo, anzi di certe grandi costruzioni romanzesche, come quelle di Proust e di Musil, ci sono delle tali feste dell'immaginazione, tali trionfi delle possibilit della letteratura...
B. S, s, e anche in Joyce.
A. S, ma io preferisco Proust e Musil a Joyce... Perch le piace poco questa grande costruzione che  possibile nel romanzo?
B. Perch  una costruzione; so che io non posso farla; posso fare soltanto dei racconti. E poi, dato che io non sono un lettore di romanzi, perch dovrei scriverne? Io non li leggo, all'infuori di Conrad... Conrad mi piace molto...
A. E le piace solo lui?
B. S, ma tutti l'hanno dimenticato. Eppure Conrad ha salvato quello che c' di epico nel romanzo, e gli altri non l'hanno fatto.
A.  il pi grande romanziere, per lei?
B. Per me s.
A. Pi grande di Henry James?
B. Come romanziere, s, forse. Come narratore, no. Ma io preferisco sempre Conrad. Ha delle cose cos... cos dirette, cos semplici, cos perentorie, cos coraggiose, Conrad! E il coraggio mi piace molto. Forse perch non ne ho. Sono piuttosto un tranquillo... Tutta la mia famiglia era di militari, sono persone che hanno combattuto, che si sono fatte uccidere, che sono andate in esilio... La nostra storia  molto violenta: la storia argentina, uruguayana, piena di peripezie... [tossisce]. Mi piace molto Conrad; e poi non capisco perch lo hanno dimenticato. Forse perch in Inghilterra  considerato un po' come uno straniero, era un polacco e non si pu concepire che il pi grande romanziere inglese sia nato in Polonia. Queste cose per capitano,  un regalo che la Polonia ha fatto all'Inghilterra.
A. Ma per esempio, tra i grandi narratori inglesi dell'Ottocento, come Dickens?...
B. Ah, mi interessa molto, Dickens, ma fa parte della letteratura fantastica...
A. S, infatti...
B. Quando si legge Dickens non si ha affatto una impressione di realt; e se lei prendesse le vecchie edizioni di Dickens, vedrebbe che le illustrazioni sono delle caricature...
A .Letteratura onirica?...
B. S, s, Oliver Twist, la notte, i ladri che si confondono con i sogni della notte, sono letteratura onirica... Poi c' l'aspetto del meraviglioso: "Alice nel Paese delle Meraviglie", "Attraverso lo Specchio", di Lewis Carroll, sono perfettamente onirici...
A. Ma per esempio, tra i grandi russi, nella vecchia disputa fra i partigiani di Tolstoj e di Dostoevskij, lei da che parte si sente? da quella di Dostoevskij?
B. No, no, assolutamente, io sono per Tolstoj.
A. Ma Tolstoj  un realista, non  un visionario! E allora lei perch sta per Tolstoj? Lo trova forse un fantastico? O non  Dostoevskij, il vero fantastico?
B. Se fosse mai vero, noi dovremmo rispondere con un'altra domanda: noi non sappiamo se l'universo  realistico oppure onirico; se l'universo  onirico, allora anche Tolstoj  onirico, per non ne sappiamo nulla. Forse il mondo  un sogno, l'abbiamo detto anche poco fa - "Die Welt als Vorstellung" - il mondo come rappresentazione, il mondo come sogno. Ma no, mentre rispondevo alla sua domanda ho pensato a un tratto che provo molto pi piacere a leggere Tolstoj, un'emozione pi forte che a leggere Dostoevskij.  tutto qua. Io non sono un teorico, non ho idee astratte, sono incapace di pensare, posso immaginare, sognare... posso, a rigore, scrivere... ma non so se posso o no ragionare...
A. Ah no? Ma come?... Per esempio...
B. Non sono un intellettuale. Sono un "naf".
A. Ma allora, in questo vecchio gioco della torre o "jeu de massacre" che si pu sempre fare, chi le piace di pi tra Balzac e Flaubert, per esempio?
B. Non mi piace affatto Balzac, e mi piace Flaubert. Ma mi piace soprattutto "La tentazione di Sant'Antonio".
A. Non "Madame Bovary"?
B. No, "Madame Bovary" non ho mai potuto leggerla, non  mai riuscita a interessarmi; e i "Tre racconti" sono assai fiacchi.
A. E "Bouvard e Pcuchet", allora?
B. "Bouvard e Pcuchet" s:  un gran libro del diciannovesimo secolo e non soltanto di quel secolo.
A. Noi discorriamo abbastanza di letteratura e fantasia, letteratura e ispirazione, letteratura e tecnica letteraria, ma nel nostro tempo continua sempre quel gran discorso di letteratura e ideologia, e una gran parte dei letterati subordina la letteratura appunto all'ideologia...
B. Io credo che sia un errore. Le opinioni sono quello che c' di pi superficiale; e le opinioni di uno scrittore non contano. Mi ricordo di un testo di Kipling, che mi piace molto, e dove si dice che " permesso a uno scrittore di fare una favola, ma non di sapere se  vera"... Dunque, la moralit della favola...
A. La moralit, perch?
B. Ma questa non si sa. Ed  molto curioso, perch i libri dove Kipling parla prevalentemente dell'uomo bianco e del suo impero...
A. "Il fardello dell'uomo bianco"...
B. S, proprio il fardello... Eppure sono sempre quelli dove l'uomo bianco non  davvero il pi simpatico. Per esempio, "Kim"  un grande libro, ma l si pensa pi all'anima che non a Kim. L'anima mi sembra molto pi reale di Kim, ed  molto pi reale di Kim; e anche per Kipling  cos. Insomma, aveva le sue opinioni; ma se era fedele alla sua immaginazione, allora, quando si legge il libro, non si  affatto convinti delle sue opinioni, anche perch non contano poi troppo... [scuote la testa]. Insomma, io credo che sia molto pericoloso giudicare uno scrittore dalle sue opinioni; ed  per questo che io, che non sono cattolico ma non sono nemmeno pazzo, dico che la pi grande opera di tutta la letteratura  la "Divina Commedia". Questo non vuole affatto dire che io sia credente, o che creda all'Inferno e al Purgatorio e al Paradiso. Questo non c'entra niente. Sono delle opinioni di Dante, queste, o forse delle metafore, immagini che ha preso chiss dove, e dove le ha prese non m'interessa. Quello che mi interessa sono i sogni di Dante, e i personaggi che ha inventato, che ha creato e ricreato... [si appoggia sul bastone]. In generale si giudica uno scrittore dalle sue opinioni. Io, per esempio, ammiro molto Whitman ma non ammiro la democrazia che era necessaria a Whitman per scrivere poesia. Ma questo  affar suo, non mio. A me importa soltanto la poesia di Whitman, quello che ha scritto con le sue idee sulla democrazia, che non mi interessano affatto.
A. Ma lei  davvero un vecchio anarchico, o  altre cose?
B. S, un vecchio anarchico. Anzi, un vecchio spenceriano individualista. Cio non sono fascista, non sono comunista, non sono nazionalista, detesto il nazionalismo. Non sono mai stato peronista o nazista, detesto tutto questo. Sono un vecchio anarchico, un vecchio anarchico pacifico, un vecchio signore anarchico individualista, un vecchio lettore di quell'Herbert Spencer che ha scritto "L'uomo contro lo Stato", ma intanto abbiamo lo Stato dappertutto, il nazionalismo dappertutto.
A. Si osserva spesso nei pi importanti scrittori del nostro secolo che quanto pi sono stati rivoluzionari e sperimentali nella loro opera, tanto pi hanno avuto opinioni politiche conservatrici; e non parliamo solo dei soliti Cline o Pound, e nemmeno di Marinetti o D'Annunzio...
B. Non credo che Marinetti sia uno scrittore importante, no?
A. Ne parliamo perch siamo in Italia. Tutti quei loro entusiasmi per la guerra... Marinetti cantava la modernit e la guerra, e poi  diventato fascista; e D'Annunzio cantava il grande passato italiano e la guerra, ed  diventato abbastanza fascista anche lui...
B. Vorrei dire una cosa: c' un libro che mi piace molto, ed  la storia della letteratura italiana di Momigliano. Ma l non si parla affatto di Marinetti.
A. Non se ne parla?
B. No. Lo si omette, e basta.
A. Eppure il futurismo ha avuto una grande notoriet e una grande influenza, no?... Ma io volevo parlare di scrittori come Valry, Mann, Benn, Eliot, Pirandello, Montale, Svevo, Rilke, e tutti gli austriaci: i grandi poeti e i grandi narratori del nostro secolo avevano idee politiche praticamente reazionarie ed erano invece dei rivoluzionari autentici nella loro opera... no?
B. Non lo so, nel mio caso non mi intendo molto di politica e non ne parlo mai; sono un uomo etico, io. Io ero contro il peronismo per un motivo etico, soprattutto; e per ragioni intellettuali.
A. Anche estetiche?
B. S, anche estetiche. Era una grande canaglia, era una figura sporca e poco intelligente, e le persone per bene gli credevano ben poco.
A. Lei ha sofferto molto sotto il peronismo?
B.  una faccenda privata...
A.  privata?
B. Mia madre  stata messa in prigione, e anche mia sorella e mia nipote. Mi attaccavano attraverso le persone che amavo.
A. Sono cose tipiche delle dittature.
B. S, era tutto cos abominevole... Non voglio pi ricordarmi di quel periodo.
A. No.
B. Finch sono a Roma non voglio pi pensare a quei fatti passati.
A. D'accordo: mai nessun rapporto fra vita vissuta e creazione letteraria. Ma allora, per esempio, nel lavoro di uno scrittore, di un poeta... escludendo naturalmente la vita e l'esperienza, che cosa crede sia necessario per compiere la sua opera? Insomma, che cosa  necessario per uno scrittore?
B. Bene, vorrei ricordare ci che mi disse mio padre pi di un mezzo secolo fa. Mi disse: "Bisogna leggere molto, bisogna scrivere molto, ma non bisogna pubblicare, oppure bisogna pubblicare molto tardi". Mi ha dato questo consiglio: leggere, scrivere, e poi stracciare ci che si  scritto. Pubblicare solo quando si  maturi, ma comunque non  questa la cosa importante.
A. "Molto tardi", allora?
B. S, molto tardi; ma questo non  stato possibile, per me. Io ho cominciato troppo giovane; avevo ventiquattro anni quando ho fatto pubblicare, nel '23, a Buenos Aires, il mio primo libro. Non ho inviato esemplari ai giornali, alle librerie, agli scrittori, niente. Ho regalato solo agli amici il mio libro. Erano trecento copie.
A. Ma allora quali crede che possano essere oggi i maggiori pericoli per la letteratura? I veri nemici dell'esercizio della letteratura, voglio dire.
B. Credo che attualmente il grande pericolo sia la politica, di qualunque segno. Io appartenevo a un partito conservatore, ma poi mi sono ritirato perch spesso ero gi d'accordo in anticipo con opinioni diverse altrui. Credo che sia ridicolo appartenere a un partito politico. Per me  molto singolare: i comunisti mi considerano un fascista, i fascisti mi considerano un comunista, dunque non sono da nessuna parte, sono un vecchio individualista.
A. Non le piace fare dichiarazioni politiche, vero?
B. No; per, a parte questo, credo che noi abbiamo ora il miglior governo possibile per il nostro paese; ma questo non  importante in Italia.
A. E non sente pericoli, disagi, minacce? Per l'Italia, ad esempio, questo  un momento di grande crisi. Lei non crede che in Argentina ci siano delle ombre nell'avvenire del paese, come del resto ce ne sono nei paesi vostri vicini?
B. Abbiamo passato un periodo anarchico in cui si era governati dalla canaglia. Poi sono venuti soprattutto uomini di amministrazione, che non sono certo gran cosa, ma almeno non sono dei gangster.
A. Chi sono o chi erano i gangster?
B. Pern, naturalmente; e sua moglie; e la sua vedova. Tutte queste persone erano veramente delle canaglie, vere canaglie al potere.
A. Volevo domandarle un'altra cosa, sulla sua formazione intellettuale. Quando lei ha incominciato a scrivere, ed era molto giovane, nel suo ambiente culturale si era gi nell'epoca di Pound, o nell'epoca di Eliot, oppure era prima?
B. No, no, io non li conoscevo affatto, a quell'epoca. Leggevo soltanto i classici.
A. Ma quando era ragazzo, e cominciava a scrivere, a quali autori della sua epoca faceva riferimento? Insomma, per lei, quella era l'epoca di chi? Di quale scrittore?
B. Era l'epoca di Shaw, l'epoca di Wells.
A. Ma erano importanti per lei?
B. Molto importanti.  l'epoca in Spagna di Unamuno, l'epoca di Paul Groussac a Buenos Aires. Quanto a Ezra Pound, l'ho conosciuto pi tardi e come scrittore non mi piace affatto. Eliot  diverso. Eliot  molto pi fine di Pound. Ma non  un poeta che mi piaccia, scrive cose molto fredde.
A. E come critico?
B. Come critico non me ne importa niente. Vorrei che un critico fosse anche un po' creatore, come De Sanctis o Coleridge, tipi che sanno anche scrivere i propri testi, mentre in Eliot non c' critica, c' una discussione assai meschina, e sempre una certa pedanteria... [si passa la mano sulla fronte]. Non mi piace la prosa di Eliot; ma ci non toglie che ci siano alcune sue poesie molto belle... Eppure per me Eliot non  un grande poeta inglese. Potrei citare una cinquantina di nomi prima di arrivare a Eliot.
A. E quali sono i primi?
B. Per esempio Frost, e Yeats. Prendiamo il caso di Yeats. Yeats era un nazionalista.
A. Ah, me l'ero dimenticato, nella lista dei rivoluzionari reazionari.
B. Eppure Yeats era un grande poeta malgrado le sue opinioni, malgrado quel suo sistema mistico che  una ridicolaggine... Yeats, s,  un grandissimo poeta che ha fatto della lingua inglese uno strumento espressivo straordinario. Certi versi non si possono n spiegare n tradurre, ma sono bellissimi al di l di ogni loro significato.
A. Ma come persona, come idee?...
B. Come persona, no, era nazionalista, era un irlandese professionale. Non come Shaw, che era anche irlandese, ma non sempre se ne ricordava. Per questo non c'entra niente... Poteva essere esecrabile come amico, e amabile e ammirabile come poeta. Il poeta resta e l'uomo sparisce, del resto; ed  molto pi importante essere ammirabile come amico dell'anima.  pi o meno il caso di Croce, forse io non sono d'accordo con Croce, ma io lo amo, lo sento come un amico.
A. Ma per esempio, la posizione di Croce sulla poesia francese del diciannovesimo secolo... Non gli piaceva Baudelaire...
B. E aveva ragione.
A. Non gli piaceva Mallarm...
B. E aveva ragione.
A. Aveva ragione? Anche a lei non piacciono n Mallarm n Baudelaire?
B. No, non mi piacciono; ma mi piace per esempio Verlaine, anche se non  un grande poeta, un poeta per sempre, direi. Mi piace molto Hugo, si trovano delle cose splendide in Hugo, per esempio quando dice "Libre univers tordant son corps, caille d'astres...",  pura bellezza.
A. Baudelaire allora no. Ma Apollinaire almeno s?
B. Apollinaire era un poeta, mentre Baudelaire era piuttosto qualcuno di costruito, uno che costruiva poesia con fatica.  molto maldestro... almeno secondo me. Trovo che ha sempre delle... [si passa la mano sulla faccia]... E poi non mi piace il suo gusto, non mi piacciono  pipistrelli, non mi piacciono i mobili, non mi piacciono i divani...
A. Ma non le piace questa specie di "Grand Mauvais Got", questa specie di "Kitsch" che c' in parecchi poeti dell'Ottocento, soprattutto francesi?
B. S, ma in loro lo detesto. Nel caso di Verlaine, non c' questo senso del "Kitsch"; e c' invece in Oscar Wilde, che chiaramente non  un grande poeta, c' questo "Kitsch", ma con un sorriso, lo prende un po' in giro... mentre Baudelaire prendeva i suoi demoni e i suoi pipistrelli e le sue prostitute e le sue mulatte, tutto, fin troppo seriamente...
A. Ma in quell'enorme magazzino, in quell'immenso deposito centrale del "Kitsch" intellettuale che  il "Bouvard e Pcuchet"... l si tratta di un vero monumento... e non  il trionfo del "Kitsch"?
B. Gi; ma Flaubert faceva dell'ironia; e invece Baudelaire lo prendeva sul serio, lo amava!
A.  vero?
B. S, c' questa sola differenza, ma  una differenza grandissima.
A. Ma volevo domandarle ancora, quando lei era molto giovane a Buenos Aires...
B. Da giovane a Buenos Aires leggevo solo libri inglesi, mi pare; o delle traduzioni in inglese.
A. Ma della letteratura francese, tedesca, italiana?... C'erano nella sua biblioteca giovanile dei nomi, dei titoli, dei libri... c'era qualcosa che l'ha colpita pi fortemente in quella fase?...
B. Sono stato avviato alla letteratura tedesca da Carlyle che mi ha mostrato cos' la Germania. Poi ho studiato il tedesco da solo per poter leggere Schopenhauer in lingua originale. Ho incominciato con le poesie di Heine, che sono molto belle e molto semplici...
A. ...e che lei preferisce a Goethe?
B. Oh, certamente: Heine era ebreo e quindi molto pi intelligente di Goethe. Naturalmente questa  una battuta di spirito. Mi piace molto la lingua tedesca, che  anche pi bella di ci che si scrive in tedesco. Mentre nel caso del francese, la lingua  brutta ma la letteratura  bella.
A. E nel caso dell'inglese?
B. Mi piace sia la lingua sia la letteratura. Invece in spagnolo non si  scritto quasi niente.
A. Quasi niente?
B. S, c' il "Don Chisciotte".
A. E la poesia?
B. La poesia, s: Gngora, San Juan de la Cruz. Poi c' il diciottesimo secolo che  povero come il diciannovesimo. E dopo questi non c' molto.
A. E il Novecento?
B. Il Novecento  un po' il riflusso dell'America Latina...
A. Con tutti i romanzi sudamericani di questi anni?...
B. Ah, quelli? Veramente non li conosco molto.
A. E non  curioso di conoscerli?
B. Ho letto Garca Marquez e lo trovo buono. Gli altri che ho letto non mi sono piaciuti. Si tratta di esperienze che appartengono al genere Faulkner: si gioca col tempo. Nemmeno Faulkner mi piace poi molto.
A. Non le piace come Faulkner gioca col tempo?
B. S, talvolta lo faccio anch'io e lo fanno molti.  stato Conrad l'iniziatore di questo genere.
A. E naturalmente resta il pi grande...
B. Certo che resta il pi grande!  proprio Conrad che ha iniziato uno dei suoi romanzi, non ricordo il titolo, con una scena dove ci sono due amici che si incontrano e parlano di un terzo amico, e attraverso la loro conversazione si ricostruisce tutta la realt di questo terzo amico... Uno dei due dice di aver visto una scena, l'altro afferma di essere arrivato prima e tutto diventa estremamente complicato... Solo verso la fine si capisce di chi parlavano.
A. Ma Faulkner, per esempio...
B. S, la medesima cosa, Faulkner l'ha fatta circa vent'anni dopo Conrad, che  stato il primo.
A. Grazie...
. . . . . . . . . . . . . . .
B. Tocca a me ringraziare. E poi sono a Roma...
A.  contento di essere a Roma?
B. Molto contento.  il centro,  l'Europa,  l'Italia,  Roma. Roma  sempre l'Impero Romano, che continua sotto altri nomi.
A. Ma lei si aspetta qualche cosa dall'Europa?
B. Mi aspetto tutto dall'Europa. Cosa ci si pu aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. E dalle periferie, cosa ci si aspetta?
A. Lei non si aspetta niente?
B. No, no; tocca a voi salvarci.
A. E lei crede proprio...
B. Io spero che alla fine tutto l'Occidente abbia qualche cosa da voi. Noi facciamo del nostro meglio per aiutarvi. Spero che tutto l'Occidente sia un po' uno specchio, uno specchio eterno dell'Europa: uno specchio fedele; o che cerca di essere fedele. E noi faremo del nostro meglio. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche. Ve lo dice un buon argentino. Io adoro la vostra patria.

Roma, San Gregorio al Celio, maggio 1977
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ANTOLOGIA PERSONALE.
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PROLOGO.


I miei gusti hanno dettato questo libro. Voglio essere giudicato in base a questo, giustificato o disapprovato in base a questo, non a certe esercitazioni di eccessivo e apocrifo colore locale che vanno per le antologie e che non posso ricordare senza arrossirne. All'ordine cronologico ho preferito quello di "affinit e diversit". Cos, ancora una volta, ho constatato la mia fondamentale povert; "Las ruinas circulares", che datano dal 1939, sono una prefigurazione di "El Golem" o di "Ajedrez", che sono quasi di oggi.
Questa povert non mi deprime, poich mi d una illusione di continuit.
Croce ha affermato che l'arte  espressione; a questa esigenza o a una deformazione di questa esigenza, dobbiamo la peggiore letteratura del nostro tempo.  vero che Paul Valry ha potuto felicemente scrivere:

"Comme le fruit se fond en puissance
comme en dlice il change son absence
dans une bouche o sa forme se meurt"
[Come il frutto si trasmuta in forza / come muta in delizia la sua assenza / in una bocca ove la sua forma muore. (N.d.R.)]

e Tennyson:

. . . . . . . . . . . . and saw,
straining his eyes beneath an arch of hand,
or thought he saw, the speck that bare the King,
down that long water opening on the deep
somewhere far off, pass on and on, and go
from less to less and vanish into light"
[(...) e vide, / spingendo lo sguardo sotto l'arco della mano, / o pens di vedere, il filo che portava il Re, / gi lungo l'acqua aperta sul profondo / in qualche parte in grande lontananza, passar oltre e pi oltre, e andare / dal meno al meno e svanire nella luce. (N.d.R.)]

versi che riproducono con esattezza un processo mentale; ma vittorie simili sono rare e nessuno (credo) le giudicher la cosa pi durevole o necessaria della letteratura. Qualche volta ho cercato anch'io l'espressione; ora so che i miei di non mi concedono se non l'allusione o la menzione.

J. L. B.
Buenos Aires, 16 agosto 1961



LA MORTE E LA BUSSOLA.


A Mandi Molina Vedia

Fra i molti problemi che esercitarono la temeraria perspicacia di Lnnrot, nessuno  pi strano, pi rigorosamente strano, diremmo, della periodica serie di fatti di sangue che culminarono nella villa di Triste-le-Roy, fra l'interminabile profumo degli eucalipti. Vero  che Erik Lnnrot non riusc a impedire l'ultimo crimine, ma  indiscutibile che lo previde. Se non indovin l'identit del nefasto assassino di Yarmolinsky, tuttavia trov la misteriosa morfologia della malvagia serie e l'intervento di Red Scharlach, chiamato anche Scharlach il Dandy. Questo criminale (come tanti altri) aveva giurato sul suo onore di ammazzare Lnnrot, ma costui non si lasci mai intimidire. Lnnrot si credeva un raziocinatore puro, un Auguste Dupin, ma in lui vi era qualcosa dell'avventuriero e perfino del giocatore d'azzardo.
Il primo delitto avvenne all'Htel du Nord, quell'alto prisma che domina l'estuario in cui l'acqua ha il colore del deserto. A quella torre (che molto notoriamente riunisce l'aborrito biancore di un sanatorio, la numerata suddivisione di un carcere e l'apparenza generale di una casa di malaffare), il tre dicembre arriv il delegato di Podlsk al Terzo Congresso Talmudico, il dottor Marcello Yarmolinsky, un uomo con la barba e gli occhi grigi. Non sapremo mai se l'Htel du Nord gli piacque: lo accett con la vetusta rassegnazione che gli aveva permesso di sopportare tre anni di guerra nei Carpazi e tremila anni di oppressione e di persecuzioni razziali. Gli diedero una stanza da letto nel piano R, di fronte alla "suite" che, non senza splendore, occupava il Tetrarca di Galilea. Yarmolinsky cen, rimand al giorno dopo la ricognizione della citt sconosciuta, mise in ordine in un armadio a muro i suoi numerosi libri e i suoi pochissimi indumenti e prima di mezzanotte spense la luce. (Cos dichiar l'autista del Tetrarca che dormiva nella stanza attigua.) Il giorno quattro, alle undici e tre minuti antimeridiane, un redattore della "Ydische Zeitung" lo chiam al telefono; il dottor Yarmolinsky non rispose; lo trovarono nella sua stanza, il volto gi leggermente livido, quasi nudo sotto un grande accappatoio anacronistico. Giaceva non lontano dalla porta che dava sul corridoio; una profonda pugnalata gli aveva squarciato il petto. Un paio di ore dopo, nella stessa stanza, fra giornalisti, fotografi e poliziotti, il commissario Treviranus e Lnnrot discutevano olimpicamente il problema.
"Inutile, qui, voler vedere gatte da pelare", diceva Treviranus brandendo un imperioso sigaro. "Sappiamo tutti che il Tetrarca di Galilea possiede i pi preziosi zaffiri del mondo. Qualcuno, per rubarli, sar entrato qui per errore. Yarmolinsky si  alzato; il ladro ha dovuto ammazzarlo. Che cosa le pare?"
"Possibile, ma non interessante", rispose Lnnrot. "Lei potr dire che la realt non ha alcun obbligo di essere interessante. Io risponderei che la realt pu prescindere da questo obbligo, ma non le ipotesi. In quella che lei ha improvvisato interviene il caso in larga misura. Qui vi  un rabbino morto; io preferirei una spiegazione puramente rabbinica, non gli immaginari contrattempi di un immaginario ladro."
Treviranus ribatt di cattivo umore: "A me non interessano le spiegazioni rabbiniche; a me interessa la cattura dell'uomo che ha pugnalato questo sconosciuto".
"Non tanto sconosciuto", corresse Lnnrot. "Qui vi sono le sue opere complete. Indic nell'armadio una fila di grossi volumi: una "Difesa della cabala"; un "Saggio sulla filosofia di Robert Fludd"; una traduzione letterale del "Sepher Yezirah"; una "Biografia del Baal-Shem"; una "Storia della setta dei Chassidim"; una monografia (in tedesco) sul Tetragrammaton; un'altra sulla nomenclatura divina del Pentateuco. Il commissario li guard con timore, quasi con repulsione. Poi si mise a ridere.
"Sono un povero cristiano. Si porti via, se vuole, tutte quelle scartoffie; non ho tempo da perdere nelle superstizioni giudaiche."
"Probabilmente questo delitto  pertinente alla storia delle superstizioni giudaiche", mormor Lnnrot.
"Come il cristianesimo", ard completare il redattore della "Yidische Zeitung". Era miope, ateo e timidissimo.
Nessuno oppose nulla. Uno degli agenti aveva trovato nella piccola macchina da scrivere un foglio di carta con questa sentenza incompiuta:

LA PRIMA LETTERA DEL NOME  STATA ARTICOLATA.

Lnnrot trattenne un sorriso. Bruscamente bibliofilo ed ebraista, ordin che gli facessero un pacco dei libri del morto e se li port a casa. Indifferente alla investigazione poliziesca si dedic tutto a studiarli. Un libro in ottavo grande gli rivel gli insegnamenti di Israel Baal Shem-Tov, fondatore della setta dei Devoti; altri le virt e i terrori del Tetragrammaton che  l'ineffabile Nome di Dio; un altro la tesi che Dio ha un nome segreto, nel quale  compendiato (come nella sfera di cristallo che i persiani attribuiscono ad Alessandro di Macedonia) il suo nono attributo, l'eternit, ossia la conoscenza immediata, diretta, di tutte le cose che saranno, che sono e che sono state nell'universo. La tradizione enumera novantanove nomi di Dio; gli ebraisti attribuiscono questo numero imperfetto al sacro terrore delle cifre pari; i Chassidim congetturano che questo iato indichi un centesimo nome, il Nome Assoluto.
Da questa erudizione lo distrasse, pochi giorni dopo, la comparsa del redattore della "Yidische Zeitung". Costui voleva parlare dell'assassinio; Lnnrot prefer invece parlare dei diversi nomi di Dio; il giornalista dichiar in tre colonne che l'investigatore Erik Lnnrot, per trovare il nome dell'assassino si era dedicato a studiare i nomi di Dio. Lnnrot, abituato alle semplificazioni del giornalismo non se la prese. Uno di quei bottegai i quali hanno scoperto l'esistenza di qualcuno che si adatta a comperare qualsiasi libro, stamp un'edizione popolare della "Storia della setta dei Chassidim".
Il secondo delitto avvenne la notte del tre gennaio, nel pi abbandonato e deserto dei dirupati sobborghi occidentali della capitale. Di primo mattino, uno dei poliziotti che perlustrava a cavallo quelle zone deserte vide sul limitare di una vecchia bottega di colori un uomo disteso a terra, avvolto nel mantello. Il volto duro era quasi una maschera di sangue; una pugnalata profonda gli aveva spaccato il petto. Sul muro, sopra i rombi gialli e rossi, vi erano alcune parole scritte col gesso. Il poliziotto le decifr...
Quella sera, Treviranus e Lnnrot si avviarono alla remota scena del delitto. A sinistra e a destra dell'automobile la citt si disintegrava; il firmamento cresceva e oramai poca importanza avevano le case e molta un forno di mattoni o un pioppo. Giunsero alla loro povera meta, una stradina terminale fra muretti rosa che pareva riflettessero in qualche modo il violento tramonto del sole. Il morto era gi stato identificato. Era Daniel Simon Azevedo, uomo di qualche fama negli antichi sobborghi del Nord, salito da carrettiere a guappo distrettuale, per degenerare poi in ladro e persino in delatore. (Lo stile singolare della sua morte sembr loro adeguato: Azevedo era l'ultimo rappresentante di una generazione di banditi esperti nel maneggio del pugnale ma non della rivoltella). Le parole in gesso erano queste:

LA SECONDA LETTERA DEL NOME  STATA ARTICOLATA.

Il terzo delitto accadde la notte del tre febbraio. Poco prima dell'una il telefono squill nell'ufficio del commissario Treviranus. Con ansiosa riservatezza parl un uomo con voce gutturale; disse che si chiamava Ginzberg (o Ginsburg) e che era disposto a dare informazioni, per una ricompensa ragionevole, sui due sacrifici di Azevedo e di Yarmolinsky. Una confusione di sibili e di strombettate soffoc la voce del delatore. Dopo, la comunicazione fu interrotta. Senza tuttavia respingere la possibilit di uno scherzo (in fondo, erano in carnevale) Treviranus fece indagini e risult che gli avevano parlato da Liverpool House, una taverna della Rue de Toulon, la strada salmastra nella quale convivono il cosmorama e la latteria, il bordello e i venditori di bibbie. Treviranus parl con il padrone. Costui (Black Finnegan, un vecchio criminale irlandese, adombrato e quasi annullato dalla decenza) gli disse che l'ultima persona dalla quale era stato usato il telefono del locale era un inquilino, un certo Gryphius, che era uscito in quel momento con alcuni amici. Treviranus si rec subito a Liverpool House. Il padrone gli comunic quanto segue: Da circa otto giorni Gryphius aveva preso in affitto una stanza sopra al bar. Era un uomo dai lineamenti affilati, con una tetra barba grigia, vestito poveramente di nero; Finnegan (il quale destinava quella stanza a un uso che Treviranus intu) gli aveva chiesto un prezzo di affitto senza dubbio eccessivo; Gryphius aveva pagato immediatamente la somma pattuita. Non usciva quasi mai; cenava e faceva colazione nella sua stanza; era molto se nel bar conoscevano la sua faccia. Quella sera era sceso a telefonare nell'ufficio di Finnegan. Una carrozza chiusa si ferm dinanzi alla taverna. Il cocchiere non si mosse da cassetta; alcuni clienti si ricordarono che era mascherato da orso. Dalla carrozza scesero due arlecchini; erano piccoli di statura e tutti quanti poterono osservare che erano ubriachi fradici. Con assordanti belati di trombetta irruppero nell'ufficio di Finnegan; abbracciarono Gryphius, il quale sembr riconoscerli, ma rispose loro con freddezza; scambiarono qualche parola in "yiddish", lui a voce bassa, gutturale, gli altri con voci false, acute, e salirono alla stanza del locale. Dopo un quarto d'ora scesero tutti e tre molto allegri, Gryphius, barcollante, sembrava ubriaco come gli altri. Se ne andava alto e come uno che ha il capogiro, in mezzo agli arlecchini mascherati. (Una delle donne del bar si ricord le loro losanghe gialle rosse e verdi). Inciamp due volte; per due volte gli arlecchini lo sostennero. Dirigendosi alla darsena contigua con la sua acqua rettangolare, tutti e tre salirono in carrozza e disparvero. Gi sul predellino della carrozza, l'ultimo arlecchino scarabocchi una figura oscena e una sentenza sopra una lastra di ardesia della pensilina.
Treviranus vide la sentenza. Era quasi da prevedersi; diceva:

L'ULTIMA LETTERA DEL NOME  STATA ARTICOLATA.

Esamin poi la stanzetta di Gryphius-Ginzberg. Per terra vi era una netta stella di sangue, negli angoli, mozziconi di sigarette di marca ungherese; in un armadio, un libro in latino, il "Philologus hebraeograecus" (1739) di Leusden, con diverse note manoscritte. Treviranus lo guard con disdegno rabbioso e fece chiamare Lnnrot. Costui, senza togliersi il cappello, si mise a leggere, mentre il commissario interrogava i contrastanti testimoni del possibile sequestro di persona. Alle quattro uscirono. Nella tortuosa Rue de Toulon, quando calpestavano le morte stelle filanti dell'alba, Treviranus disse:
"E se la storia di questa notte fosse una finzione?"
Erik Lnnrot sorrise e con la massima gravit gli lesse un passo (che stava esaminando) nella trentatreesima dissertazione del "Philologus": "Dies Judaeorum incipit a solis occasu usque ad solis occasum diei sequentis". "Questo vuol dire", aggiunse, "il giorno ebraico incomincia al tramonto e dura fino al tramonto successivo".
L'altro tent un'ironia:
"E sarebbe la cosa pi importante che lei ha scoperto questa sera?"
"No. Pi importante  una parola che ha detto Ginzberg."
I giornali della sera non trascurarono queste scomparse periodiche. "La Cruz de la Espada" le contrappose alla ammirevole disciplina e all'ordine dell'ultimo Congresso Eremitico; Ernest Palast, in "El Martir", deplor "le lungaggini intollerabili di un pogrom clandestino e parsimonioso, che aveva avuto bisogno di tre mesi per liquidare tre giudei"; la "Yidische Zeitung" respinse l'ipotesi orrenda di un complotto antisemita, "sebbene molti spiriti acuti non ammettano altra soluzione del triplice mistero"; il pi illustre dei pistoleri del Sud, Dandy Red Scharlach, giur che nel suo distretto non avverrebbero mai crimini di questo genere e accus il commissario Franz Treviranus di colpevole negligenza.
Questi, la sera del primo marzo, ricevette un imponente plico sigillato. Lo aperse: la busta conteneva una lettera firmata Baruj Spinoza e una minuziosa pianta della citt strappata evidentemente da un Baedeker. La lettera profetizzava che il tre di marzo non vi sarebbe stato un quarto crimine perch la mesticheria dell'Ovest, l'osteria della Rue de Toulon e l'Htel du Nord erano "i vertici perfetti di un triangolo equilatero e mistico"; la pianta dimostrava con inchiostro rosso la regolarit di quel triangolo. Treviranus lesse con rassegnazione quell'argomento "more geometrico" e mand la lettera e la pianta a casa di Lnnrot, indiscutibilmente degno di simili stupidit.
Erik Lnnrot le studi. I tre luoghi, effettivamente, erano equidistanti. Simmetria nel tempo (tre dicembre, tre gennaio, tre febbraio); simmetria nello spazio, anche... A un tratto sent che stava per decifrare il mistero. Un compasso e una bussola completarono l'improvvisa intuizione. Sorrise, pronunci la parola "Tetragrammaton" (di recente acquisizione) e chiam al telefono il commissario. Gli disse::
"Grazie del triangolo equilatero che mi ha mandato questa sera. Mi ha permesso di risolvere il problema. Domani, venerd, i criminali saranno in prigione; possiamo stare tranquillissimi".
"Allora, non hanno in progetto un quarto delitto?"
"Appunto perch hanno in progetto un quarto delitto, possiamo starcene tranquillissimi."
Lnnrot riappese il ricevitore. Un'ora dopo viaggiava nel treno delle ferrovie meridionali, diretto alla villa abbandonata di Triste-le-Roy. A sud della citt del mio racconto scorre un cieco fiumiciattolo di acqua fangosa, lordato di scorie di concerie e di immondizie. Dall'altro lato vi  un sobborgo industriale dove, sotto la protezione di un capo barcellonese, prosperano i pistoleri. Lnnrot sorrise al pensiero che il pi famoso di essi, Red Scharlach, avrebbe dato qualsiasi cosa per essere informato di quella sua visita clandestina. Azevedo era stato compagno di Scharlach; Lnnrot consider la lontana possibilit che la quarta vittima potesse essere Scharlach. Ma poi la abbandon... Virtualmente aveva decifrato il problema; le pure e semplici circostanze, la realt (nomi, arresti, volti, pratiche giudiziarie e carcerarie) ora lo interessavano poco. Voleva passeggiare, voleva rifarsi di tre mesi di sedentaria investigazione. Ripens che la spiegazione dei delitti stava in un triangolo anonimo e in una polverulenta parola greca. Il mistero gli sembr quasi cristallino; si vergogn di avervi dedicato cento giorni.
Il treno si ferm in una silenziosa stazione di carico. Lnnrot scese. Era uno di quei pomeriggi deserti che sembrano mattino. L'aria della torbida pianura era umida e fredda. Lnnrot prese attraverso i campi. Vide cani, vide un furgone in una via morta, vide l'orizzonte, vide un cavallo argentato che beveva l'acqua grassa di una pozzanghera. Incominciava a far buio quando scorse il belvedere rettangolare della villa di Triste-le-Roy, alto quasi quanto gli eucalipti neri che lo circondavano. Pens che soltanto un'alba e un tramonto (uno splendore familiare a oriente e un altro a occidente) lo separavano dall'ora ansiosamente attesa dai cercatori del Nome.
Una cancellata rugginosa chiudeva il perimetro irregolare della tenuta. Il cancello principale era chiuso. Lnnrot, senza molta speranza di poter entrare, fece tutto il giro. Ritornato dinanzi all'inaccessibile cancello, introdusse la mano fra le sbarre, quasi meccanicamente, e incontr il chiavistello. Lo stridore del ferro lo sorprese. Con faticosa passivit, l'intero cancello cedette.
Lnnrot avanz fra gli eucalipti, calpestando confuse generazioni di frantumi di foglie irrigidite. Vista da vicino la casa della tenuta Triste-le-Roy abbondava di inutili simmetrie e di ossessive ripetizioni: a una Diana glaciale in una nicchia oscura corrispondeva in una seconda nicchia un'altra Diana; un balcone si rifletteva in un altro balcone; una duplice scalinata si apriva in una duplice balaustrata. Un Ermes con due volti proiettava un'ombra mostruosa. Lnnrot fece il giro della casa come aveva fatto il giro della cinta. Esamin ogni cosa; sotto il piano della terrazza vide una stretta persiana.
La spinse: pochi scalini di marmo scendevano a un sottosuolo. Lnnrot, che gi intuiva i gusti dell'architetto, indovin che nel muro opposto di quello scantinato dovevano esservi altri scalini. Li trov, sal, alz le mani e sollev la botola di uscita.
Una luce lo guid verso una finestra. L'aperse: la luna gialla e tonda dava rilievo nel triste giardino a due fontane mute. Lnnrot esplor la casa. Attraverso antisale e corridoi, sal a terrazze a veranda uguali e pi volte si ritrov nella stessa. Sal lungo scale polverose e anticamere circolari; si moltiplic all'infinito in specchi corrispondenti; si stanc di aprire e socchiudere finestre che gli mostravano, fuori, il medesimo desolato giardino da altezze diverse e da angoli diversi; dentro, mobili con fodere gialle e lampadari fasciati di garza. Una stanza da letto lo trattenne; in quella stanza un solo fiore in un vaso di porcellana; al primo tocco i petali vecchi si sfecero. Al secondo piano e all'ultimo la casa gli parve ampliata senza fine. "La casa non  tanto grande", pens. "La ingrandiscono la penombra, la simmetria, gli specchi", i molti anni, il fatto che mi  sconosciuta, e che  deserta.
Lungo una scala a spirale arriv al belvedere. La luna di quella sera attraversava le losanghe delle vetrate; erano gialle, rosse e verdi. Lo trattenne un ricordo oscuro, vertiginoso.
Due uomini piccoli di statura feroci e robusti, si gettarono su di lui e lo disarmarono; un altro molto alto, lo salut con gravit e gli disse:
"Lei  molto gentile. Ci ha risparmiato una notte e un giorno".
Era Red Scharlach. Gli uomini legarono le mani a Lnnrot. Egli finalmente trov la voce.
"Lei Scharlach, cerca il Nome Segreto?"
Scharlach se ne stava ancora in piedi, indifferente. Non era intervenuto nella breve lotta, aveva appena steso la mano per ricevere la rivoltella di Lnnrot. Parl: Lnnrot ud nella sua voce una sofferta vittoria, un odio di dimensione universale, una tristezza non minore di quell'odio.
"No", disse Scharlach. "Cerco qualcosa di pi effimero e caduco, cerco Erik Lnnrot. Anni or sono, in una bisca della Rue de Toulon, lei in persona arrest e fece imprigionare mio fratello. In una carrozza i miei uomini mi tirarono fuori del trambusto con una pallottola della polizia nel ventre. Ho agonizzato nove giorni e nove notti in questa desolata villa simmetrica; la febbre mi consumava, quell'odioso Giano bifronte che guarda i tramonti e le aurore riempiva di orrore i miei sonni e le mie veglie. Sono arrivato ad abominare il mio corpo, sono arrivato a sentire che due occhi, due mani, due polmoni sono altrettanto mostruosi di due facce. Un irlandese cerc di convertirmi alla fede di Ges; mi ripeteva la sentenza dei "goim": tutte le strade portano a Roma. Di notte il mio delirio si nutriva di questa metafora: sentivo che il mondo  un labirinto dal quale era impossibile fuggire, perch tutte le strade, sebbene fingessero di andare al nord o al sud, andavano veramente a Roma, che era anche la prigione quadrata dove agonizzava mio fratello e la villa di Triste-le-Roy. Durante quelle notti ho giurato sul Dio che vede con due volti e su tutti gli di della febbre e degli specchi, di intessere un labirinto intorno all'uomo che aveva imprigionato mio fratello. L'ho costruito ed  solido; i materiali sono un eresiologo morto, una bussola, una setta del diciottesimo secolo, un vocabolo greco, un pugnale, i rombi di una bottega di colori.
"Il primo termine della serie mi fu dato dal caso. Avevo tramato con alcuni colleghi, tra i quali Daniel Azevedo, il furto degli zaffiri del Tetrarca. Azevedo ci trad, si ubriac con i denari che gli avevamo anticipato e diede inizio all'impresa un giorno prima. In quell'enorme albergo si perdette; verso le due del mattino irruppe nella stanza da letto di Yarmolinsky. Costui stanco dell'insonnia si era messo a scrivere. Probabilmente redigeva qualche nota o un articolo sopra il Nome di Dio; aveva gi scritto le parole:

LA PRIMA LETTERA DEL NOME  STATA ARTICOLATA.

Azevedo gli impose silenzio; Yarmolinsky distese la mano verso il campanello che avrebbe svegliato tutte le forze dell'albergo; Azevedo lo colp con una sola pugnalata nel petto. Fu quasi un movimento riflesso; mezzo secolo di violenza gli aveva insegnato che la cosa pi facile e sicura  ammazzare... Dieci giorni dopo seppi, attraverso la "Yidische Zeitung", che lei, nelle opere di Yarmolinsky cercava la chiave della morte di Yarmolinsky. Ho letto la "Storia della setta dei Chassidim", ho appreso che il timore reverenziale di pronunziare il Nome di Dio aveva dato origine alla dottrina per cui questo Nome  onnipotente e misterioso. Ho appreso che alcuni Chassidim, nella ricerca di questo nome segreto, erano arrivati a compiere sacrifici umani... Ho capito che lei stava congetturando che il rabbino fosse stato sacrificato dai Chassidim; mi sono messo a sostenere quella congettura.
"Marcello Yarmolinsky mor la notte del tre dicembre; per il secondo 'sacrificio' scelsi quella del tre gennaio. Mor nel Nord, per il secondo 'sacrificio' ci conveniva un luogo dell'Ovest. Daniel Azevedo fu la vittima necessaria. Meritava la morte: era un impulsivo, un traditore; la sua cattura poteva annullare tutto il piano. Uno dei nostri lo pugnal; per collegare il suo cadavere a quello precedente, scrissi sulle losanghe della bottega di colori:

LA SECONDA LETTERA DEL NOME  STATA ARTICOLATA.

"Il terzo 'crimine' avvenne il tre febbraio. Fu, come Treviranus intu, una semplice finta. Gryphius-Ginsburg sono io; per una interminabile settimana sopportai (con il supplemento di una leggera barba posticcia) quel perverso covo della Rue de Toulon, finch gli amici mi sequestrarono. Dal predellino della carrozza uno di essi scrisse su un pilastro:

L'ULTIMA LETTERA DEL NOME  STATA ARTICOLATA.

Quella scritta diffuse l'opinione che la serie dei crimini fosse "triplice". Cos credette il pubblico; io, tuttavia, ho intercalato ripetuti indizi perch lei, il raziocinatore Erik Lnnrot, comprendesse che era "quadrupla". Un prodigio nel Nord, gli altri nell'Est e nell'Ovest, esigevano un quarto prodigio nel Sud; il Tetragrammaton, il nome di Dio, J H V H, consta di "quattro" lettere; gli arlecchini e la vetrina del pittore suggeriscono quattro termini. Io stesso ho sottolineato un certo passo nel manuale di Leusden; quel passo dice che gli ebrei computano il giorno da tramonto a tramonto; quel passo fa comprendere che le morti accaddero il quattro di ogni mese. Io stesso ho mandato il triangolo equilatero a Treviranus. Ho presentito che lei avrebbe aggiunto il punto mancante. Il punto che determina una losanga perfetta, il punto che fissa il luogo dove puntuale lo aspetta la morte. Tutto ho premeditato, Erik Lnnrot, per attirare lei nelle solitudini di Triste-le-Roy."
Lnnrot evit gli occhi di Scharlach. Guard gli alberi e il cielo suddivisi in losanghe torbidamente gialle verdi e rosse. Sent un poco di freddo e una tristezza impersonale quasi anonima. Era gi sera fatta; dal giardino polveroso sal il grido inutile di un uccello. Lnnrot consider per l'ultima volta il problema delle morti simmetriche e periodiche.
"Nel suo labirinto vi sono tre linee superflue", disse alla fine. "Io so di un labirinto greco che  una linea unica, retta. In quella linea si sono perduti tanti filosofi che pu ben anche perdersi un semplice "detective", Scharlach, quando in un altro avatara lei mi dar la caccia, finga di commettere (o commetta) un delitto in A, poi un secondo crimine in B, a otto chilometri da A, poi un terzo crimine in C, a quattro chilometri da A e da B, a met strada fra i due. Poi mi aspetti in D, a due chilometri da A e da C, di nuovo a met strada. Mi ammazzi in D, come ora sta per ammazzarmi in Triste-le-Roy."
"La prossima volta che l'uccider", rispose Scharlach, "le prometto questo labirinto che consta di una sola linea retta e che  invisibile, senza fine".
Arretr di alcuni passi. Poi con molta diligenza fece fuoco.



LA TRAMA.


Perch il suo orrore sia perfetto, Cesare, incalzato ai piedi di una statua dagli impazienti pugnali dei suoi amici, scopre fra i volti e le lame quello di Marco Giunio Bruto, suo protetto, forse suo figlio, e non si difende pi ed esclama: "Anche tu, figlio mio!" Shakespeare e Quevedo raccolgono il patetico grido.
Alla sorte piacciono le ripetizioni, le varianti, le simmetrie; dopo diciannove secoli, nel Sud della provincia di Buenos Aires, un mandriano della prateria  aggredito da altri mandriani e, nel cadere, riconosce un suo figlio adottivo e gli dice con mite rimprovero e quieto stupore (parole da udirsi non da leggersi): "Toh, ma guarda!" Lo ammazzano e non sa che muore perch si ripeta una scena.



IL SUD.


L'uomo che sbarc a Buenos Aires nel 1871 si chiamava Johannes Dahlmann ed era pastore della chiesa evangelica; nel 1939 uno dei suoi nipoti, Juan Dahlmann, era segretario di una biblioteca municipale in via Crdoba e si sentiva profondamente argentino. Il suo nonno materno era stato quel Francisco Flores del secondo fanteria di linea, che mor sul fronte di Buenos Aires, colpito dalle frecce degli indi di Catriel; nel contrasto dei suoi due lignaggi, Juan Dahlmann (forse per impulso del sangue tedesco) prefer quello del suo avo romantico, o dalla romantica morte. Uno scrigno con il dagherrotipo di un uomo inespressivo e barbuto, un'antica spada, la baldanza e l'impeto di certe musiche, l'abitudine alle strofe del "Martn Fierro", gli anni, il tedio e la solitudine, fomentarono in lui questo creolismo piuttosto voluto ma non sfegatato. A costo di qualche privazione, Dahlmann era riuscito a salvare le mura di una casa di campagna nel Sud che era stata dei Flores; un'abitudine mentale della sua memoria era l'immagine degli eucalipti balsamici e dell'ampia casa rosa che un tempo era stata rossa. Il suo lavoro e forse l'indolenza lo trattenevano in citt. Un'estate dopo l'altra si accontentava dell'idea astratta del possesso e della certezza che la sua casa stava ad aspettarlo, in un punto esatto della pianura. Negli ultimi giorni di febbraio del 1939 gli accadde qualcosa.
Il destino, che chiude gli occhi sulle colpe, pu essere spietato per le minime distrazioni. Dahlmann aveva trovato quel pomeriggio un esemplare incompleto delle "Mille e una notte" di Weil; voglioso di esaminare quella scoperta, non aspett che scendesse l'ascensore e sal in fretta le scale; nell'oscurit qualcosa gli sfior la fronte, un pipistrello? un uccello? Sul volto della donna che gli aperse la porta vide stampato l'orrore e la mano che si pass sulla fronte risult rossa di sangue. Lo spigolo di un battente pitturato di fresco che qualcuno si era dimenticato di chiudere gli aveva fatto quella ferita. Dahlmann riusc a dormire ma all'alba era sveglio e da quel momento il sapore di tutte le cose gli divenne atroce. La febbre lo consum e le illustrazioni delle "Mille e una notte" servirono a decorare incubi. Amici e parenti andavano a trovarlo e con sorrisi esagerati gli ripetevano che lo trovavano benissimo. Dahlmann li udiva con una specie di debole stupore e gli pareva strano non sapessero che lui era nell'inferno. Passarono otto giorni, come otto secoli. Una sera, il medico di casa si present con un medico nuovo e lo portarono in una casa di cura in via Ecuador, perch era indispensabile fargli una radiografia. Dahlmann, mentre la carrozza di piazza li portava, pens che in un'altra abitazione, purch non fosse la sua, avrebbe potuto, finalmente, dormire. Si sent felice e facondo; non appena arriv lo spogliarono, gli rasero il capo, lo immobilizzarono con strumenti di metallo a un lettuccio, lo inondarono di luce fino alla cecit e alla vertigine, lo auscultarono e un uomo con una maschera sul volto gli piant un ago nel braccio. Si svegli con le nausee, il capo bendato, in una cella che aveva qualcosa del pozzo e, nei giorni e nelle notti che seguirono alla operazione, pot capire che era appena stato, fino a quel momento, nei dintorni dell'inferno. Il ghiaccio non gli lasciava in bocca la minima traccia di frescura. In quei giorni Dahlmann si odi scrupolosamente; odi la propria identit, le sue necessit fisiche, l'umiliazione, la barba che gli rendeva irto il volto. Sopport con stoicismo le medicazioni, che erano dolorosissime, ma quando il chirurgo gli disse che era stato sul punto di morire per una setticemia, Dahlmann si mise a piangere commiserando la propria sorte. Le miserie fisiche e l'assillante previsione delle brutte nottate non gli avevano lasciato pensare a una cosa tanto astratta come la morte. Un altro giorno il chirurgo gli disse che stava rimettendosi e che, prestissimo, avrebbe potuto andare a passare la convalescenza in campagna. Incredibilmente, il giorno promesso arriv.
Alla realt piacciono le simmetrie e i leggeri anacronismi; Dahlmann era arrivato alla clinica in una carrozza di piazza e adesso una carrozza di piazza lo portava a Constitucin. La prima frescura dell'autunno, dopo l'oppressione dell'estate, era quasi un simbolo naturale della sua sorte sottratta alla febbre e alla morte. La citt alle sette del mattino non aveva perduto quella sua aria di casa antica che le da la notte; le strade erano come lunghi vestiboli, le piazze come cortili. Dahlmann la riconosceva con gioia e con un principio di vertigine; pochi secondi prima che i suoi occhi li registrassero ricordava le svolte, i tabelloni pubblicitari, i modesti dislivelli di Buenos Aires. Nella luce gialla del giorno nascente, ogni cosa ritornava a lui.
Tutti sanno che il Sud incomincia dall'altra parte di Rivadavia. Dahlmann era solito ripetere che questa non  una linea convenzionale e che chi attraversa quella strada entra in un mondo pi antico e pi solido. Dalla carrozza, fra gli edifici nuovi, cercava la finestra con l'inferriata, il picchiotto sul battente, l'arco della porta, l'andito, il cortile interno. Nell'atrio della stazione si accorse che mancavano trenta minuti. Si ricord a un tratto che in un caff di via Brasil (a pochi metri dalla casa di Yrigoyen) vi era un gatto enorme che si lasciava accarezzare dalla gente come una sprezzante divinit. Entr. Il gatto era l, addormentato. Egli ordin una tazza di caff, la inzuccher lentamente, la assapor (un piacere che gli era stato proibito nella clinica) e pens, mentre lisciava il pelo nero, che quel contatto era illusorio e che erano come separati da un vetro, perch l'uomo vive nel tempo, nella consecuzione del tempo, e il magico animale nella attualit, nella eternit dell'attimo.
Lungo il penultimo binario il treno aspettava. Dahlmann percorse le carrozze e ne trov una quasi vuota. Mise a posto nella rete la sua valigia; quando le carrozze si mossero egli la apr e, dopo una lieve incertezza ne trasse il primo volume delle "Mille e una notte". Viaggiare con quel libro, tanto legato alla storia della sua disgrazia, era una affermazione che la disgrazia era stata sventata e una sfida gioiosa e segreta alle frustrate forze del male.
Ai lati del treno la citt si spandeva in sobborghi; questa visione e poi quella dei giardini e delle ville alberate ritardarono l'inizio della lettura. Per la verit Dahlmann lesse poco; la montagna di pietra magnetica e il genio che ha giurato di uccidere il suo benefattore erano, nessuno lo nega, meravigliosi, ma non molto pi del mattino e del fatto di esistere. La felicit lo distraeva da Sheherazade e dai suoi miracoli superflui; Dahlmann chiudeva il libro e si lasciava semplicemente vivere.
La colazione (con il brodo servito in ciotole di metallo lucente come nelle oramai lontane villeggiature dell'infanzia) fu un altro godimento dolce e tranquillo.
"Domani mi sveglier nella casa di campagna", pensava, ed era come se egli fosse due uomini in uno: quello che procedeva attraverso il giorno d'autunno e la geografia della patria, e l'altro, prigioniero in una casa di cura e sottoposto a metodiche schiavit. Vide case di mattoni senza ricordarle, squadrate e lunghe, che contemplavano all'infinito il passaggio dei treni; vide uomini a cavallo nei sentieri terrigni; vide fossati e specchi d'acqua e fattorie; vide lunghe nubi luminose che parevano di marmo e tutte queste cose erano casuali come sogni della pianura. Credette anche di riconoscere alberi e seminati cui non avrebbe saputo dare un nome, perch la sua conoscenza diretta della campagna era enormemente inferiore alla sua nozione nostalgica e letteraria.
Per un tratto dorm e nei suoi sogni vi era l'impeto del treno. Gi il bianco intollerabile sole del mezzogiorno era il sole giallo che precede il crepuscolo e che fra poco sarebbe stato rosso.
Anche lo scompartimento era diverso da quello in cui era entrato a Constitucin, quando aveva lasciato la banchina; la pianura e le ore lo avevano permeato e trasfigurato. Fuori l'ombra mobile del carrozzone si protendeva verso l'orizzonte. Non turbavano la terra elementare n borghi n altri segni umani. Tutto era ampio, ma nello stesso tempo era intimo e, in qualche modo, misterioso. Nei campi a perdita d'occhio, a volte vi era soltanto un toro. La solitudine era perfetta e forse ostile, e Dahlmann pot pensare che viaggiava verso il passato e non soltanto verso il Sud. Da questa fantasiosa congettura lo distrasse il controllore, il quale, vedendo il suo biglietto, lo avvert che il treno non lo avrebbe lasciato nella stazione di sempre ma in un'altra, un poco prima e quasi sconosciuta a Dahlmann. (L'uomo aggiunse una spiegazione che Dahlmann non cerc di capire e neppure di udire, perch la meccanica dei fatti non gli importava).
Il treno si ferm faticosamente quasi in mezzo alla campagna. Dall'altro lato dei binari stava la stazione, che era poco pi di una banchina con una tettoia. Non avevano alcun veicolo, ma il capostazione pens che forse poteva trovarne uno in uno spaccio che gli indic dieci o dodici caseggiati pi avanti.
Dahlmann accett la camminata come una piccola avventura. Il sole era gi tramontato ma un'ultima luce dava risalto alla pianura viva e silenziosa prima che la notte la cancellasse. Non tanto per non stancarsi quanto per fare durare queste cose, Dahlmann camminava adagio, aspirando l'odore del trifoglio con gioia grave e profonda.
L'emporio, un tempo era stato rosso vivo, ma gli anni avevano mitigato a suo vantaggio quel colore violento. Qualcosa nella sua povera architettura gli ricord un'incisione, probabilmente di un'antica edizione di "Paolo e Virginia". Attaccati al recinto vi erano alcuni cavalli. Dahlmann, entrato, credette di riconoscere il padrone; poi comprese che lo aveva tratto in inganno la sua somiglianza con uno degli addetti alla clinica. L'uomo, sentito il suo caso, disse che avrebbe ordinato di attaccare la giardiniera; per aggiungere un altro fatto a quel giorno e per riempire il tempo, Dahlmann decise di mangiare nello spaccio.
A un tavolo stavano mangiando e bevendo rumorosamente alcuni ragazzi ai quali Dahlmann da principio non fece caso. A terra, appoggiato contro il banco, stava accoccolato, immobile come una cosa, un uomo vecchissimo. I molti anni lo avevano ridotto e levigato come le acque una pietra o come le generazioni degli uomini una sentenza. Era scuro, piccolo e rinsecchito, era come fuori del tempo, in un'eternit. Dahlmann osserv con soddisfazione la fascia intorno alla fronte, il poncio di baietta, il lungo panno avvolto ai fianchi, lo stivale di gamba di puledro e disse fra s, ricordando oziose discussioni con gente delle fazioni del Nord o di nativi di Entre Rios, che butteri di quello stampo, oramai, non ve n'erano pi se non nel Sud.
Dahlmann prese posto accanto alla finestra. L'oscurit andava adagiandosi sulla campagna, ma il suo odore e i suoi rumori gli giungevano ancora dalle inferriate. Il padrone gli port sardine e poi carne arrostita; Dahlmann la mand gi con qualche bicchiere di vino rosso. Oziosamente assaporava con il palato il gusto asprigno e lasciava errare lo sguardo nel locale, gi un poco sonnolento. Da una trave pendeva la lampada a cherosene; i clienti dell'altro tavolo erano tre: due di essi si sarebbe detto che fossero braccianti di fattoria; l'altro, dai tratti di meticcio e dall'aria sfrontata, beveva con il cappellone in testa. A un tratto Dahlmann si sent leggermente sfiorare il volto. Accanto al bicchiere ordinario di vetro torbido, sopra una riga della tovaglia, vi era una pallina di mollica. Tutto qui, ma qualcuno doveva avergliela tirata.
Quelli dell'altro tavolo parevano estranei alla cosa. Dahlmann, perplesso, stabil che non era accaduto nulla e apr il volume delle "Mille e una notte" quasi per nascondere la realt. Un'altra pallina lo colp dopo pochi minuti e questa volta i braccianti si misero a ridere. Dahlmann disse fra s che non aveva paura, ma sarebbe stata una grossa sciocchezza che lui, un convalescente, si lasciasse trascinare da sconosciuti a una scombinata rissa. Risolse di uscire; era gi in piedi quando il padrone gli si avvicin e lo esort con voce preoccupata:
"Signor Dahlmann, non faccia caso a quei ragazzi che sono mezzo ubriachi".
Dahlmann non si meravigli che quell'uomo adesso lo conoscesse, ma sent che quelle parole concilianti aggravavano, di fatto, la situazione. Prima, la provocazione dei braccianti era fatta a un volto accidentale, quasi a nessuno; adesso era fatta contro di lui e contro il suo nome e la gente del paese lo avrebbe saputo. Dahlmann allontan con un gesto il padrone, si pose di fronte ai braccianti e domand che cosa andassero cercando.
Lo smargiasso dal volto di meticcio si alz traballando. A un passo da Juan Dahlmann lo ingiuri a gran voce, come se fosse lontanissimo. Si divertiva a esagerare la sua ubriachezza e questa esagerazione era feroce e burlesca. Tra parolacce e oscenit tir fuori un lungo coltello, lo segu con gli occhi, lo palleggi e invit Dahlmann a lottare. Il padrone obiett con voce tremula che Dahlmann era disarmato. In quel momento accadde qualcosa di imprevedibile.
Da un angolo il vecchio buttero estatico, nel quale Dahlmann aveva veduto un simbolo del Sud (del Sud che era suo) gli tir una daga nuda che gli cadde giusto ai piedi. Era come se il Sud avesse stabilito che Dahlmann doveva accettare il duello. Dahlmann si chin a raccogliere la daga e sent due cose. La prima, che questo atto quasi istintivo lo impegnava a combattere. La seconda che l'arma nella sua mano inabile non avrebbe servito a difenderlo, ma a giustificare che lo ammazzassero. Qualche volta aveva giocato con un pugnale, come tutti gli uomini, ma la sua scherma non andava al di l della sola nozione che i colpi debbono andare verso l'alto e con il filo in dentro. "Non avrebbero permesso nella clinica che mi succedessero queste cose", pens.
"Andiamo fuori", disse l'altro.
Uscirono, e se in Dahlmann non vi era speranza, non vi era neppure timore. Sent, nel varcare la soglia, che morire in una lotta a coltello, a cielo aperto e per difesa, sarebbe stata una liberazione per lui, una felicit e una festa, la prima notte nella casa di cura, quando gli avevano piantato l'ago. Sent che se egli allora avesse potuto scegliere o sognare la propria morte, questa era la morte che avrebbe scelto o sognato.
Dahlmann impugna con mano ferma il coltello che forse non sapr adoperare, ed esce nella pianura.



PAGINA IN MEMORIA DEL COLONNELLO SUAREZ, VITTORIOSO A JUNIN.


Che cosa importano le privazioni, il confino,
l'umiliazione di invecchiare, l'ombra crescente
del dittatore sulla patria, la casa nel Barrio del Alto
che i fratelli vendettero mentre lui combatteva, gli inutili giorni
(quelli che uno spera di dimenticare, quelli che sa che dimenticher)
se ha avuto la sua ora alta, a cavallo
nella chiara e aperta pampa di Junn come su uno scenario di futuro,
come se l'anfiteatro di montagne fosse il futuro.

Che cosa importa il tempo che fluisce
se vi fu in esso una pienezza, un'estasi, una sera.
Serv tredici anni nelle guerre d'America. Poi lo port
la sorte allo Estado Oriental, ai campi del Rio Negro.

Sull'imbrunire ogni sera doveva pensare
che per lui quella rosa era fiorita:
la rossa battaglia di Junn, il momento infinito
in cui le lance frusciarono, l'ordine che mosse la battaglia,
la rotta dell'inizio e tra i fragori
(brusco per lui quanto per i soldati)
il suo grido incitare i peruviani all'assalto,
la luce, lo slancio e la fatalit dell'urto,
il labirinto furioso degli eserciti,
la battaglia di lance, senza l'eco di un colpo,
il "godo" trafitto dal ferro,
la vittoria, la gioia, la fatica, un alito di sonno,
la gente che moriva nei pantani
e Bolvar che pronunciava parole indubbiamente storiche
e il sole gi al tramonto e il ritrovato sapore dell'acqua e del vino,
e quel morto senza volto che la battaglia ha pestato e cancellato...

Il pronipote scrive questi versi e una tacita voce
gli giunge dal remoto del sangue:
- Che cosa importa la mia battaglia di Junn se  una gloriosa memoria,
la data che si impara per un esame, un luogo nell'atlante.
Eterna  la battaglia e pu far senza la pompa
di eserciti schierati con trombettieri;
Junn son due civili che a una svolta di strada maledicono un tiranno
o un uomo oscuro che in prigione muore.



IL MORTO.


Che un uomo dei sobborghi di Buenos Aires, che un triste bravaccio senza altra virt fuorch l'infatuazione del coraggio, vada a internarsi nei deserti equestri della frontiera del Brasile e arrivi a diventare capo di contrabbandieri, si direbbe a priori impossibile. A chi la pensa cos voglio raccontare il caso di Benjamin Otlora, del quale forse non  rimasto ricordo nel rione di Balvanera e che mor da pari suo, di una pallottola, sui confini di Rio Grande do Sul. Ignoro i particolari della sua avventura; qualora mi fossero rivelati dovrei rettificare e ampliare queste pagine. Per adesso pu essere utile questo riassunto.
Benjamin Otlora, nel 1891, ha diciannove anni.  un ragazzone con la fronte bassa, limpidi occhi azzurri, la robustezza basca; una pugnalata bene assestata gli ha rivelato che  un uomo coraggioso; non lo turba la morte del suo avversario e neppure la necessit immediata di fuggire dalla repubblica. Il capo della contrada gli d una lettera per un certo Azevedo Bandeira, dell'Uruguay. Otlora si imbarca, la traversata  tempestosa, il legno scricchiola; il giorno dopo egli vaga per le strade di Montevideo con una inconfessata e forse ignorata tristezza. Non trova Azevedo Bandeira; verso mezzanotte in uno spaccio del Paso del Molino assiste a un alterco fra mandriani. Un coltello luccica; Otlora non sa da che parte stia la ragione, ma il semplice sapore del pericolo lo attira come altri il gioco a carte o la musica. Nella mischia para una pugnalata bassa che un mandriano tira a un uomo in bombetta nera e mantello. Risulta, in seguito, che costui  Azevedo Bandeira. (Otlora, quando lo viene a sapere, strappa la lettera, perch preferisce dovere tutto a se stesso). Azevedo Bandeira, per quanto robusto, d la inspiegabile impressione di essere deforme; nel suo volto, sempre eccessivamente accostati, stanno il giudeo il negro e l'indio; nel suo portamento la scimmia e la tigre; la cicatrice che gli attraversa il volto  un ornamento in pi, come i baffi neri setolosi.
Impulso o errore dell'alcool, l'alterco cessa con la medesima rapidit con cui ha avuto inizio. Otlora beve con i mandriani e poi li accompagna a una baldoria e poi a un casone nella Citt Vecchia, con il sole gi levato da un pezzo. Nell'ultimo cortile, che  di terra battuta, gli uomini stendono l'occorrente per dormire. Oscuramente Otlora confronta questa con la notte prima; ora ha i piedi sulla terra ferma, tra amici. Lo turba qualche rimorso, questo s, di non sentir la mancanza di Buenos Aires. Dorme fino all'avemaria, quando lo sveglia il paesano che, ubriaco, aveva aggredito Bandeira. (Otlora ricorda che quest'uomo ha condiviso con gli altri la nottata di tumulto e di baldoria e che Bandeira lo aveva fatto sedere alla sua destra e lo aveva obbligato a bere ancora). L'uomo gli dice che il padrone lo vuole vedere. In una specie di ufficio che da sull'atrio (Otlora non ha mai visto un atrio con le porte laterali) Azevedo Bandeira lo sta aspettando con una bianca e altezzosa donna dai capelli rossi. Bandeira lo valuta attentamente, gli offre un bicchiere di acquavite di canna, gli ripete che gli fa l'impressione di un uomo coraggioso, gli propone di andare al Nord con gli altri a condurre un branco. Otlora accetta; verso l'alba  in cammino, diretto a Tacuaremb.
Incomincia allora per Otlora una vita diversa, una vita di immensi mattini e giornate che hanno l'odore del cavallo. Questa vita  nuova per lui, e a volte atroce, ma gli  gi entrata nel sangue, perch allo stesso modo che gli uomini di altre nazioni adorano il mare e lo intendono al fiuto, cos noi (anche l'uomo che sta tessendo questi simboli) agognamo alla pianura senza fine che risuona sotto gli zoccoli. Otlora  cresciuto nei rioni del carrettiere e dello squartatore; in meno di un anno diventa buttero. Impara a domare bradi, ad abituare i cavalli alla vita nel branco, a macellare, a maneggiare il laccio che soggioga e le corde tripartite che abbattono, a resistere al sonno, alle bufere, alle gelate e al sole ardente, a incitare il branco con il fischio e con il grido. Soltanto una volta, durante quel tempo di tirocinio, vede Azevedo Bandeira ma lo ha molto presente, perch essere un "uomo di Bandeira" vuol dire essere considerato e temuto, e perch, dinanzi a qualsiasi prodezza, i butteri dicono che Bandeira sa fare di meglio. Qualcuno  del parere che Bandeira sia nato sull'altro versante del Cuareim, nel Rio Grande do Sul; questo, che dovrebbe diminuirlo, lo arricchisce oscuramente di dense foreste, di paludi, di inestricabili e quasi infinite distanze. Gradualmente, Otlora comprende che gli affari di Bandeira sono molteplici, e che il pi importante  il contrabbando. Essere cavallaro equivale a essere un servo; Otlora si propone di salire a contrabbandiere. Due dei suoi compagni, una notte taglieranno la frontiera per ritornare con alcune partite di canna; Otlora provoca uno di essi, lo ferisce e prende il suo posto. Lo spinge l'ambizione e anche una oscura fedelt. "Che quell'uomo" (pensa) "arrivi finalmente a capire che io valgo pi di tutti i suoi uruguayani messi insieme".
Passa ancora un anno prima che Otlora ritorni a Montevideo. Percorrono le rive, la citt (che a Otlora sembra grandissima); arrivano alla casa del padrone; gli uomini stendono i giacigli nell'ultimo cortile. I giorni passano e Otlora non ha visto Bandeira. Dicono, con timore, che  ammalato; un mulatto di solito sale nella sua stanza con la tazza del brodo e con il mate. Un pomeriggio questo compito  affidato a Otlora. Egli si sente vagamente umiliato ma anche soddisfatto.
La stanza da letto  disadorna e buia. Vi  un balcone che guarda a ponente, vi  un lungo tavolo con un risplendente disordine di talleri, di staffili, di cinturoni, di armi da fuoco e di armi bianche, vi  uno specchio lontano che ha la luce appannata. Bandeira giace supino; sogna e si lamenta; si staglia in un raggio netto del sole cadente. L'ampio letto bianco sembra lo renda pi piccolo e pi scuro; Otlora osserva la canizie, la fatica, la flaccidezza, le crepe degli anni. Lo solleva il fatto che queste cose stiano consumando quel vecchio. Pensa che basterebbe un colpo e sarebbe finita per lui. In quel momento, vede nello specchio che  entrato qualcuno.  la donna dai capelli rossi;  mezzo svestita e scalza e lo guarda con fredda curiosit. Bandeira si solleva a sedere sul letto; mentre parla di cose della campagna e sorseggia un mate dopo l'altro, le sue dita giocano con le trecce della donna. Infine d a Otlora il permesso di andarsene.
Qualche giorno dopo, arriva loro l'ordine di recarsi al Nord. Salgono a una fattoria sperduta, come pu essere in un luogo qualsiasi della sconfinata pianura. Non alberi, non un corso d'acqua la rallegrano, il sole la dardeggia dal primo all'ultimo raggio. Vi sono recinti di pietra per il bestiame, che  cornuto e d molto da fare. Si chiama El Suspiro, questo povero stabilimento.
Otlora sente dire nel crocchio dei mandriani che Bandeira non tarder ad arrivare da Montevideo. Domanda perch; qualcuno spiega che vi  un forestiero il quale si d arie da buttero e sta cercando di farla troppo da padrone. Otlora comprende che  uno scherzo ma lo lusinga che questo scherzo sia possibile. Viene a sapere poi che Bandeira si  inimicato con uno dei capi politici e che costui gli ha tolto il suo appoggio. La notizia gli fa piacere.
Arrivano cassoni di lunghe armi; arriva una brocca e una catinella d'argento per la stanza della donna; arrivano tende di complicato damasco; arriva dalle montagne, una mattina, a cavallo, un uomo scuro con la barba folta e il mantello. Si chiama Ulpiano Surez ed  il "capanga" e la guardia del corpo di Azevedo Bandeira. Parla pochissimo e con la cadenza brasiliana. Otlora non sa se attribuire la sua riservatezza a ostilit, a superbia o a semplice selvatichezza. Sa questo, per, che per il piano che sta macchinando deve guadagnarsene l'amicizia.
Entra poi nel destino di Benjamin Otlora un purosangue indiano, nero dal muso alle zampe, dalla criniera alla coda, che porta dal Sud Azevedo Bandeira e ostenta sfarzosi finimenti a borchie lucenti e gualdrappa orlata di pelle di tigre. Quel cavallo superbo  un simbolo dell'autorit del padrone e per questo il ragazzo lo agogna e arriva anche a desiderare, con un desiderio astioso, la donna dai capelli splendenti. La donna, la gualdrappa, il nobile palafreno, sono gli attributi o le qualifiche di un uomo che egli aspira a distruggere.
Qui la storia si complica e precipita. Azevedo Bandeira  abile nell'arte della intimidazione progressiva, nella satanica manovra di umiliare gradatamente l'interlocutore, combinando la verit e lo scherzo; Otlora stabilisce di applicare il medesimo metodo ambiguo nel duro impegno che si propone. Stabilisce di soppiantare lentamente Azevedo Bandeira. Ottiene, in giornate di comune pericolo, l'amicizia di Surez. Gli confida il suo progetto; Surez gli promette di aiutarlo. Molte cose in seguito accadono una dopo l'altra, ma ne conosco soltanto qualcuna. Otlora non obbedisce a Bandeira; capita che dimentica i suoi ordini, li corregge, li inverte. Tutto quanto pare cospiri con lui, e accelera gli avvenimenti. Una volta, sul mezzogiorno, accade negli accampamenti di Tacuaremb una sparatoria con gente del Rio Grande; Otlora usurpa il posto di Bandeira e prende il comando degli uruguayani. Una pallottola gli fora una spalla, ma quella sera Otlora ritorna al Suspiro sul purosangue del padrone, quella sera alcune gocce del suo sangue macchiano la pelle di tigre e quella notte dorme con la donna dai capelli luminosi. Altre versioni cambiano l'ordine di questi fatti e negano che siano accaduti in un giorno solo.
Bandeira tuttavia  sempre nominalmente il capo. D ordini che non vengono eseguiti; Benjamin Otlora non lo tocca per un senso di consuetudine e insieme di piet.
L'ultima scena della storia riguarda lo scompiglio dell'ultima sera. Quella sera gli uomini del Suspiro mangiano carne appena macellata e bevono un alcool litigioso; qualcuno arpeggia all'infinito un lamentoso canto popolare. A capo tavola Otlora, ubriaco, monta esultanza su esultanza, giubilo su giubilo. Quella torre di follie  un simbolo del suo ineluttabile destino. Bandeira, taciturno fra quegli uomini che gridano, lascia fluire chiassosa la serata. Quando suonano i rintocchi delle dodici, si alza come uno che si ricordi di un impegno. Si alza e batte leggermente alla porta della donna. Ella apre immediatamente, come se aspettasse la chiamata. Esce mezzo vestita e scalza. Con voce che si fa effeminata e strascicata il capo ordina:
"Dato che voi e l'argentino del porto vi amate tanto, adesso gli darete un bacio sotto gli occhi di tutti".
Aggiunge una circostanza brutale. La donna tenta di resistere ma due uomini l'hanno presa per le braccia e la gettano contro Otlora. Struggendosi in lagrime, gli bacia il volto e il petto. Ulpiano Surez ha impugnato la pistola. Otlora comprende, prima di morire, che fin dal principio lo hanno tradito, che  stato condannato a morte, che gli hanno permesso l'amore, il comando, il trionfo, perch lo consideravano gi morto, perch per Bandeira era gi morto. Surez, quasi con disprezzo, fa fuoco.



MATTEO, XXV, 30.


Il primo ponte di Constitucin e ai miei piedi
fragore di treni che tessevano labirinti di ferro.
Fumo e sibili scalavano la notte
e di colpo fu il Giudizio finale. Lontano, dall'invisibile orizzonte
e dal profondo dell'essere mio, una voce infinita
disse queste cose (queste cose, non queste parole,
che sono la mia povera traduzione temporale di una sola parola):
astri, pane, biblioteche orientali e occidentali,
giochi di carte e di scacchi, gallerie, abbaini e sotterranei,
un corpo umano per andare sulla terra,
unghie che crescono nella notte, nella morte,
ombra che dimentica, zelanti specchi che moltiplicano,
declivi della musica, la pi docile fra le forme del tempo,
frontiere del Brasile e dell'Uruguay, cavalli e mattini,
un peso di bronzo e un esemplare della Saga di Grettir,
algebra e fuoco, la carica di Junn nel tuo sangue,
giorni pi fertili di Balzac, il profumo della madreselva,
amore e vespri d'amore e intollerabili ricordi,
il sonno come un tesoro sepolto, il caso generoso
e la memoria, che l'uomo non guarda senza vertigine,
tutto questo ti fu donato, e anche
l'antico alimento degli eroi:
la falsit, la sconfitta, l'umiliazione.
Inutilmente ti abbiamo prodigato l'oceano,
inutilmente il sole, che videro gli stupefatti occhi di Whitman;
hai consumato gli anni ed essi ti hanno consumato,
e nonostante tutto non hai scritto il poema.



FUNES, LA MEMORIA IN PERSONA.


Lo ricordo (non ho il diritto di pronunciare questo verbo sacro, soltanto un uomo sulla terra ha avuto questo diritto e quell'uomo  morto) con una scura passiflora in mano, vedendola come nessuno l'ha veduta, quand'anche l'avesse guardata dal crepuscolo del giorno fino a quello della sera, per tutta un'intera vita. Lo ricordo, il volto taciturno del colore degli indigeni e singolarmente "remoto", dietro la sigaretta.
Ricordo (credo) le sue mani affilate di tessitore. Ricordo accanto a quelle mani una ciotola, con lo stemma della Banda Oriental, ricordo alla finestra della casa una stuoia gialla con un vago paesaggio lacustre. Ricordo chiaramente la sua voce; la voce pausata, risentita e nasale del rivierasco antico, senza le sibilanti italiane di adesso. Non lo vidi pi di tre volte; l'ultima nel 1887... Mi sembra un progetto felicissimo che tutti coloro i quali lo hanno avvicinato scrivano di lui; la mia testimonianza forse sar la pi breve e senza dubbio la pi povera, ma non la meno imparziale del volume che voi pubblicherete. La mia deplorevole condizione di argentino mi impedir di incorrere nel ditirambo, genere obbligatorio nell'Uruguay, quando sia in argomento un uruguayano. "Letterato, bellimbusto, argentino del porto", Funes non disse queste parole ingiuriose, ma mi risulta in modo sufficiente che io rappresentavo per lui queste disgrazie. Pedro Leandro Ipuche ha scritto che Funes era un precursore dei superuomini, "uno Zarathustra selvatico e vernacolo"; non lo discuto ma non bisogna dimenticare che era anche un bravaccio di Fray Bentos, con certe inemendabili limitazioni.
Il mio primo ricordo di Funes  molto nitido. Lo vedo in un vespro di marzo o di febbraio dell'ottantaquattro. Mio padre, quell'anno, mi aveva portato in villeggiatura a Fray Bentos. Io ritornavo con mio cugino Bernardo Haedo dalla fattoria di San Francisco. Ritornavamo cantando, a cavallo, e questa non era l'unica circostanza della mia felicit. Dopo un giorno tetro, una enorme tormenta color lavagna aveva nascosto il cielo. La sospingeva il vento del Sud, e gi gli alberi impazzivano; io avevo il timore (la speranza) che l'acqua elementare ci cogliesse allo scoperto. Si galoppava in una specie di gara con la bufera. Entrammo in un viottolo profondamente incassato tra due altissimi argini di mattone. Si era fatto buio di colpo; udii in alto passi rapidi e quasi segreti; levai gli occhi e vidi un ragazzo che correva sull'argine stretto e sbrecciato come in cima a uno stretto e sbrecciato muro. Ricordo i calzoni a campana con lo spacco ai lati, i calzari di sparto, ricordo la sigaretta nella bocca dura incontro al nuvolone oramai senza limiti. Bernardo gli grid imprevedibilmente: "Che ore sono, Ireneo?" Senza consultare il cielo, senza fermarsi, l'altro rispose: "Mancano quattro minuti alle otto, giovine Bernardo Juan Francisco". La voce era acuta, e beffarda.
Sono tanto distratto che il dialogo riferito or ora non avrebbe richiamato la mia attenzione se non lo avesse ricalcato mio cugino, stimolato (credo) da un certo orgoglio locale e dal desiderio di mostrarsi indifferente alla replica tripartita dell'altro.
Mi disse che il ragazzo del viottolo era un certo Ireneo Funes, noto per alcune stranezze come quella di non dar confidenza a nessuno e quella di sapere sempre l'ora esatta, come un orologio. Aggiunse che era figlio di una stiratrice del paese, Maria Clementina Funes, e che, a quanto diceva qualcuno, suo padre era un medico della fabbrica di estratti di carne, un inglese O'Connor, e a quanto dicevano altri un domatore o un grossista di carne del dipartimento del Salto. Viveva con sua madre dalle parti dell'incrocio dei Laureles.
Nell'ottantacinque e nell'ottantasei passammo le vacanze nella citt di Montevideo. Nell'ottantasette ritornai a Fray Bentos. Domandai, come  naturale, di tutti i conoscenti e, infine, del "cronometro Funes". Mi risposero che un cavallo non del tutto domato lo aveva disarcionato nella fattoria di San Francisco e che era rimasto paralizzato per tutta la vita, senza speranza. Ricordo l'impressione sgradevole di magia che la notizia produsse in me; l'unica volta che lo avevo veduto, noi venivamo a cavallo da San Francisco e lui vi andava quasi librato in alto; il fatto, sulle labbra di mio cugino Bernardo, mi faceva l'effetto di un sogno elaborato con elementi precedenti. Mi dissero che non si muoveva dalla brandina, con gli occhi immobili sul fico del rustico o su una ragnatela. Sul far della sera si lasciava portare alla finestra. Spingeva la fierezza al punto di fingere che fosse un beneficio il colpo dal quale era stato fulminato... Lo vidi due volte dietro l'inferriata che sottolineava crudamente la sua condizione di prigioniero per sempre: una volta, immobile, con gli occhi chiusi; un'altra, pure immobile, assorto nella contemplazione di un profumato ramoscello di santonico.
Non senza un poco di vanagloria avevo incominciato in quel tempo lo studio metodico del latino. Nella valigia avevo il "De viris illustribus" di Lhomond, il "Thesaurus" di Quicherat, i "Commentarii" di Giulio Cesare e il solo primo volume della "Naturalis historia" di Plinio che superava (e continua a superare) le mie modiche virt di latinista. In un paese piccolo tutto si propala; Ireneo nella sua casupola rivierasca non tard a essere informato dell'arrivo di questi libri eccezionali. Mi indirizz una lettera fiorita e cerimoniosa, nella quale ricordava il nostro incontro, sfortunatamente fuggevole "del sette febbraio dell'ottantaquattro", ponderava i gloriosi servigi che don Gregorio Haedo, mio zio, morto proprio in quell'anno, "aveva prestato alle due patrie nell'epica giornata di Ituzaing", e mi chiedeva il prestito di qualcuno di quei volumi, accompagnato da un dizionario "per la buona comprensione del testo originale, perch ancora ignoro il latino". Prometteva di restituirmeli in buono stato, quasi immediatamente. La lettera era perfetta, molto ben filata; l'ortografia, del tipo preconizzato da Andrs Bello: "i" invece di "y", "y" invece di "g". Da principio, temetti naturalmente uno scherzo. I miei cugini mi assicurarono di no, che Ireneo era proprio cos. Non sapevo se attribuire a insolenza, a ignoranza o a stupidit l'idea che l'arduo latino richiedesse come solo strumento un dizionario: per deluderlo completamente gli mandai il "Gradus ad Parnassum" di Quicherat e l'opera di Plinio.
Il quattordici febbraio mi telegrafarono da Buenos Aires che ritornassi immediatamente, perch mio padre non andava "niente bene". Dio mi perdoni; il prestigio di essere il destinatario di un telegramma urgente, il desiderio di far sapere a tutto Fray Bentos la contraddizione fra la forma negativa della notizia e il perentorio avverbio, la tentazione di drammatizzare il mio dolore, fingendo un virile stoicismo, forse mi distrassero da ogni possibilit di dolore. Nel preparare la valigia, mi accorsi che mi mancavano il "Gradus" e il primo volume della "Naturalis historia". Il "Saturno" salpava il giorno dopo, nella mattinata; quella sera, dopo cena, mi avviai a casa di Funes. Mi meravigli che la sera fosse pesante non meno del giorno.
Nel decente casolare mi ricevette la madre di Funes.
Mi disse che Ireneo era nella stanza del rustico e che non mi stupissi di trovarlo al buio, perch Ireneo sapeva passare le ore perse senza accendere la candela. Attraversai il cortile di piastrelle, il piccolo corridoio; arrivai al secondo cortile. Vi era una vite rampicante a pergola; il buio pot sembrarmi completo. Udii a un tratto l'alta e scherzosa voce di Ireneo. Quella voce parlava in latino; quella voce (che veniva dalle tenebre) articolava con lenta delizia un discorso o una orazione o un incantesimo. Risuonarono le sillabe romane nel cortile di terra battuta; il mio timore le credeva indecifrabili, interminabili; poi, nell'enorme dialogo di quella notte, seppi che costituivano il primo paragrafo del ventiquattresimo capitolo del libro settimo della "Naturalis historia". Argomento di quel capitolo  la memoria; le ultime parole furono "ut nihil non iisdem verbis redderetur auditum".
Senza cambiare affatto tono di voce, Ireneo mi disse di entrare. Stava nella brandina fumando. Mi pare che non vidi il suo volto fino all'alba; credo di ricordare la brace momentanea della sigaretta. La stanza sapeva leggermente di umidit. Mi sedetti; ripetei la storia del telegramma e dell'infermit di mio padre.
Vengo, ora, al punto pi difficile del mio racconto. Esso ( bene che oramai il lettore lo sappia) non ha altro argomento se non quel dialogo su cui  passato mezzo secolo. Non tenter di ripetere le sue parole, irrecuperabili adesso. Preferisco riassumere con fedelt le molte cose che mi disse Ireneo. Lo stile indiretto  remoto e debole; so che sacrifico l'efficacia del mio racconto; immaginino da s, i miei lettori le frasi interrotte che mi oppressero quella notte.
Ireneo incominci a enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa citati nella "Naturalis historia": Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati dei suoi eserciti; Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nei ventidue idiomi parlati nel suo impero; Simonide, inventore della mnemotecnia; Metrodoro che professava l'arte di ripetere con fedelt quello che aveva ascoltato una sola volta. Con evidente buona fede si meravigli che casi simili destassero meraviglia. Mi disse che prima di quella sera piovosa in cui il focoso alipede lo rovesci, egli era stato quello che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. (Cercai di ricordargli la sua esatta percezione del tempo, la sua memoria dei nomi propri, ma non mi diede retta). Diciannove anni aveva vissuto come uno che sogna: guardava senza vedere, udiva senza sentire, dimenticava tutto, quasi tutto. Nel cadere aveva perduto conoscenza; quando la recuper, il presente era quasi insostenibile tanto era ricco e nitido, e anche i pi antichi e pi comuni ricordi. Poco dopo constat che era paralizzato. La cosa non gli import molto. Comprese (sent) che l'immobilit era un prezzo minimo. Ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Noi, con una occhiata, percepiamo tre bicchieri sopra un tavolo. Funes tutti i virgulti e i grappoli e i frutti di tutta una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell'alba del trenta aprile del 1882 e poteva paragonarle nel ricordo con le venature di un libro rilegato in pelle che aveva guardato una volta sola e con le linee della spuma sollevata da un remo nel Rio Negro la vigilia dell'impresa di Quebracho. Quei ricordi non erano semplici; ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche, eccetera. Poteva ricostruire tutti i sogni, tutti i dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito un intero giorno; non aveva mai dubbi, ma ogni ricostruzione aveva richiesto un giorno intero. Mi disse: "Ho pi ricordi io solo di quanti ne abbiano avuto tutti gli uomini da che mondo  mondo". E anche: "I miei sonni sono come per voi l'essere desto". E verso l'alba, disse ancora: "La mia memoria, signore,  come uno smaltitoio di rifiuti". Una circonferenza in una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che possiamo intuire pienamente; la stessa cosa accadeva a Ireneo con la burrascosa criniera di un puledro, con un pezzetto di carne sulla coltella, con il fuoco mutevole, con la innumerevole cenere, con i molti volti di un morto in una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedesse nel cielo.
Queste cose mi disse; n allora n poi le ho messe in dubbio. In quel tempo non vi erano cinematografi n fonografi; , tuttavia, inverosimile e persino incredibile che nessuno facesse un esperimento con Funes. Certo  che viviamo rinviando tutto quanto si pu rinviare; forse tutti sappiamo nel profondo che siamo immortali e che, presto o tardi, ogni uomo possieder tutto e sapr tutto.
La voce di Funes, nel buio, continuava a parlare.
Mi disse che nel 1886 aveva ideato un sistema originale di numerazione e che in pochissimi giorni aveva oltrepassato il ventiquattromila. Non lo aveva scritto perch le cose pensate una volta non potevano pi svanirgli dalla mente. Il suo primo impulso, credo, fu il fastidio che il numero trentatr orientale richiedesse due segni e tre parole(1), in luogo di una sola parola e di un solo segno. Applic poi questo principio strampalato agli altri numeri. Invece di settemilatredici, diceva (per esempio) "Mximo Prez"; invece di settemilaquattordici, "El Ferrocarril"; altri numeri erano "Luis Melin Lafinur, Olimar, azufre, los bastos, la ballena, el gas, la caldera, Napolen, Agustin de Vedia". Invece di cinquecento diceva "nueve". Ogni parola aveva un segno particolare, una specie di emblema; le ultime erano molto complicate... Tentai di spiegargli che quella rapsodia di voci sconnesse era esattamente il contrario di un sistema di numerazione. Gli dissi che dire 365 era dire tre centinaia, sei decine e cinque unit; analisi quantitativa che non esiste in "numeri" come "El Negro Timoteo" o "manta de carne". Funes non mi intese o non volle intendermi.
Locke, nel decimosettimo secolo, propose (e ripudi) un idioma impossibile nel quale ogni cosa individualmente, ogni pietra, ogni uccello e ogni frasca avesse un nome proprio; Funes progett una volta un idioma analogo, ma lo abbandon perch gli pareva troppo generico, troppo ambiguo. Effettivamente Funes ricordava non soltanto ogni foglia di ogni albero di ogni monte, ma ciascuna delle volte che l'aveva veduta o immaginata. Risolse di ridurre ognuna delle sue giornate passate a circa settantamila ricordi che poi avrebbe definito in cifre. Lo dissuasero due considerazioni: la consapevolezza che il compito era interminabile, la consapevolezza che era inutile. Pens che al momento di morire, non avrebbe ancora finito di classificare tutti i ricordi dell'infanzia.
I due progetti che ho indicato (un vocabolario infinito per la serie naturale dei numeri, un inutile catalogo mentale di tutte le immagini del ricordo) sono insensati, ma rivelano una certa balbettante grandezza. Ci lasciano intravedere o dedurre il vertiginoso mondo di Funes. Egli, non dimentichiamolo, era quasi incapace di concetti generali, platonici. Non soltanto era uno sforzo per lui comprendere che il simbolo generico "cane" abbracciasse tanti esseri individuali diversi, di diverse misure e di forma diversa; gli dava fastidio che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte). Il suo stesso volto nello specchio, le sue mani stesse ogni volta lo sorprendevano. Swift riferisce che l'imperatore di Lilliput discerneva il movimento della lancetta dei minuti; Funes scorgeva senza interruzione i quieti progressi della corruzione, della carie, della fatica. Osservava i procedimenti della morte, dell'umidit. Era il solitario e lucido spettatore di un mondo multiforme, istantaneo e quasi insopportabilmente esatto. Babilonia, Londra e New York hanno offuscato con uno splendore feroce l'immaginazione degli uomini, nessuno nelle loro torri gremite, nei loro viali frettolosi, ha sentito il calore e l'urgenza di una realt infaticabile quanto quella che, giorno e notte, convergeva sull'infelice Ireneo, nel suo povero sobborgo sudamericano. Gli era difficilissimo dormire. Dormire  distrarsi dal mondo; Funes supino nella brandina, nell'ombra, si raffigurava ogni crepa e ogni modanatura delle singole case che lo circondavano. (Ripeto che il meno importante dei suoi ricordi era pi minuzioso e pi vivo della nostra percezione di un godimento fisico o di un tormento fisico). Dalle parti dell'Est, in un tratto non diviso in isolati, vi erano case nuove, sconosciute. Funes le immaginava nere, compatte, fatte di omogenea tenebra; in quella direzione, per dormire, egli volgeva il viso. Era solito anche immaginarsi nel fondo del fiume, cullato e annullato dalla corrente.
Aveva imparato senza sforzo l'inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Pensare  dimenticare le differenze,  generalizzare,  astrarre. Nel gremito mondo di Funes vi erano soltanto particolari quasi immediati.
Il timido chiarore dell'alba entr dal cortile di terra battuta.
Allora vidi il volto della voce che aveva parlato tutta la notte. Ireneo aveva diciannove anni; era nato nel 1868; mi parve monumentale come il bronzo, pi antico dell'Egitto, anteriore agli oracoli e alle piramidi. Pensai che ogni mia parola (che ogni mio gesto) sarebbe durata nella sua implacabile memoria; mi trattenne il timore di moltiplicare sembianze inutili.
Ireneo Funes mor nel 1889, di una congestione polmonare.



NUOVA CONFUTAZIONE DEL TEMPO.

"Vor mir war Keine Zeit, nach mir wird Keine seyn. Mit mir gebiert sie sich, mit mir geht sie auch ein".
[Davanti a me non c'era nessun tempo, dopo di me non ce ne sar. Con me [il tempo] nasce, con me finisce. (N.d.T.)]
Daniel von Czepko, "Sexcenta monodisticha sapientum, I I I, I I (1655).


PROLOGO.

Pubblicata alla met del diciottesimo secolo, questa confutazione (o il suo titolo) avrebbe potuto sopravvivere nelle bibliografie di Hume e magari avrebbe meritato una riga di Huxley o di Kemp Smith. Pubblicata nel 1947, dopo Bergson,  l'anacronistica "reductio ad absurdum" di un sistema passato o, peggio ancora, il debole artificio di un argentino che si  smarrito nella metafisica. Entrambe le congetture sono verosimili e forse vere; per correggerle non posso promettere, in cambio della mia rudimentale dialettica, una conclusione inaudita. La tesi che bandir  antica quanto la freccia di Zenone o quanto il carro del re greco, nel "Milinda Paha"; la novit, se c', consiste nell'applicare a questo fine il classico strumento di Berkeley. Egli e il suo continuatore David Hume abbondano di frasi che contraddicono o respingono la mia tesi; credo di avere dedotto, nonostante tutto, la conseguenza inevitabile della loro dottrina.
Il primo articolo A)  del 1944 e comparve nel numero 115 della rivista "Sur"; il secondo, del 1946,  una revisione del primo. Deliberatamente non feci dei due un solo articolo volendo significare che la lettura di due testi analoghi pu facilitare la comprensione d una materia indocile.
Una parola sul titolo. Non mi nascondo che esso  un esempio della mostruosit che i logici hanno denominato "contraddizione in termini", perch dire che una confutazione del tempo  nuova (o antica)  attribuirle un predicativo di carattere temporale, che imposta affermativamente la nozione stessa che il soggetto intende demolire. Lo lascio tuttavia, perch la sua lievissima ironia dimostri che non esagero l'importanza di questi ludi verbali. D'altronde, il nostro linguaggio  tanto saturato e animato di tempo, che  possibilissimo non vi sia in questi fogli una frase la quale in qualche modo non lo esiga e non lo invochi.
Dedico questi esercizi al mio ascendente Juan Crisstomo Lafinur (1797-1824) il quale ha lasciato alle lettere argentine qualche memorabile endecasillabo e tent di riformare l'insegnamento della filosofia, purificandola dalle ombre teologiche ed esponendo dalla cattedra i princpi di Locke e di Condillac. Mor relegato al confino; gli toccarono, come a tutti gli uomini, tristi tempi in cui vivere.

A

1.
Nel decorso di una vita dedita alle lettere e (talvolta) alle perplessit metafisiche, ho scorto o presentito una confutazione del tempo alla quale non presto fede, ma che usa visitarmi di sera e nel mio affaticato crepuscolo con allucinante forza di assioma. Questa confutazione, in qualche modo,  in tutti i miei libri: ne sono una prefigurazione le poesie "Inscripcin en cualquier sepulcro" e "El truco", del mio volume "Fervor de Buenos Aires" (1923); la illustrano due articoli di "Inquisiciones" (1925), la pagina 46 di "Evaristo Carriego" (1930), il racconto "Sentirse en muerte" della mia "Historia de la eternidad" (1936), la nota a pagina 24 di "El jardin de senderos que se bifurcan" (1942). Nessuno dei testi che ho enumerato mi soddisfa, neppure il penultimo della serie, meno dimostrativo e meditato che preconizzante e patetico. A tutti cercher di dare pi solida base con questo scritto.
Due argomenti mi hanno messo a faccia a faccia con questa confutazione: l'idealismo di Berkeley, il principio degli indiscernibili di Leibniz.
Berkeley ("Principles of Human Knowledge", 3)(2) osserv: "Tutti vorranno ammettere che n i nostri ragionamenti n le nostre passioni n le idee formate dalla nostra immaginazione esistono senza la mente. Non meno chiaro  per me che le diverse sensazioni, o idee impresse nei sensi, in qualsiasi modo si combinino ("id est", qualunque sia l'oggetto che esse formano), non possono esistere se non in una mente che le percepisca... Affermo che questo tavolo esiste; cio lo vedo e lo tocco. Se, stando fuori del mio studio, affermo la medesima cosa, voglio soltanto dire che se fosse qui lo percepirei o che qualche altro spirito lo percepisce... Parlare dell'esistenza assoluta di cose inanimate, senza rapporto con il fatto che siano percepite o no, per me  insensato. Il loro "esse"  il "percipi";  impossibile che esistano fuori della mente che le percepisce". Nel paragrafo 23 aggiunse, prevenendo eventuali obiezioni: "Ma, si dir, nulla  pi facile che immaginare alberi in un prato o libri in una biblioteca, senza trovarsi vicino a essi per poterli percepire. Effettivamente nulla di pi facile. Ma, vi domando, non avete semplicemente formato nella mente le idee che chiamate "libri" o "alberi" e omesso nello stesso tempo l'idea di qualcuno che li percepisca? Voi, intanto, non li pensavate? Non nego che la mente sia capace di immaginare idee; nego che le idee possano esistere fuori della mente". In un altro paragrafo, il numero 6, aveva gi affermato: "Vi sono verit tanto chiare che per vederle ci basta aprire gli occhi. Una di esse  questa importante verit: tutto il coro del cielo e le aggiunte della terra, tutti i corpi che compongono la poderosa costruzione dell'universo, non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere se non l'essere percepiti; non esistono quando non li pensiamo o esistono soltanto nella mente di uno Spirito Eterno".
Questa , con le parole con cui fu concepita, la dottrina idealista. Comprenderla  facile, il difficile  pensare entro il suo limite. Persino Schopenhauer, nell'esporla, commette colpevoli negligenze. Nelle prime righe del primo libro del suo "Welt als Wille und Vorstellung"(3), anno 1819, formula questa dichiarazione che lo rende creditore della imperitura perplessit di tutti gli uomini: "Il mondo  una mia rappresentazione. L'uomo che ammette questa verit sa chiaramente di non conoscere un sole n una terra, ma soltanto due occhi che vedono un sole e una mano che sente il contatto di una terra".  come dire che per l'idealista Schopenhauer, gli occhi e la mano dell'uomo sono meno illusori o apparenziali della terra e del sole. Nel 1844 pubblica un volume complementare. Nel primo capitolo mette in luce e aggrava l'antico errore: definisce l'universo come un fenomeno cerebrale e distingue "il mondo nella testa" dal "mondo fuori della testa". Berkeley, tuttavia, avr fatto dire a Philonous nel 1713: "Il cervello di cui parli, essendo una cosa sensibile, pu esistere soltanto nella mente. Vorrei sapere se ti pare ragionevole la congettura che un'idea o una cosa nella mente sia cagione di tutte le cose. Se rispondi di s, come spiegherai l'origine di questa idea primaria o cervello?" Al dualismo o cerebralismo di Schopenhauer  anche giusto contrapporre il monismo di Spiller. Egli ("The Mind of Man", capitolo 8, 1902)(4) arguisce che la retina e la superficie cutanea chiamate in causa per spiegare la vista e il tatto, sono a loro volta due sistemi tattili e visuali e che la stanza che noi vediamo (quella "obiettiva") non  maggiore della stanza che immaginiamo (quella "cerebrale") e non la contiene poich si tratta di due sistemi visuali indipendenti. Berkeley ("Principles of Human Knowledge", 10 e 116) neg ugualmente le qualit primarie, la solidit e l'estensione delle cose, e lo spazio assoluto.
Berkeley afferm l'esistenza continua degli oggetti, poich quando non li percepisce un individuo, li percepisce Dio; Hume, con maggiore logica, la nega ("Treatise of Human Nature", I, 4, 2)(5); Berkeley afferm l'identit personale, "poich io non sono puramente le mie idee, ma un'altra cosa: un principio attivo e pensante" ("Dialogues", 3); Hume, lo scettico, la respinge e fa di ciascun uomo "una collezione o un collegamento di percezioni che si succedono le une alle altre con inconcepibile rapidit" (opera citata, I, 4, 6). Tutti e due affermano il tempo; per Berkeley  "la successione di idee che fluisce uniformemente e della quale tutti gli esseri partecipano" ("Principles of Human Knowledge", 98); per Hume "una successione di momenti indivisibili" (opera citata, I, 2, 2). Ho accumulato citazioni degli apologisti dell'idealismo, ho prodigato i loro passi canonici, sono stato iterativo ed esplicito, ho censurato Schopenhauer (non senza ingratitudine), perch il mio lettore penetri a poco a poco in questo fluttuante mondo mentale. Un mondo di impressioni evanescenti; un mondo senza materia e senza spirito, non oggettivo, non soggettivo; un mondo senza l'architettura ideale dello spazio; un mondo fatto di tempo, dell'assoluto tempo uniforme dei "Principia"; un labirinto inesorabile, un caos, un sogno. A questa quasi completa disgregazione giunse David Hume.
Ammesso l'argomento idealista, penso che  possibile, forse inevitabile, andare pi lontano. Per Hume non  lecito parlare della forma della luna o del suo colore, la forma e il colore "sono" la luna; e neppure si pu parlare di percezioni della mente, poich la mente altro non  se non una successione di percezioni. Il "penso, dunque sono" cartesiano rimane invalidato; dire "penso"  postulare l'io,  una petizione di principio; Lichtenberg, nel diciottesimo secolo, propose che invece di penso, dicessimo impersonalmente "pensa", come si dice "tuona" o "lampeggia". Ripeto: non vi  dietro i volti un io segreto, che governa gli atti e che riceve le impressioni; noi siamo unicamente la successione di quegli atti immaginari e di quelle impressioni in continuo fluire. La successione? Negati lo spirito e la materia che sono continuit, negato anche lo spazio, non so quale diritto abbiamo a quella continuit che  il tempo. Immaginiamo un presente qualsiasi. In una delle sere del Mississippi, Huckleberry Finn si risveglia(6); la zattera, perduta nella tenebra parziale, prosegue discendendo il fiume; forse fa un poco freddo. Huckleberry Finn riconosce il quieto rumore infaticabile dell'acqua; apre gli occhi con negligenza; vede un impreciso numero di stelle, vede una riga indistinta che sono gli alberi; poi affonda nel sonno immemore come in un'acqua cupa(7). La metafisica idealista dichiara che aggiungere a quelle percezioni una sostanza materiale (l'oggetto) e una sostanza spirituale (il soggetto)  avventato e inutile; io sostengo che non  meno illogico pensare che essi siano termini di una successione della quale sono altrettanto inconcepibili il principio e la fine. Aggiungere al fiume e alla riva percepiti da Huck la nozione di un altro fiume consistente, di un'altra riva, aggiungere un'altra percezione a questa rete immediata di percezioni, , per l'idealismo, ingiustificabile; per me non meno ingiustificabile  aggiungere una precisazione cronologica: che, per esempio, quanto si  detto sia accaduto la notte del 7 giugno 1849, fra le quattro e dieci e le quattro e undici. Per dirlo in altre parole: nego, con gli stessi argomenti dell'idealismo, l'ampia successione temporale che l'idealismo ammette. Hume ha negato la esistenza di uno spazio assoluto nel quale ogni cosa abbia il suo posto; io, quella di un unico tempo nel quale tutti i fatti si concatenino. Negare la coesistenza non  meno arduo che negare la successione.
Nego, in un elevato numero di casi, la successione; nego, in un elevato numero di casi, anche la contemporaneit. L'amante che pensa: "Mentre io ero tanto felice, pensando alla fedelt del mio amore, lei mi ingannava", sbaglia; se ogni stato che viviamo  assoluto, quella felicit non fu contemporanea a quel tradimento; la scoperta del tradimento  uno stato ulteriore, non idoneo a modificare quelli "anteriori", bench idoneo a modificare il ricordo di essi. La disgrazia di oggi non  pi reale della felicit passata. Cerco un esempio pi concreto. Ai primi di agosto del 1824, il capitano Isidoro Surez, alla testa di uno squadrone di ussari del Per, determin la vittoria di Junn; ai primi di agosto del 1824, De Quincey pubblic una diatriba contro il "Wilhelm Meisters Lehrjahre"(8); quei fatti non furono contemporanei (lo sono ora) poich i due uomini morirono, quello nella citt di Montevideo, questo in Edimburgo, senza sapere nulla l'uno dell'altro... Ogni attimo  autonomo. N la vendetta n il perdono n le prigioni e neppure l'oblio possono modificare l'invulnerabile passato. Non meno vane mi sembrano la speranza e la paura, che si riferiscono sempre a fatti futuri; come dire a fatti che non accadranno a noi che siamo l'esatto presente. Mi dicono che il presente, lo "specious present" degli psicologi dura da due secondi a una minuscola frazione di secondo: tanto dura la storia dell'universo. Per meglio dire, non vi  la vita di un uomo e neppure vi  una delle sue notti; esiste ogni momento che noi viviamo, non un immaginario complesso di momenti. L'universo, la somma di tutti i fatti,  una collezione non meno ideale di quella di tutti i cavalli sognati da Shakespeare... uno? molti? nessuno? tra il 1592 e il 1594. Aggiungo: se il tempo  un processo mentale, come possono migliaia di uomini condividerlo o anche soltanto due uomini diversi? L'argomento dei paragrafi precedenti, interrotto e quasi appesantito da esempi, pu sembrare intricato. Cerco un metodo pi diretto. Consideriamo una vita nel decorso della quale abbondino le ripetizioni: la mia, se non avete nulla in contrario. Non passo dinanzi alla Recoleta senza ricordare che vi sono sepolti mio padre, i miei nonni, i miei avi, come vi sar sepolto io stesso; dunque ricordo di avere gi ricordato la stessa cosa, e gi innumerevoli volte; non posso andare a zonzo per i sobborghi nella solitudine della notte senza pensare che essa ci fa piacere perch sopprime i particolari oziosi, come il ricordo; non posso dolermi della perdita di un amore o di un'amicizia senza meditare che si perde soltanto quello che in realt non si  avuto; sempre, quando svolto a un angolo delle strade del Sud penso a voi, Helena; sempre, quando l'aria mi porta il profumo degli eucalipti penso ad Adrogu, nella mia infanzia; ogni volta che ricordo il frammento 91 di Eraclito: "Non scenderai due volte al medesimo fiume", ammiro la sua abilit dialettica, perch la facilit con la quale accettiamo il primo significato ("Il fiume  un altro") ci impone clandestinamente il secondo ("Io sono un altro") e ci concede una illusione di essercelo inventato; ogni volta che odo un germanofilo vituperare l'"yiddish", rifletto che l'"yiddish"  prima di tutto un dialetto tedesco, leggermente macchiettato dall'idioma dello Spirito Santo. Queste tautologie (e altre che non dico) sono la mia vita intera. Naturalmente, non sempre si ripetono identiche; vi sono differenze di enfasi, di temperatura, di luce, di condizioni fisiologiche generali. Sospetto, tuttavia, che il numero delle variazioni circostanziali non sia infinito; possiamo postulare, nella mente di un individuo (o di due individui che si ignorano ma nei quali si attua il medesimo processo), due momenti uguali. Postulata questa uguaglianza, viene fatto di chiedersi: Questi momenti identici non sono uno stesso momento? Non basta "un solo termine ripetuto" per scombussolare e confondere la successione del tempo? I ferventi che si consumano su una riga di Shakespeare non sono, letteralmente, Shakespeare?
Ignoro, ancora, l'etica del sistema che ho abbozzato. Non so se esiste. Il quinto paragrafo del quarto capitolo del trattato "Sanhedrin" della Mishnah afferma che, per la giustizia di Dio, colui che uccide un solo uomo distrugge il mondo; se non vi  pluralit, colui che annientasse tutti gli uomini non sarebbe pi colpevole del primitivo e solitario Caino, la qual cosa  ortodossa, n maggiormente universale nella distruzione di quanto possa esserlo una distruzione prodigiosa. Io penso che sia cos. Le strepitose catastrofi generali, incendi, guerre, epidemie, sono un solo dolore, illusoriamente moltiplicato in molti specchi. Cos la pensa Bernard Shaw ("Guide to Socialism", 86)(9): "Quello che tu puoi patire  il massimo che si possa patire sulla terra. Se muori di inedia soffrirai tutta l'inedia che  stata e che sar. Se diecimila persone muoiono con te, il fatto che condividano la tua sorte non far s che tu abbia diecimila volte pi fame n moltiplicher per diecimila il tempo della tua agonia. Non lasciarti opprimere dalla tremenda somma delle sofferenze umane; quella somma non esiste. N la povert n il dolore sono accumulabili". Conf. anche "The Problem of Pain", V I I,(10) di C. S. Lewis.
Lucrezio ("De rerum natura", I, 830) attribuisce ad Anassagora la dottrina secondo la quale l'oro consta di particelle di oro, il fuoco di faville, l'osso di ossicini impercettibili; Josiah Royce, forse influenzato da sant'Agostino, afferma che il tempo  fatto di tempo e che "qualsiasi presente nel quale accade qualcosa  anche una successione" ("The World and the Individual", I I, 139)(11). Assunto conciliabile con quello di questo lavoro.

2.
Ogni lingua ha carattere successivo; non  idonea a ragionare di quello che  eterno, di quello che  intemporale. Chi ha seguito con fastidio la precedente argomentazione, preferir forse questa pagina del 1928. Ne ho gi fatto menzione: si tratta del racconto intitolato "Sentirsi in morte":
Desidero fissare qui un'esperienza che ebbi un paio di notti or sono: una inezia, troppo evanescente ed estatica per chiamarla avventura, troppo irrazionale e sentimentale per chiamarla pensiero. Si tratta di una scena e della sua parola: parola gi precedentemente detta da me ma non vissuta fino a quel momento con pieno abbandono. Passo a narrarla con le circostanze accidentali di tempo e di luogo che la illuminarono.
Ricordo cos. Nel pomeriggio che precedette quella sera ero stato a Barracas: localit dove non avevo l'abitudine di recarmi e la cui distanza da quelle che percorsi dopo diede gi uno strano sapore a quel giorno. La sera non avevo nessun impegno; poich era serena, uscii dopo cena a camminare, a ricordare. Non volli dare una determinata direzione a quella passeggiata, preferii la massima latitudine delle probabilit per non sciupare l'eventuale imprevisto con una sola previsione obbligata. Misi in atto, nella malfida misura del possibile, quello che si chiama camminare a caso; accettai, senza altro cosciente preconcetto che quello di evitare i viali e le strade larghe, gli inviti pi oscuri del casuale. Nonostante tutto, una specie di gravitazione familiare mi port verso certi rioni dei quali amo sempre ricordare il nome e che ispirano un senso di venerazione al mio cuore. Non intendo indicare cos il mio rione, l'ambito esatto della mia infanzia; ma le sue ancora misteriose prossimit: un confine che ho posseduto interamente a parole e poco di fatto, vicino e mitico nello stesso tempo. Il lato opposto del conosciuto, il suo dorso, sono per me quelle penultime strade, quasi tanto effettivamente ignorate quanto il cemento sotterrato di casa nostra o il nostro scheletro invisibile. A una svolta mi manc la lena. Respirai tenebra, in serenissima libert di pensare. La visione niente affatto complicata, certo, pareva semplificata dalla mia stanchezza. La sua stessa tipicit la rendeva irreale. La strada era di case basse e sebbene la loro prima espressione fosse di povert, la seconda era certamente di felicit. Era quanto di pi povero e di pi bello si possa pensare. Fra le case e la strada non vi era comunicazione di vitalit; sulla ottava casa si stendeva l'ombra del fico; i portoncini, emergenti sulle linee allungate dei muri, parevano fatti della stessa sostanza infinita della notte. Il sentiero era scosceso sopra la strada, la strada era di puro fango elementare, fango d'America non conquistato ancora. In fondo, il viottolo, gi campestre, si perdeva verso il Maldonado. Sopra la terra torbida e caotica un muricciolo rosato pareva non ricevesse luce dalla luna ma effondesse una luce interiore. Non  possibile esprimere la tenerezza meglio di quel rosato.
Mi fermai a guardare quella semplicit. Pensai, con sicurezza a voce alta:  lo stesso di trent'anni or sono... Era una congettura quella data: epoca recente in altri paesi, ma oramai remota in quella trasfigurata parte del mondo. Forse cantava un uccello e sentii per lui un affetto piccolo, in dimensioni da uccello; ma certo  che in quel silenzio gi abissale non vi era altro rumore fuorch quello, intemporale anch'esso, dei grilli. Il facile pensiero "Sono nel milleottocento e tanti" cess di essere un gruppetto di parole approssimative e si cal nella realt. Mi sentii morto, mi sentii un astratto che percepiva il mondo; un indefinito timore imbevuto di scienza che  la migliore chiarezza della metafisica. Non pensai, no, di avere risalito le presunte acque del Tempo; supposi piuttosto di possedere il senso reticente o assente della inconcepibile parola "eternit". Arrivai soltanto pi tardi a definire quella immaginazione.
La scrivo, adesso, cos. Quella pura rappresentazione di fatti omogenei (notte in serenit, visione limpida, profumo provinciale del caprifoglio, fango elementare) non  puramente identica a quella che ebbi a quella svolta tanti anni or sono; , senza somiglianze n ripartizioni, la stessa. Il tempo, se possiamo intuire questa identit,  un inganno: la indifferenziabilit e la inseparabilit di un momento del suo apparente ieri da un altro del suo apparente oggi, bastano per disintegrarlo.
 evidente che il numero di questi momenti umani non  infinito. Le sensazioni elementari, quelle della sofferenza fisica e del piacere fisico, quelle dell'avvicinarsi del sonno, quelle dell'audizione di una sola musica, quelle di una grande esaltazione o di una grande depressione sono ancora pi impersonali. Deduco in anticipo questa conclusione: la vita  troppo povera cosa per non essere anche immortale. Ma non abbiamo neppure la sicurezza della nostra povert, dato che il tempo, facilmente refutabile nel campo del sensibile, non lo  anche nel campo dell'intelligibile, dalla cui essenza sembra inseparabile il concetto di successivit. Rimanga, dunque, in un aneddoto emotivo l'idea intraveduta e nella confessata irresolutezza di questa pagina il momento vero dell'estasi e la suggestione possibile dell'eternit di cui quella notte non mi fu avara.

B.

Fra le molte dottrine che la storia della filosofia annovera, forse l'idealismo  la pi antica e la pi divulgata.  un'osservazione di Carlyle ("Novalis", 1829); ai filosofi che cita conviene aggiungere, senza speranza di completare l'infinito censimento, i platonici, per i quali i prototipi sono l'unica realt (Norris, Judas, Abrabanel, Gemisto, Plotino), i teologi, per i quali  contingente tutto quello che non  la divinit (Malebranche, Johannes Eckhart), i monisti, che fanno dell'universo un ozioso aggettivo dell'Assoluto (Bradley, Hegel, Parmenide)... L'idealismo  antico quanto l'inquietudine metafisica: che  il suo pi sottile apologista. George Berkeley fior nel diciottesimo secolo: contrariamente a quello che afferma Schopenhauer ("Welt als Wille und Vorstellung", I I, 1), il suo merito non pot consistere nella intuizione di quella dottrina ma negli argomenti che ide per ragionarne. Berkeley si serv di quegli argomenti contro la nozione di materia. Hume li applic alla coscienza: io mi propongo di applicarli al tempo. Prima ricapitoler brevemente le diverse tappe di questa dialettica.
Berkeley ha negato la materia. Questo non significa, sia bene inteso, che abbia negato i colori, gli odori, i sapori, i suoni e i contatti; quello che egli neg  che, oltre a queste percezioni che costituiscono il mondo esteriore, vi sia qualcosa di invisibile, intangibile, chiamato materia. Neg che vi siano dolori che nessuno sente, colori che nessuno vede, forme che nessuno tocca. Secondo lui aggiungere una materia alle percezioni  aggiungere al mondo un inconcepibile mondo superfluo. Egli credette nel mondo apparenziale ordito dai sensi, ma consider il mondo materiale (per esempio quello di Toland) un doppione illusorio. Osserv ("Principles of Human Knowledge", 3): "Tutti ammetteranno che n i nostri pensieri n le nostre passioni n le idee formate dalla nostra immaginazione possono esistere senza la mente. Non meno chiaro  per me che le diverse sensazioni o idee impresse nei sensi, in qualunque modo si combinino ("id est", qualunque sia l'oggetto che formano), non possono esistere se non in una mente che le percepisca... Affermo che questo tavolo esiste; come dire lo vedo e lo tocco. Se, uscito da questa stanza, affermo la stessa cosa, voglio soltanto significare che se esso fosse qui lo percepirei, o che lo percepisce un altro spirito... Parlare dell'esistenza assoluta di cose inanimate, senza rapporto con il fatto che siano o no percepite, per me  insensato. "Esse est percipi"; non  possibile che esistano fuori delle menti che le percepiscono". Nel paragrafo 23 aggiunse, prevenendo possibili obiezioni: "Ma, si potr dire, nulla  pi facile che immaginare alberi in un parco e libri in una biblioteca e nessuno accanto ad essi a percepirli. Nulla di pi facile, infatti. Ma vi domando, non avete semplicemente formato nella mente le idee che chiamate "libri" o "alberi" e omesso nello stesso tempo l'idea di qualcuno che li percepisca? Ma voi, intanto, non li pensavate? Non nego che la mente sia capace di immaginare idee; nego che le idee possano esistere fuori della mente". Nel paragrafo 6 aveva gi affermato: "Vi sono verit talmente chiare che per vederle ci basta aprire gli occhi. Tale  questa importante verit: Tutto il coro del cielo e le aggiunte della terra, tutti i corpi che compongono l'enorme costruzione dell'universo, non esistono fuori di una mente; non hanno altro essere che l'essere percepiti; non esistono se non li pensiamo o esistono soltanto nella mente di uno Spirito eterno". (Il Dio di Berkeley  un ubiquo spettatore che ha lo scopo di dare coerenza al mondo).
La dottrina che ho esposto  stata malamente interpretata. Herbert Spencer crede di refutarla ("Principles of Psychology", V I I I, 6)(12), argomentando che se non esiste nulla fuori della coscienza, essa deve essere infinita nel tempo e nello spazio. La prima specificazione  giusta se intendiamo che ogni tempo  tempo percepito da qualcuno, errata se induciamo che questo tempo deve necessariamente abbracciare un numero infinito di secoli; la seconda specificazione  illecita, poich Berkeley ("Principles of Human Knowledge", 116; "Siris", 266) ha ripetutamente negato lo spazio assoluto. Ancora pi indecifrabile  l'errore in cui incorre Schopenhauer ("Welt als Wille und Vorstellung", I I, 1), quando insegna che per gli idealisti il mondo  un fenomeno cerebrale; eppure Berkeley aveva scritto ("Dialogues Between Hylas and Philonous", I I)(13): "Il cervello, come cosa sensibile, pu esistere soltanto nella mente. Vorrei sapere se consideri razionale la congettura che un'idea o cosa nella mente sia cagione di tutte le altre. Se rispondi di s, come spiegherai l'origine di questa idea primaria ossia cervello?" Il cervello, effettivamente, non  una parte del mondo esterno meno di quanto lo sia la costellazione del Centauro.
Berkeley neg che esistesse un oggetto al di l delle impressioni dei sensi; David Hume, che vi fosse un soggetto al di l della percezione dei cambiamenti. Quello aveva negato la materia, questo ha negato lo spirito; quello non aveva voluto che si aggiungesse alla successione di impressioni la nozione metafisica di materia, questo non volle che aggiungessimo alla successione di stati mentali la nozione metafisica di un io. Questa amplificazione delle argomentazioni di Berkeley  tanto logica che egli l'aveva gi prevista, come fa notare Alexander Campbell Fraser, e anzi si era sforzato di respingerla mediante l'"ergo sum" cartesiano. "Se i tuoi princpi sono validi, tu stesso non sei altro che un sistema di idee fluttuanti non sostenute da nessuna sostanza, poich  tanto assurdo parlare di sostanza spirituale quanto di sostanza materiale", ragiona Hylas precorrendo David Hume nel terzo e ultimo dei "Dialogues". Corrobora Hume ("Treatise of Human Nature", I, 4, 6): "Siamo una collezione o un collegamento di percezioni che si succedono l'una all'altra con inconcepibile rapidit... La mente  una specie di teatro dove le percezioni appaiono, scompaiono, ritornano e si combinano in infiniti modi. La metafora non deve trarci in errore. Le percezioni costituiscono la mente e non possiamo intravedere in quale luogo preciso avvengono le scene n di quale materiale  fatto il teatro".
Ammesso l'argomento idealista, penso che  possibile, forse inevitabile, andare pi lontano. Per Berkeley il tempo  "la successione delle idee che fluisce uniformemente e della quale tutti gli esseri partecipano" ("Principles of Human Knowledge", 98), per Hume  "una successione di momenti indivisibili" ("Treatise of Human Nature", I, 2, 3). Tuttavia, negata la materia e lo spirito che sono continuit, negato anche lo spazio, non so con quale diritto ammetteremmo quella continuit che  il tempo. Fuori di ogni percezione (reale o ipotetica) non esiste la materia; fuori di ogni stato mentale non esiste lo spirito; neppure il tempo esister fuori di ogni attimo presente. Prendiamo un momento della massima semplicit: per esempio, quello del sogno di Chuang Tzu (Herbert Allen Giles, "Chuang Tzu", 1889). Egli, circa ventiquattro secoli or sono, sogn di essere una farfalla e quando si svegli non sapeva se era un uomo che aveva sognato di essere una farfalla o una farfalla che ora sognava di essere un uomo.
Non consideriamo il risveglio, consideriamo il momento del sogno; o uno dei due momenti: "Sognai che ero una farfalla che volteggiava nell'aria e che non sapeva nulla di Chuang Tzu", dice l'antico testo. Non sapremo mai se Chuang Tzu vide un giardino sul quale gli pareva di volare o un volteggiante triangolo giallo, che senza dubbio era lui, ma ci consta che l'immagine fu soggettiva, quantunque offertagli dalla memoria. La dottrina del parallelismo psicofisico sosterr che a quella immagine deve essere stato corrispondente un cambiamento nel sistema nervoso di colui che sognava: secondo Berkeley non esistevano in quel momento il corpo di Chuang Tzu n la camera buia in cui sognava, se non come una percezione nella mente divina. Hume semplifica ancora di pi il fenomeno. Secondo lui non esisteva in quel momento lo spirito di Chuang Tzu; esistevano soltanto i colori del sogno e la certezza di essere una farfalla. Esisteva come termine momentaneo della "collezione o collegamento di percezioni" che fu, circa quattro secoli prima di Cristo, la mente di Chuang Tzu; esisteva come termine "n" di una infinita serie temporale, fra "n meno 1" e "n pi 1". Non vi  altra realt, per l'idealismo, che quella dei processi mentali; aggiungere alla farfalla che si percepisce una farfalla oggettiva gli pare un inutile doppione; aggiungere a processi mentali un io gli pare non meno eccessivo. Afferma che vi fu un sognare, un percepire, ma non un uomo che sognasse e neppure un sogno; afferma che parlare di oggetti e di soggetti  incorrere in una impura mitologia.
Orbene, se ogni stato psichico  sufficiente, se vincolarlo a una circostanza o a un io  una illecita e oziosa aggiunta, con quale diritto gli imporremo poi un posto nel tempo? Chuang Tzu sogn di essere una farfalla e durante quel sogno non era Chuang Tzu, era una farfalla. Aboliti lo spazio e l'io, come vincoleremo quei momenti a quelli del risveglio e all'et feudale della storia cinese? Questo non vuol dire che non sapremo mai, neppure in modo approssimativo, la data di quel sogno; vuol dire che la precisazione cronologica di un fenomeno, di qualsiasi fenomeno dell'orbe,  estranea a esso,  esteriore. In Cina il sogno di Chuang Tzu  proverbiale; immaginiamo che dei suoi quasi infiniti lettori, uno sogni di essere una farfalla e quindi di essere Chuang Tzu. Immaginiamo che, per un caso non impossibile, il suo sogno ripeta esattamente quello che sogn il maestro. Postulata questa uguaglianza conviene chiedersi: i due momenti che coincidono non sono lo stesso momento? Non  sufficiente "un solo termine ripetuto" per scombussolare e confondere la storia del mondo, per denunziare che quella storia non esiste?
Negare il tempo comporta due negazioni: negare il susseguirsi dei termini di una successione, negare il sincronismo dei termini di due successioni. Se, infatti, ciascun termine  assoluto, i suoi rapporti si riducono alla coscienza che questi rapporti esistono. Uno stato precede l'altro se si sa anteriore; uno stato di G  contemporaneo a una stato di H se si sa contemporaneo. Contrariamente a quanto  affermato da Schopenhauer(14) nella sua tavola di verit fondamentali ("Welt als Wille und Vorstellung", I I, 4), ogni frazione di tempo non riempie simultaneamente lo spazio intero, il tempo non  ubiquo. (Naturalmente a questo livello dell'argomentazione lo spazio non esiste pi).
Meinong, nella sua teoria della conoscenza, ammette quella degli oggetti immaginari: la quarta dimensione, diciamo, o la statua sensibile di Condillac o l'animale ipotetico di Lotze o la radice quadrata di meno uno. Se i ragionamenti che ho indicato sono validi, a questo orbe nebuloso appartengono anche la materia, l'io, il mondo esterno, la storia universale, le nostre vite.
D'altronde, la frase "negazione del tempo"  ambigua. Pu significare l'eternit di Platone o di Boezio e anche i dilemmi di Sesto Empirico. Questi ("Adversus mathematicos", X I, 197) nega il passato, che gi fu, e il futuro, che non  ancora, e arguisce che il presente  divisibile o  indivisibile. Non  indivisibile, poich in questo caso non avrebbe un principio che lo vincoli al passato n una fine che lo vincoli al futuro, e neppure una parte mediana perch non ha una parte di mezzo quello che manca di principio e di fine; non  neppure divisibile, perch in questo caso sarebbe costituito da una parte che fu e da un'altra che non . Ergo il presente non esiste, ma poich non esistono neppure il passato e l'avvenire, non esiste il tempo. F. H. Bradley riscopre e perfeziona questa perplessit. Egli osserva ("Appearance and Reality", I V)(15) che se il momento presente  divisibile in altri momenti presenti non  meno complicato del tempo, e se  indivisibile, il tempo  un semplice rapporto fra cose intemporali. Ragionamenti simili, come si vede, negano le parti per poi negare il tutto; io respingo il tutto per mettere in rilievo ciascuna delle parti. Con la dialettica di Berkeley e di Hume sono giunto all'affermazione di Schopenhauer: "La forma della manifestazione della volont  soltanto il presente, non il passato n l'avvenire; questi non esistono se non come concetto e in virt della concatenazione della coscienza sottoposta al principio di ragione. Nessuno  vissuto nel passato, nessuno vivr nel futuro; il presente  la forma di ogni vita,  un possesso che nessun male pu contenderle... Il tempo  come un circolo che giri all'infinito: l'arco che discende  il passato, quello che ascende  l'avvenire; in alto vi  un punto indivisibile che tocca la tangente ed  il momento presente. Immobile come la tangente, questo inesteso punto segna il contatto dell'oggetto, la cui forma  il tempo, con il soggetto, che  privo di forma perch non appartiene al conoscibile ed  condizione previa della conoscenza" ("Welt als Wille und Vorstellung", I, 54). Un trattato buddista del secolo quinto, il "Visuddhimagga" (La via della purezza), illustra la stessa dottrina con la stessa immagine: "A rigore, la vita di un essere dura quanto un'idea. Come la ruota di un carro, nel girare, tocca la terra in un punto solo, dura una sola idea" (Radhakrishnan, "Indian Philosophy", I, 373). Altri testi buddisti dicono che il mondo si annulla e risorge seimilacinquecento milioni di volte al giorno e che ogni uomo  un'illusione, vertiginosamente ottenuta attraverso una successione di uomini momentanei e soli. "L'uomo di un momento passato", ci avverte la "Via della purezza", "ha vissuto ma non vive n vivr; l'uomo del momento futuro vivr ma non ha vissuto e non vive; l'uomo del momento presente vive ma non ha vissuto n vivr" (opera citata, I, 407), massima che possiamo confrontare con questa di Plutarco ("De E apud Delphos", 18): "L'uomo di ieri  morto in quello di oggi, quello di oggi muore in quello di domani".
"And yet, and yet"... negare la successione temporale, negare l'io, negare l'universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete. Il nostro destino (a differenza dell'inferno di Swedenborg e dell'inferno della mitologia tibetana) non  spaventoso in quanto irreale;  spaventoso perch  irreversibile e di ferro. Il tempo  la sostanza di cui io sono fatto. Il tempo  un fiume che mi trascina, ma sono io il fiume;  una tigre che mi sbrana, ma sono io la tigre;  un fuoco che mi consuma, ma sono io il fuoco. Il mondo, disgraziatamente,  reale; io, disgraziatamente, sono Borges.

NOTA AL PROLOGO.

Non vi  una esposizione del buddismo che non citi il "Milinda Paha", opera apologetica del secondo secolo che riferisce una discussione i cui interlocutori sono il re della Bactriana, Menandro, e il monaco Nagasena. Questi ritiene che come il carro del re non  le ruote n la cassa n l'asse n il timone n il giogo, cos neppure l'uomo  la materia, la forma, le impressioni, le idee, gli istinti o la coscienza. Non  la combinazione di queste parti e non esiste al di fuori di esse... Alla fine di una controversia di molti giorni, Menandro (Milinda) si converte alla fede del Buddha.
Il "Milinda Paha"  stato tradotto in inglese da Rhys Davids (Oxford, 1890-1894).

"Freund, es ist auch genug. Im Fall du mehr willst lesen,
So geh und werde selbst die Schrift und selbst das Wesen"
[Amico, questo  gi abbastanza. Nel caso che tu voglia leggere di pi, / va', diventa tu stesso la Scrittura, tu stesso l'Essenza. (N.d.T.)]
Angelus Silesius, "Cherubinischer Wandersmann", V I, 263 (1675)



LIMITI.


Vi  un verso di Verlaine che non mi torner in mente,
vi  una strada qui accanto che  vietata al mio passo,
vi  uno specchio che mi ha visto per l'ultima volta,
vi  una porta che ho chiuso fino alla fine del mondo.
Fra i libri (sto guardandoli) della mia biblioteca
ve n' qualcuno che non aprir mai.
Compir cinquant'anni quest'estate;
la morte, incessante, mi consuma.



LIMITI.


Delle strade che solcano il ponente
deve esservene una (non so quale)
che per l'ultima volta ho gi percorso,
indifferente e senza presentirlo,

sottomesso a chi fissa onnipotenti
norme e segreta e rigida misura
alle ombre, ai sogni, alle forme che vanno
distessendo e tessendo questa vita.

Se per tutto vi  un termine e vi  un prezzo,
l'ultima volta, il mai pi, l'oblio,
chi ci dir da chi, senza saperlo,
in questa casa avremo preso congedo?

Dietro il vetro gi grigio il buio cede,
e del cumulo di libri che una mozza
ombra distende sul tavolo incerto,
qualcuno forse mai non leggeremo.

Nel Sud vi  pi di un portone corroso
con i suoi belli ornamenti murari
e i fichi d'India, vietato al mio passo,
come se fosse una litografia.

Hai chiuso ormai qualche porta per sempre
e vi  uno specchio che invano ti aspetta;
il crocevia ti sembra aperto, eppure
vi sta di guardia un quadrifronte Giano.

Fra tutti i tuoi ricordi ve n' uno
che irreparabilmente si  perduto;
non ti vedran posare a quella fonte
n il bianco sole n la gialla luna.

Non darai pi la tua voce all'idioma
di uccelli e rose del persiano, quando
prima che il giorno muoia vorrai dire
cose indimenticabili al tramonto.

E il Rodano perenne e il lago, e tutto
questo ieri sul quale oggi mi chino?
Sar distrutto come fu Cartagine
col fuoco e il sale latino abolita.

Credo nell'alba di udire un brusio
frettoloso di folle che van via:
sono quanto mi ha amato e dimenticato;
spazio, tempo e Borges mi stan lasciando.



LE ROVINE CIRCOLARI.

"And if he left off dreaming about you..."
[E se egli smettesse di sognarti...]
"Through the Looking-Glass", V I ["Attraverso lo Specchio", V I. (N.d.T.)]


Nessuno lo vide sbarcare nella compatta tenebra, nessuno vide la canoa di bamb affossarsi nel fango sacro ma, dopo pochi giorni, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che stanno alle sorgenti del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma zend non  contaminato di greco e dove la lebbra  rara. Certo  che l'uomo grigio baci il fango, risal l'erta ripa senza scansare (probabilmente senza sentirle) le foglie taglienti delle ciperacee che gli dilaniavano la carne e si trascin, stordito e insanguinato, fino al recinto circolare sormontato da una tigre o da un cavallo di pietra che una volta doveva essere stato color di fuoco e adesso era color di cenere. Quella rotonda  un tempio che antichi incendi hanno divorato, che la foresta paludosa ha profanato e il cui dio non riceve omaggio dagli uomini. Il forestiero si distese sotto il piedistallo. Lo risvegli il sole alto. Constat senza stupore che le ferite si erano cicatrizzate; chiuse gli occhi azzurri e dorm, non per fiacchezza della carne ma per determinazione della sua volont. Sapeva che quel tempio era il luogo che il suo indomabile proposito aveva cercato; sapeva che gli alberi perenni non erano riusciti a soffocare, a valle del fiume, le rovine dell'altro tempio propizio, anch'esso di di arsi dal fuoco e morti; sapeva che il suo dovere immediato era dormire. Lo risvegli verso la mezzanotte il grido sconsolato di un uccello. Orme di piedi scalzi, due fichi e un'anfora lo avvertirono che gli uomini della regione avevano spiato con rispetto il suo sonno e desideravano la sua protezione o temevano la sua magia. Sent il freddo della paura e cerc nei ruderi della muraglia una nicchia sepolcrale e vi si chiuse con foglie sconosciute.
Il proposito che lo guidava non era impossibile, sebbene soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realt. Quel progetto magico aveva invaso l'intero spazio della sua anima; se qualcuno gli avesse domandato il suo nome o qualche cenno della sua vita precedente, non sarebbe riuscito a rispondere. Gli conveniva il tempio disabitato e diruto perch era un minimo del mondo visibile; anche la prossimit degli agricoltori, perch si prendevano cura di sopperire alle sue frugali necessit. Il riso e la frutta del loro tributo erano alimento sufficiente al suo corpo, consacrato al solo impegno di dormire e sognare.
Da principio i sogni erano caotici; poco dopo furono di natura dialettica. Il forestiero sognava di essere al centro di un anfiteatro circolare che era, in qualche modo, il tempio incendiato: nugoli di discepoli taciturni gremivano le gradinate; i volti degli ultimi pendevano a molti secoli di distanza e a una altezza siderale, ma erano tutti identici. L'uomo dava loro lezioni di anatomia, di cosmografia, di magia: quei volti ascoltavano con ansiet e cercavano di rispondere con intelligenza, come se intuissero l'importanza di quella indagine che avrebbe redento uno di loro dalla sua condizione di vuota apparenza e lo avrebbe inserito nel mondo reale. L'uomo, nel sogno e nella veglia, meditava sulle risposte dei suoi fantasmi, non si lasciava abbindolare dagli impostori, intuiva in certe perplessit un'intelligenza crescente. Cercava un'anima che meritasse di entrare a far parte dell'universo.
Dopo nove o dieci notti comprese con un poco di amarezza che nulla poteva aspettarsi da quei discepoli i quali accettavano passivamente la sua dottrina ma da quelli che osavano, a volte, una obiezione ragionevole. I primi, bench degni di amore e di benevola sollecitudine, non potevano ascendere allo stato di individui; gli altri preesistevano un poco di pi. Un pomeriggio (ora anche i pomeriggi erano tributari del sogno, ora stava sveglio soltanto un paio d'ore all'alba) conged per sempre l'ampio consesso illusorio e rimase con un solo discepolo. Era un ragazzo taciturno, melanconico, discolo a volte, dai lineamenti affilati che ripetevano quelli di colui che lo sognava. Non lo disorient a lungo la brusca eliminazione dei condiscepoli; il suo progresso dopo alcune lezioni particolari pot meravigliare il maestro. Tuttavia sopraggiunse la catastrofe. L'uomo un giorno emerse dal sonno come da un deserto viscido, guard la vana luce della sera che al primo momento confuse con l'aurora e comprese che non aveva sognato. Tutta quella notte e tutto il giorno si scagli contro di lui la lucidit intollerabile dell'insonnia. Volle esplorare la foresta, estenuarsi; trov a stento fra la cicuta qualche ritaglio di debole sonno, fugacemente venato da visioni di tipo rudimentale: inservibili. Volle radunare il consesso e appena ebbe articolato qualche breve frase di esortazione, esso si deform e svan. Nella veglia quasi ininterrotta, lagrime d'ira bruciavano i suoi vecchi occhi.
Comprese che l'impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui sono fatti i sogni  il pi arduo che possa affrontare un essere umano, per quanto addentro penetri negli enigmi dell'ordine superiore e dell'ordine inferiore: molto pi arduo che tessere una corda di sabbia o coniare il vento senza volto. Comprese che un crollo iniziale era inevitabile. Giur di dimenticare l'enorme allucinazione che lo aveva sviato all'inizio e cerc un altro sistema di lavoro. Prima di accingersi all'opera, dedic un mese al ricupero delle forze che il delirio aveva sperperato. Abbandon del tutto la premeditazione di sognare e allora quasi immediatamente riusc a dormire un ragionevole tratto del giorno. Le rare volte che sogn durante quel periodo non fece caso ai sogni. Per riprendere l'impegno, aspett che il disco lunare fosse perfetto. Allora, sul tramonto, si purific nelle acque del fiume, ador gli di planetari, pronunci le sillabe lecite di un nome potente e dorm. Quasi subito sogn un cuore che palpitava.
Lo sogn attivo, caldo, segreto, grande come un pugno chiuso, color granata nella penombra di un corpo umano ancora senza volto n sesso; lo sogn con minuzioso amore, per quattordici lucide notti. Ogni notte lo percepiva con maggiore evidenza. Non lo toccava: si limitava a constatarlo, a osservarlo, forse a correggerlo con lo sguardo. Lo percepiva, lo viveva, da molte distanze e da molti angoli. La quattordicesima notte sfior con l'indice l'arteria polmonare e poi tutto il cuore, fuori e dentro. L'esame lo soddisfece. Deliberatamente non sogn per una notte; poi riprese il cuore, invoc il nome di un pianeta e intraprese la visione di un altro degli organi principali. Prima che passasse un anno era arrivato allo scheletro, alle palpebre. I capelli innumerevoli furono forse il lavoro pi difficile. Sogn un uomo intero, un giovine, ma esso non si levava, non parlava, non poteva aprire gli occhi. Una notte dopo l'altra, l'uomo lo sognava addormentato.
Nelle cosmogonie gnostiche, i demiurghi impastano un biondo Adamo che non riesce a levarsi in piedi; cos inabile, rozzo, elementare come quell'Adamo di polvere era l'Adamo di sogno che le notti del mago avevano costruito. Un pomeriggio l'uomo per poco non distrusse tutta l'opera sua, ma si trattenne. (Sarebbe stato meglio per lui se l'avesse distrutta). Esauriti i voti ai numi della terra e del fiume, si gett ai piedi dell'effigie che forse era una tigre e forse un puledro e implor il suo ignoto soccorso. Al crepuscolo sogn la statua. La sogn viva, pervasa da un tremito: non era un atroce bastardo di tigre e di puledro, ma nello stesso tempo queste due creature veementi e anche un toro, una rosa, una furia. Quel dio multiforme gli rivel che il suo nome terrestre era Fuoco, che in quel tempio circolare (e in altri uguali) gli avevano reso sacrifici e culto e che avrebbe animato magicamente il fantasma sognato, di modo che tutte le creature, eccetto il Fuoco stesso e il sognatore, lo credessero un uomo di carne e ossa. Gli ordin che appena istruito nei riti lo inviasse all'altro tempio in rovina le cui piramidi persistono a valle del fiume, perch una voce lo glorificasse in quell'edificio deserto. Nel sogno dell'uomo che sognava, il sognato si risvegli.
Il mago esegu gli ordini. Consacr un lasso di tempo (che alla fine abbracci due anni) a rivelargli i misteri dell'universo e del culto del fuoco. Nell'intimo gli dispiaceva separarsi da lui. Con il pretesto della necessit pedagogica, prolungava ogni giorno le ore dedicate al sogno. Rifece anche la spalla destra, forse difettosa. Talvolta lo turbava la sensazione che tutto questo fosse gi accaduto... In generale i suoi giorni erano felici; nel chiudere gli occhi pensava: "Adesso star con mio figlio". O, pi raramente: "Il figlio che ho generato mi aspetta e non esister se io non vado".
Gradatamente lo abitu alla realt. Una volta gli ordin di imbandierare una vetta lontana. Il giorno dopo, la bandiera sventolava sulla vetta. Tent altri esperimenti analoghi, sempre pi audaci. Comprese con una certa amarezza che suo figlio era pronto a nascere, e forse impaziente. Quella notte lo baci per la prima volta e lo invi all'altro tempio i cui ruderi biancheggiavano a valle del fiume, a molte leghe di foresta inestricabile e di paludi. Prima (perch non sapesse mai che era un fantasma, perch si credesse un uomo come gli altri) gli infuse l'oblio completo dei suoi anni di tirocinio.
La sua vittoria e la sua pace rimasero offuscate di tedio. Nei crepuscoli della sera e dell'alba, si prosternava dinanzi al simulacro di pietra, forse immaginando che il suo figliolo irreale compisse identici riti in altre rovine circolari a valle del fiume; di notte non sognava, o sognava come fanno tutti gli uomini. Percepiva piuttosto pallidamente i suoni e le forme dell'universo; il figlio assente, si nutriva di quelle diminuzioni della sua anima. Lo scopo della sua vita era appagato; l'uomo permase in una specie di estasi. Dopo un certo tempo, che alcuni narratori della sua storia preferiscono computare in anni e altri in lustri, lo risvegliarono a mezzanotte due rematori: non pot vedere i loro volti; ma gli parlarono di un uomo prodigioso in un tempio del Nord, capace di calpestare il fuoco senza bruciarsi. Il mago ricord bruscamente le parole del dio. Ricord che di tutte le creature dalle quali  composto l'orbe, il fuoco era l'unico a sapere che suo figlio era un fantasma. Quel ricordo tranquillizzante da principio, gli divenne poi tormentoso. Temette che suo figlio meditasse su quel privilegio anormale e scoprisse in qualche modo la sua condizione di puro simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altro uomo, quale umiliazione senza pari, quale abisso! A ogni padre stanno a cuore i figli che ha generato (che ha permesso) in una semplice confusione o felicit;  naturale che il mago temesse per l'avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere, lineamento per lineamento in mille e una notte segrete.
La fine delle sue cavillazioni fu brusca, ma alcuni segni la presagirono. Prima di tutto (al termine di una lunga siccit) una lontanissima nube su un colle, leggera come un uccello; poi, verso il Sud, il cielo che aveva il colore rosato della gengiva del leopardo; poi le dense ondate di fumo che arrugginirono il metallo delle notti; dopo, la panica fuga degli animali. Perch si ripeteva quello che era accaduto molti secoli prima. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un'alba senza uccelli il mago vide stringersi contro le mura l'incendio concentrico. Per un momento pens di rifugiarsi nelle acque, ma poi comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiaia e a liberarlo dalle sue fatiche. And incontro ai lembi di fuoco. Essi non morsero la sua carne, lo lambirono e lo inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umilt, con terrore, comprese che anch'egli era un'apparenza, che un altro stava sognandolo.



GLI SCACCHI.


1.
In un angolo austero, i giocatori
muovono i pezzi lenti. La scacchiera
fino all'alba li tiene nella lizza
severa in cui si odian due colori.

In essa i loro magici rigori
irradiano le forme: l'omerica torre,
l'agile cavallo, l'armata regina, il re tardo,
l'alfiere obliquo e pedine aggressive.

Anche se i giocatori se ne andranno,
anche se il tempo li avr consumati,
certo  che il rito non avr mai fine.

Nell'Oriente si  accesa questa guerra
di cui tutta la terra  anfiteatro.
Questo  un gioco infinito, come l'altro.

2.
Il fiacco re, l'accanita regina, l'alfiere tortuoso,
la torre diritta e l'astuta pedina
sul nero e sul bianco della strada
cercano e sferrano il loro attacco armato.

Non sanno che la mano designata
del giocatore domina il loro destino,
non sanno che un adamantino rigore
il loro arbitrio passo passo soggioga.

Il giocatore anch'esso  prigioniero
(la sentenza  di Omar) d'altra scacchiera
fatta di nere notti e bianchi giorni,

Dio muove il giocatore e questi, il pezzo.
Quale dio dietro a Dio la trama inizia
di polvere e tempo e sogno e agonia?



IL GOLEM(16).


Se (come il greco afferma nel suo Cratilo)
modello delle cose  il loro nome,
nelle lettere di "rosa"  la rosa
tutto il Nilo  nella parola "Nilo".

Fatto di consonanti e di vocali,
vi sar un Nome tremendo, che sigla
di Dio l'essenza e che l'Onnipotenza
chiude in lettere e sillabe precise.

Solo Adamo e le stelle lo conobbero
nel Giardino. Dicono i cabalisti:
la ruggine del peccato l'ha corroso.
E l'han perduto le generazioni.

Gli artifici dell'uomo e il suo candore
non hanno fine. Sappiamo che un tempo
il popolo di Dio cercava il Nome
nelle studiose veglie del suo ghetto.

Non come tante altre che insinuano
un'ombra vaga nella vaga storia,
ancora la memoria  verde e viva
di Yehuda Low che fu rabbino in Praga.

Di sapere assetato, Yehuda Low,
quel che sa Dio, si diede a permutare
lettere in complicate variazioni
e infine disse il Nome che  la Chiave,

la Porta, l'Eco, l'Ospite e il Palazzo,
sopra un fantoccio che con mani goffe
egli plasm volendogli insegnare
di Tempo e Spazio e Lettere i segreti.

Il simulacro alz le sonnolente
palpebre e vide immagini e colori
che, perduti in rumori, non comprese,
e tent peritosi movimenti.

Gradualmente si vide imprigionato
(come siam noi) nella rete sonora
dei Prima e Dopo e Ieri e Ora e Mentre,
Destra, Sinistra, Io, Tu, Coloro, gli Altri.

(Il cabalista, in funzione di nume,
chiam Golem la grossa creatura;
son verit che in un sapiente passo
del suo volume Scholem riferisce.)

Il rabbi gli spiegava l'universo
("Questo  il mio piede; questo  il tuo; la corda...")
finch con gli anni, ottenne che il maligno
scopasse bene o mal la sinagoga.

Forse vi fu un errore nello scrivere,
o nell'articolar il Sacro Nome:
ad onta di una tal magia, a parlare
quell'apprendista d'uomo non apprese.

Pi di cane che non d'uomo i suoi occhi,
e pi di cosa assai che non di cane,
seguivano il rabbino nell'incerta
penombra delle stanze di clausura.

V'era un che di anormale e rozzo in Golem
se al suo passaggio il gatto del vicino
si nascondeva. (Il gatto non c' in Scholem,
son io che nel prisma del tempo, lo vedo.)

Elevando al suo Dio mani filiali,
le devozioni del suo dio copiava,
o si curvava, stupido e ridente,
in concave orientali riverenze.

Con tenerezza il rabbi lo guardava
non senza orrore. "Come" (si diceva)
"potei creare un s penoso figlio
e abbandonai l'inazione ch' senno?"

"Perch ho voluto aggiungere all'immensa
serie un simbolo in pi? Perch all'inutile
matassa che in eterno si dipana
dare altra causa, altro effetto, altra cura?"

Nell'ora dell'angoscia e del barlume
sul suo Golem teneva gli occhi fissi.
Chi potr dirci che cosa provava
Dio, nel guardare il suo rabbino in Praga?



INFERNO, I, 32.


Dal crepuscolo del giorno fino al crepuscolo della notte, un leopardo (erano gli ultimi anni del dodicesimo secolo) vedeva qualche tavola di legno, qualche sbarra verticale di ferro, uomini e donne sempre diversi, un muro e forse una piccola grondaia di pietra con foglie secche. Non sapeva, non poteva sapere, che aveva una gran brama di amore e di crudelt e del caldo piacere di sbranare e del vento olezzante di cervo, ma qualcosa in lui soffocava e si ribellava e Dio gli parl nel sonno: "Tu vivi e morirai in questa prigione perch un uomo che so io, ti guardi un dato numero di volte, e non ti dimentichi e metta la tua immagine e il tuo simbolo in un poema, che ha il suo posto esatto nella trama dell'universo. Soffri la prigionia, per avrai dato una parola al poema". Dio, nel sogno, illumin l'entit rudimentale della bestia ed essa comprese le ragioni e accett quel destino, ma in essa vi fu soltanto, nel destarsi, una rassegnazione oscura, una preziosa ignoranza, perch il meccanismo del mondo  troppo complicato per la semplicit di una belva.
Passarono gli anni e Dante moriva a Ravenna, ingiustificato e solo quanto qualsiasi altro uomo. In un sogno Dio gli spieg lo scopo segreto della sua vita e della sua opera; Dante, meravigliato, seppe finalmente chi era e qual era, e benedisse le sue amarezze. Narra la tradizione che, nel destarsi, sent che aveva ricevuto e perduto una cosa infinita, qualcosa che non poteva pi recuperare e neppure intravedere, perch il meccanismo del mondo  troppo complicato per la semplicit degli uomini.



L'ALTRA TIGRE.

"And the craft that createth a semblance"
[E l'arte che crea una sembianza. (N.d.T.)]
Morris, "Sigurd the Volsung" (1876)

Penso a una tigre. La penombra eleva
la grande Biblioteca laboriosa
e pare che allontani gli scaffali.
Forte, innocente, insanguinata e nuova,
andr per la sua selva e il suo mattino,
stamper l'orma sua nella fangosa
riva di un fiume il cui nome ignora
(non ha il suo mondo nomi, n passato
n avvenire, ma un solo attimo certo),
d'un balzo coprir distanze enormi,
odore d'alba fiuter nell'ampio
labirinto intricato degli odori
e il delizioso odore del cerbiatto.
Entro le righe del bamb decifro
le sue righe e indovino l'ossatura
sotto la pelle splendida che vibra.
Invano si interpongono i convessi
mari e i lunghi deserti del pianeta;
da questa casa di un remoto porto
d'America del Sud, ti seguo e sogno,
oh tigre, delle riviere del Gange.

Dilaga in me la sera e sto pensando
che il vocativo tigre del mio verso
 una tigre di simboli e di ombre,
una serie di tropi letterari
reminiscenze d'enciclopedia
non la tigre fatale, l'infausta gioia
che, sotto il sole o la cangiante luna,
va compiendo in Sumatra o nel Bengala
il suo ciclo d'amore, d'ozio e morte.
Alla tigre dei simboli raffronto
quella vera, quella di caldo sangue,
quella che decima la trib dei bufali
che oggi, il tre agosto del cinquantanove,
distende una pacata ombra sui prati.
Ma basta nominarla
e immaginarne le circostanze
e subito diventa finzione d'arte,
e non creatura viva
di quelle che camminano la terra.

Cercheremo una terza tigre. Anch'essa
come l'altre sar solo una forma
del mio sogno, un sistema di parole
umane, non la tigre vertebrata
che prima assai delle mitologie
calca la terra. Lo so, ma qualcosa
m'urge a questa avventura indefinita,
insensata ed antica, e io mi ostino
a cercare nel tempo del tramonto
quell'altra tigre, che non sta nel verso.



UNA ROSA GIALLA.


N quella sera n la sera dopo mor l'illustre Giambattista Marino, che le unanimi bocche della Fama (per usare un'immagine che gli fu cara) proclamarono il nuovo Omero e il nuovo Dante, ma il fatto immobile e tacito che accadde allora, fu veramente l'ultimo della sua vita. Carico di anni e di gloria, l'uomo moriva in un ampio letto spagnolo a colonne scolpite. Non costa nulla immaginare a pochi passi un chiaro balcone aperto a ponente e, pi in basso, marmi e lauri e un giardino che raddoppia le sue gradinate in un'acqua rettangolare. Una donna ha messo in una coppa una rosa gialla; l'uomo sussurra i versi invitanti che a lui stesso oramai, per parlare con sincerit, sono venuti un poco a noia.

"Porpora del giardin, pompa del prato,
gemma di primavera, occhio d'aprile..."

Allora avvenne la rivelazione. Marino vide la rosa come pot vederla Adamo nel Paradiso e sent che essa stava nella propria eternit, non nelle sue parole e che noi possiamo nominare le cose o alludervi, ma non possiamo esprimerle e che i grossi e superbi volumi i quali formavano una penombra d'oro in un angolo della sala non erano (come la sua vanit aveva sognato) uno specchio del mondo, ma un di pi aggiunto al mondo.
Questa illuminazione Marino raggiunse la vigilia della sua morte, e probabilmente anche Omero e Dante la raggiunsero.



BALTASAR GRACIAN.


Labirinti, arzigogoli ed emblemi,
gelida e laboriosa nullit
fu per quel gesuita la poesia
da lui ridotta al puro stratagemma.

Nell'anima non musica, ma un vuoto
erbario di metafore e di arguzie
e la venerazione per le astuzie,
lo sprezzo per l'umano e il sovrumano.

Di Omero non ud la voce antica
n quella, argento e luna, di Virgilio;
non vide in esilio l'Edipo fatale
n vide il Cristo sul legno morire.

Le stelle luminose dell'oriente
che impallidiscono nell'ampia aurora,
con espressione d'empiet ha chiamato
"gallinas de los campos celestiales".

Tanto ignorante del divino amore
quanto dell'altro che brucia sulle labbra,
lo sorprese la Pallida una sera
che leggeva i versi del Marino.

Che ne fu poi non entra nella storia;
lasciata ai mutamenti dell'impura
tomba la polvere, il suo corpo d'ieri,
la sua anima entr nel paradiso.

Che cosa avr provato a contemplare
Archetipi e Splendori a fronte a fronte?
Forse pianse e si disse: Vanamente
ho cercato alimento in ombre e errori.

Che cosa avvenne quando l'implacabile
sole di Dio, la Verit, rifulse?
Forse il lume di Dio lo lasci cieco,
a mezzavia di quella immensa gloria.

So un'altra conclusione. In suoi meschini
temi assorto, Gracin, gloria non vide
e ancora va rimuginando in mente y
labirinti, arzigogoli ed emblemi.



A UN VECCHIO POETA.


Cammini per la terra di Castiglia
e quasi non la vedi. Un complicato
versetto di Juan ti tiene assorto
e appena ti accorgi del giallo

tramonto del sole. Delira la incerta
luce e al confine dell'Est si dilata
questa luna di scherno e di scarlatto
che, forse,  lo specchio dell'Ira.

Levi gli occhi e la guardi. Una memoria
balugina di cosa che fu tua
e si spegne. Il pallido capo

chini e triste prosegui il tuo cammino,
e non ricordi il verso che scrivesti:
"Y su epitafio la sangrienta luna".



PARABOLA DEL PALAZZO.


Quel giorno l'Imperatore Giallo fece visitare al poeta il suo palazzo. Andarono lasciando dietro di s, in una lunga sfilata, le prime terrazze occidentali che, come gradinate di un anfiteatro a perdita d'occhio, declinavano verso un paradiso, un giardino nel quale gli specchi di metallo e le intricate siepi di ginepro gi prefiguravano il labirinto. Vi si perdettero, gaiamente in principio, come se accondiscendessero a un gioco e poi non senza inquietudine, perch i viali rettilinei peccavano di una curvatura lievissima ma continua e segretamente erano cerchi. Verso mezzanotte l'osservazione dei pianeti e l'opportuno sacrificio di una tartaruga permisero loro di svincolarsi da quel luogo che pareva stregato, ma non dalla sensazione di essersi smarriti che li accompagn fino alla fine. Percorsero pi tardi anticamere e verande e biblioteche e un salone esagonale con una clessidra, e una mattina scorsero dall'alto di una torre un uomo di pietra che poi scomparve alla loro vista per sempre. Attraversarono in canoe di sandalo molti fiumi splendenti o un solo fiume pi e pi volte. Passava il corteo imperiale e la gente si prosternava, ma un giorno arrivarono a un'isola nella quale qualcuno non lo fece, perch non aveva mai visto il Figlio del Cielo, e il boia dovette decapitarlo. Nere chiome, cupe danze e complicate maschere d'oro videro gli occhi del poeta, indifferenti; la realt si confondeva con il sogno, o meglio la realt era una delle configurazioni del sogno. Pareva impossibile che la terra fosse altro che giardini, acque, architetture e forme di splendore. Ogni cento passi una torre tagliava il cielo; per gli occhi il colore era identico, ma la prima di tutte era gialla e l'ultima scarlatta, tanto erano delicate le gradazioni e tanto lunga la serie.
Ai piedi della penultima torre il poeta (estraneo agli spettacoli di cui stavano tutti in ammirazione) recit il breve componimento che oggi vincoliamo indissolubilmente al suo nome e che, a quanto vanno dicendo gli storici pi in voga, gli procur l'immortalit e la morte. Il testo  andato perduto; vi  chi sostiene che era di un solo verso; altri di una sola parola. Quello che  certo, quello che  incredibile,  che il poema conteneva intero e minuzioso il palazzo enorme e ogni famosa maiolica e ogni disegno su ogni maiolica e le penombre e le luci dei crepuscoli e ogni attimo sventurato o felice delle gloriose dinastie di mortali, di di e di draghi che abitarono in esso dall'infinito tempo dei tempi. Tacquero tutti, ma l'Imperatore esclam: ""Mi ha distrutto il palazzo!"" e la spada di ferro del boia falci la vita del poeta.
Altri riferiscono la storia in altro modo. Nel mondo non vi possono essere due cose uguali; bast (ci dicono) che il poeta pronunciasse il poema perch la reggia scomparisse, abolita e fulminata dall'ultima sillaba. Queste leggende, naturalmente, sono soltanto fantasie letterarie. Il poeta era schiavo dell'Imperatore e come tale mor; il suo componimento cadde nell'oblio perch meritava l'oblio e i suoi posteri cercano ancora, e non la troveranno, la parola dell'universo.



LA MURAGLIA E I LIBRI.

"He, whose long wall the wand'ring tartar bounds..."
[Colui, il cui lungo muro circonda i nomadi tartari... (N.d.T.)]
"Dunciad", I I, 76.


Ho letto, giorni passati, che l'uomo dal quale fu ordinata la costruzione della quasi infinita muraglia cinese fu quello stesso primo Imperatore, Shih Huang-ti, che dispose anche di bruciare tutti i libri anteriori a lui. Il fatto che le due enormi operazioni (le cinquecento o seicento leghe di pietra poste a baluardo contro i barbari e la rigorosa abolizione della storia, cio del passato) derivassero da una sola persona e fossero in qualche modo i suoi attributi, mi ha dato una soddisfazione inesplicabile e nello stesso tempo mi ha turbato. Indagare le ragioni di quella emozione  lo scopo di questa nota.
Storicamente nei due provvedimenti non vi  mistero. Contemporaneo alle guerre di Annibale, Shih Huang-ti, Re di Tsin, ridusse in suo potere i Sei Regni e abol il sistema feudale; eresse la muraglia perch le muraglie erano difesa; diede alle fiamme i libri perch l'opposizione si appellava ad essi per esaltare gli antichi Imperatori. Dare libri al fuoco ed erigere fortificazioni  compito comune dei principi; l'unica cosa singolare nel caso di Shih Huang-ti sta nelle proporzioni su cui egli oper. Cos lasciano intendere alcuni sinologi, ma io sento che i fatti ai quali ho accennato sono qualcosa di pi di una esagerazione o di una iperbole di volgari disposizioni. Recintare un orto o un giardino  cosa usuale; non recintare un impero. E neppure  cosa da poco pretendere che la pi tradizionale di tutte le razze rinunci alle memorie del suo passato, mitico o veridico. I cinesi avevano tremila anni di cronologia (e in essi l'Imperatore Giallo e Chuang Tzu e Confucio e Lao Tzu), quando Shih Huang-ti ordin che la storia incominciasse da lui.
Shih Huang-ti aveva esiliato sua madre come libertina; nella sua dura giustizia gli ortodossi non vollero vedere altro che un'empiet; Shih Huang-ti forse volle distruggere i libri canonici perch essi lo accusavano; Shih Huang-ti forse volle abolire tutto il passato per abolire un solo ricordo: la cattiva fama di sua madre. (Non diversamente un re, in Giudea, fece ammazzare tutti i bambini per ammazzarne uno.)  una congettura attendibile ma non ci dice nulla della muraglia, della seconda faccia del mito. Shih Huang-ti, secondo gli storiografi, proib che si nominasse la morte e cerc l'elisir della immortalit e si recluse in un fantastico palazzo simbolico che era costituito di tante stanze quanti i giorni dell'anno; questi dati suggeriscono che, nello spazio la muraglia, nel tempo il rogo, furono barriere magiche destinate a tenere lontana la morte. Tutte le cose tendono al perdurare del proprio essere, ha scritto Baruch Spinoza; probabilmente l'Imperatore e i suoi magi hanno creduto che l'immortalit sia intrinseca e che la corruzione non possa entrare in un orbe chiuso. Probabilmente l'Imperatore volle ricreare il principio del tempo e si chiam Primo, per essere realmente il primo, e si chiam Huang-ti per essere in qualche modo Huang-ti, il leggendario Imperatore che invent la scrittura e la bussola. Egli, a quanto dice il Libro dei Riti, diede alle cose il loro vero nome; e quindi Shih Huang-ti si vant, in iscrizioni che durano tuttora, che tutte le cose, sotto il suo impero, avessero il nome adeguato. Sogn di fondare una dinastia immortale; ordin che i suoi eredi si chiamassero Secondo Imperatore, Terzo Imperatore, Quarto Imperatore e cos via fino all'infinito...
Ho parlato di un proposito magico; verrebbe anche fatto di supporre che erigere la muraglia e dare i libri al rogo non siano stati atti simultanei. Questo (secondo l'ordine che preferiremmo) ci darebbe l'immagine di un re che incominci con il distruggere e poi si rassegn a conservare, oppure quella di un re disilluso che distrusse ci che prima difendeva. Ambedue le congetture sono drammatiche ma sono prive, che io sappia, di fondamento storico. Herbert Allen Giles racconta che quanti occultarono libri furono bollati con un ferro rovente e condannati a costruire, fino alla loro morte, la smisurata muraglia. Questa notizia favorisce o tollera un'altra interpretazione. Forse la muraglia fu una metafora, forse Shih Huang-ti condann quelli che adoravano il passato a un'opera immensa come il passato, altrettanto greve e altrettanto inutile. Forse la muraglia fu una sfida e Shih Huang-ti pens: "Gli uomini amano il passato e contro questo amore nulla io posso e nulla possono i miei carnefici, ma verr un giorno un uomo che senta come me, e distrugger la mia muraglia come io ho distrutto i libri, egli canceller la mia memoria, egli sar la mia ombra e il mio specchio e non lo sapr". Forse Shih Huang-ti cinse di mura l'Impero perch sapeva che esso era fragile e distrusse i libri perch capiva che erano libri sacri, ossia libri che insegnano quello che insegna l'intero universo o la coscienza di ciascun uomo. Forse il rogo delle biblioteche e la costruzione della muraglia sono opere che in qualche modo segreto si elidono.
La solida muraglia che in questo momento, e in tutti, proietta sopra terre che non vedr il suo sistema di ombre,  l'ombra di un Cesare il quale ordin che la pi reverente di tutte le nazioni bruciasse il suo passato;  verosimile che l'idea ci tocchi per se stessa, al di fuori delle congetture che consente. (Il suo valore pu consistere nel contrasto fra il costruire e il distruggere, nella enormit delle dimensioni.) Generalizzando il caso precedente potremmo dedurre che "tutte" le forme hanno il proprio valore in se stesse e non in un ipotetico "contenuto". Questo concorderebbe con la tesi di Benedetto Croce; gi Pater, nel 1877, ha affermato che tutte le arti aspirano alla condizione della musica, che  solo e unicamente forma. La musica, gli stati di felicit, i miti, i volti tormentati dal tempo, certi crepuscoli e certi luoghi, vogliono dirci qualcosa o hanno detto qualcosa che non avremmo dovuto perdere o stanno per dirci qualcosa; questa imminenza di una rivelazione, che non si produce,  forse il fatto estetico.



L'ENIGMA DI EDWARD FITZGERALD.


Un uomo, Umar ben Ibrahim, nasce in Persia, nell'undicesimo secolo dell'era cristiana (quel secolo era per lui il quinto della Egira), e impara il Corano e le tradizioni insieme con Hassn ben Sabbh futuro fondatore della setta degli Hashishin o Assassini, e insieme con Nizam ul-Mulk, che diventer visir di Alp Arsln, conquistatore del Caucaso. I tre amici, un poco per burla e un poco sul serio, giurano che se la fortuna, un giorno, avesse favorito uno di loro, il beneficato non avrebbe dimenticato gli altri. Passano gli anni e Nizam raggiunge la dignit di visir: Umar gli chiede soltanto un cantuccio all'ombra della sua buona sorte, in cui pregare per la prosperit dell'amico e meditare sulla matematica. (Hassn chiede e ottiene una carica elevata, e, alla fine, fa pugnalare il visir). Umar riceve dal tesoro di Nishapur una pensione annua di diecimila dinari e pu dedicarsi allo studio. Non crede all'astrologia giudiziaria, ma coltiva l'astronomia, collabora alla riforma del calendario che il sultano promuove e compone un famoso trattato di algebra, che d soluzioni numeriche, per le equazioni di primo e secondo grado, e geometriche mediante la intersezione di coni, per quelle di terzo grado. Gli arcani del numero e degli astri non esauriscono la sua attenzione; legge, nella solitudine della sua biblioteca, i testi di Plotino, che nel vocabolario dell'Islam  il Platone egizio o il Maestro greco, e le cinquanta e passa epistole della eretica e mistica Enciclopedia dei Fratelli della Purezza, dove si argomenta che l'universo  una emanazione della Unit e ritorner alla Unit...
Lo dicono alcuni proseliti di Alfarabi, il quale afferm che le forme universali non esistono al di fuori delle cose, e di Avicenna, il quale insegn che il mondo  eterno. Qualche cronaca ci riferisce che egli crede, o gioca a credere, nelle trasmigrazioni dell'anima da corpo umano a corpo animale, e che una volta parl con un asino come Pitagora parl con un cane.  ateo, ma sa interpretare in modo ortodosso i pi ardui passi del Corano, perch ogni uomo colto  un teologo, e per esserlo non  indispensabile la fede. Negli intervalli fra l'astronomia, l'algebra e l'apologetica, Umar ben Ibrahim al Khayyam cesella componimenti di quattro versi, dei quali il primo, il secondo e l'ultimo rimano fra loro; il manoscritto pi abbondante gli attribuisce cinquecento di queste quartine, numero esiguo che sar sfavorevole alla sua gloria, perch in Persia (come nella Spagna di Lope e di Caldern) il poeta deve essere abbondante. Nell'anno 517 dell'Egira, Umar sta leggendo un trattato intitolato "L'Uno e i Molti"; un malessere o una premonizione lo interrompe. Si alza, segna la pagina che i suoi occhi non torneranno a vedere e si riconcilia con Dio, con quel Dio che forse esiste e il cui favore ha implorato sulle pagine difficili della sua algebra. Muore il giorno stesso al tramonto del sole. In quegli anni, in un'isola occidentale e boreale che i cartografi dell'Islam ignorano, un re sassone che ha sconfitto un re di Norvegia  sconfitto da un duca normanno.
Passano sette secoli, con i loro lumi e agonie e mutamenti, e in Inghilterra nasce un uomo, Fitzgerald, meno intellettuale di Umar ma forse pi sensibile e pi triste. Fitzgerald sa che il suo vero destino  la letteratura e vi si prova con indolenza e tenacia. Legge e rilegge il Don Chisciotte che gli sembra quasi il migliore di tutti i libri (ma non vuole essere ingiusto con Shakespeare e con "dear old Virgil"), e il suo amore si estende al dizionario nel quale cerca le parole. Comprende che ogni uomo nel cui animo sia chiusa una musica pu comporre versi dieci o dodici volte nel corso naturale della sua vita, se gli astri gli sono propizi, ma non si propone di abusare di questo modico privilegio.  amico di persone illustri (Tennyson, Carlyle, Dickens, Thackeray), alle quali non si sente inferiore, a dispetto della sua modestia e della sua cortesia. Ha pubblicato un dialogo scritto con decoro, "Euphranor", e mediocri versioni di Caldern e dei grandi tragici greci. Dallo studio dello spagnolo  passato allo studio del persiano e ha incominciato una traduzione del "Mantiq al-Tayr", quella mistica epopea degli uccelli che cercano il loro re, il Simurg, e finalmente arrivano alla sua reggia che sta al di l di sette mari e scoprono che loro stessi sono il Simurg e che il Simurg  tutti e ciascuno. Nel 1854 gli prestano una raccolta manoscritta dei componimenti di Umar, fatta senza altra regola fuorch l'ordine alfabetico delle rime; Fitzgerald ne traduce qualcuno in latino e intravede la possibilit di tessere con essi un libro unitario e organico in cui vengano, in principio le immagini del mattino, della rosa e dell'usignolo, e infine quelle della notte e del sepolcro. A questo progetto improbabile e ancora inverosimile, Fitzgerald dedica la sua vita di uomo indolente, solitario e maniaco. Nel 1859 pubblica una prima versione delle "Rubaiyyat" alla quale seguono altre, ricche di varianti e di scrupoli. Accade un miracolo: dalla fortuita congiunzione di un astronomo persiano che indulse alla poesia e di un inglese eccentrico che scorre, forse senza intenderli del tutto, libri orientali e ispani, sorge uno straordinario poeta che non assomiglia a loro due. Scrive Swinburne che Fitzgerald "ha dato a Omar Khayyam un posto perenne tra i maggiori poeti dell'Inghilterra", e Chesterton, sensibile al romantico e al classico di questo libro senza pari, osserva che in esso vi , nello stesso tempo, "una melodia che fugge e una scrittura che rimane". Alcuni critici ritengono che l'"Omar" di Fitzgerald sia, effettivamente, un poema inglese con spunti persiani; Fitzgerald fece interpolazioni, rifin e invent ma le sue "Rubaiyyat" pare esigano da noi di essere lette come persiane e antiche.
Questo caso invita a congetture di indole metafisica. Umar profess (lo sappiamo) la dottrina platonica e pitagorica del transito dell'anima attraverso molti corpi; dopo secoli e secoli, la sua anima forse si reincarn in Inghilterra per compiere in un remoto idioma germanico, venato di latino, il destino letterario che le scienze matematiche avevano soffocato a Nishapur. Isaac Luria il Leone insegn che l'anima di un defunto pu entrare in un'anima sventurata per sorreggerla o istruirla; forse l'anima di Umar fu ospite, nel 1857, in quella di Fitzgerald. Nelle "Rubaiyyat" si legge che la storia universale  uno spettacolo che Dio concepisce, rappresenta e contempla; questa speculazione (il suo nome specifico  panteismo) ci farebbe pensare che l'inglese abbia potuto ricreare il persiano, perch ambedue erano, essenzialmente, Dio o volti momentanei di Dio. Pi verosimile e non meno meravigliosa di queste ipotesi di carattere soprannaturale  la supposizione di un caso benefico. Le nubi configurano a volte forme di montagne o leoni; analogamente la malinconia di Edward Fitzgerald e un manoscritto di carta gialla e di lettere purpuree, dimenticato in uno scaffale della Bodleiana di Oxford, hanno configurato, per nostro bene, il poema.
Ogni collaborazione  misteriosa. Questa dell'inglese e del persiano lo fu pi di qualsiasi altra, perch essi erano molto diversi e probabilmente in vita non avrebbero stretto amicizia e la morte e le vicissitudini e il tempo servirono a far s che uno sapesse dell'altro e divenissero un unico poeta.



ARIOSTO E GLI ARABI.


Nessuno pu scrivere un libro.
Affinch un libro veramente viva
occorrono aurore, tramonti, secoli,
armi e mare che unisce e separa.

Cos pensava l'Ariosto, che al placido
gusto si diede, nell'ozio di strade
di chiari marmi e neri pini,
di tornar a sognare il gi sognato.

L'aria d'Italia era piena di sogni,
ed essi, con le forme della guerra
che in duri secoli oppresse la terra,
ordirono insieme i ricordi e l'oblio.

Sperduta nelle valli d'Aquitania
cadde in una imboscata una legione:
e cos nacque il sogno di una spada
e del corno che chiama a Roncisvalle.

I suoi idoli e le sue orde armate
rude sugli orti d'Inghilterra sparse
il Sassone in guerra pesante e serrata:
e ne rimase solo un sogno: Arturo.

Da scogli boreali ove in un cieco
sole svanisce il mare, venne il sogno
di una fanciulla dormiente che attende,
dietro un cerchio di fuoco, il suo signore.

Chi sa se dalla Persia o dal Parnaso
venne quel sogno del destriero alato
che in alto lo stregone armato sprona
e che si affonda nel deserto occaso.

Come in groppa al destrier dello stregone
Ariosto i regni della terra vide
percorsa dalle giostre della guerra
e del giovine amore avventuriero.

Come dietro una tenue nebbia d'oro
vide nel mondo un giardino che in altri
orti segreti i suoi confini estende
per l'amore di Angelica e Medoro.

Come quegli splendori d'illusione
che all'indostano l'oppio fa vedere
per il Furioso passano gli amori
nel disordine di un caleidoscopio.

N l'amore ignor n l'ironia,
cos sogn, a suo modo pudico,
quello strano castello dove tutto
 puro inganno (come in questa vita).

Dalla fortuna o dal destino egli ebbe
come tutti i poeti strana sorte:
andava per le strade di Ferrara
e nello stesso tempo per la luna.

Con le scorie dei sogni, indefinito
limo che il Nilo dei sogni depone,
con esse fu filata la matassa
di questo sfavillante labirinto,

questo enorme diamante dove un uomo
si pu smarrire avventurosamente
per ambiti di musica indolente
al di l del suo corpo e del suo nome.

Vi si smarr l'Europa intera. In forza
di un'arte tanto ingenua e maliziosa
Milton pianse la fin di Brandimarte,
e di Dalinda la distretta e l'ansia.

L'Europa si smarr, ma doni nuovi
di l'ampio sogno alla gente famosa
che abita i deserti dell'Oriente
e le sue notti grevi di leoni.

Parla di un re che allo spuntar del giorno
la sua regina di una notte affida
alla spietata scimitarra, il libro
dilettoso che ancora il tempo incanta.

Ali che son la brusca notte, raffi
crudeli da cui pende un elefante,
magnetiche montagne il cui abbraccio
avvince al passo e stritola i vascelli.

La terra che da un toro  sostenuta,
ed il toro da un pesce; abracadabra
e talismani e mistiche parole
che nel granito apron caverne d'oro.

Questo sogn la gente saracena
che le bandiere di Agramante segue;
questo, che volti col turbante cinti
sognr, si impadron dell'Occidente.

L'Orlando  ora una regione amena
che offre e stende inabitate miglia
di innocenti e oziose meraviglie,
tutto un sogno che pi nessuno sogna,

che dalle arti islamiche ridotto
a pura erudizione, a mera storia,
sta l solo, a sognarsi. (La gloria
 pur essa una forma dell'oblio.)

Dal vetro gi smorto l'incerta luce
di una sera di pi sfiora il volume,
una volta di pi arde e si spegne
l'oro della superba legatura.

Nella sala deserta il silenzioso
libro viaggia nel tempo. Rimangono
indietro le aurore e le ore notturne
e la mia vita, frettoloso sogno.



LA RICERCA DI AVERROE'.

"S'imaginant que la tragdie n'est autre chose que l'art de louer..."
[Immaginandosi la tragedia non sia altro che l'arte di lodare... (N.d.T.)]
Ernest Renan, "Averros", 48 (1861)


Abulwalid Muhmmad ibn-Ahmad ibn-Muhmmad ibn-Roshd (un secolo doveva impiegare questo lungo nome per arrivare ad essere Averro, passando attraverso Benraist e attraverso Avenrytz, e anche attraverso Aben-Rassad e Rosadis Filius) redigeva l'undecimo capitolo dell'opera "Tahajut-ul-Tahaft" (Distruzione della Distruzione), nel quale si sostiene, contro l'asceta persiano al-Ghazali, autore del "Tahajut-ul-falasifa" (Distruzione dei filosofi), che la divinit conosce soltanto le leggi generali dell'universo per quanto concerne le specie e non l'individuo. Scriveva con lenta sicurezza da destra a sinistra; l'esercizio di foggiare sillogismi e di connettere ampi paragrafi non gli impediva di sentire, come un benessere, la casa fresca e profonda che lo circondava. Nel pieno meriggio arrochivano i colombi innamorati; da un cortile invisibile saliva il rumore di una fontana; qualcosa nella carne di Averro, i cui antenati provenivano dai deserti arabici, amava la presenza costante dell'acqua. Sotto si stendevano i giardini, gli orti; sotto, l'affaccendato Guadalquivir e poi l'amata citt di Crdoba non meno luminosa di Bagdad o del Cairo, come un complesso e delicato strumento e intorno (anche questo sentiva Averro) si stendeva verso il confine la terra di Spagna, nella quale vi sono poche cose ma dove ciascuna pare vi stia in un modo sostanziale e perenne.
La penna correva sul foglio, gli argomenti si concatenavano, irrefutabili, ma una leggera preoccupazione offusc la felicit di Averro. Non gli veniva dal "Tahafut", lavoro occasionale, ma da un problema di carattere filologico, legato all'opera monumentale che doveva fargli onore dinanzi alle genti: il commento di Aristotele. Quel greco, fonte sorgiva di ogni filosofia, era stato elargito agli uomini affinch insegnasse loro tutto quanto si pu sapere; interpretare i suoi libri come gli ulema interpretano il Corano era l'arduo proposito di Averro. Poche cose registrer la storia, pi belle e pi patetiche di questa dedizione di un medico arabo al pensiero di un uomo dal quale lo separavano quattordici secoli; alle difficolt intrinseche dobbiamo aggiungere che Averro, ignorando il siriaco e il greco, lavorava sulla traduzione di una traduzione. La sera prima due parole dubbiose lo avevano fermato all'inizio della Poetica. Erano le parole "tragedia" e "commedia". Le aveva trovate qualche anno prima, nel terzo libro della Retorica; nessuno, in tutto l'Islam, aveva idea di quello che volessero dire. Aveva frugato invano le pagine di Alessandro di Afrodisia, invano aveva consultato le versioni del nestoriano Hunain ibn-Ishaq e di Abu-Bashar Mata. Le due misteriose parole pullulavano nel testo della Poetica: impossibile eluderle.
Averro pos la penna. Disse fra s (senza troppa fiducia) che, di solito, quello che cerchiamo  vicinissimo a noi, ripose il manoscritto del "Tahafut" e si diresse allo scaffale dove si allineavano, copiati da calligrafi persiani, i numerosi volumi del "Mohkam" del cieco Abensida. Era ridicolo immaginare che non li avesse consultati, ma lo tent il piacere ozioso di voltarne le pagine. Da quella voluta distrazione lo distolse una specie di melodia. Guard dal balcone a grata; sotto, nel piccolo cortile di terra battuta, giocavano alcuni bambini seminudi. Uno, in piedi sulle spalle di un altro, era evidentemente il muezzin; con gli occhi ben chiusi, salmodiava: "Non vi  altro dio all'infuori di Dio". Quello che lo sosteneva, immobile, era il minareto; un altro, prostrato nella polvere e accoccolato, era la congregazione dei fedeli. Il gioco dur poco; tutti volevano essere il muezzin, nessuno la congregazione o la torre. Averro li ud litigare in dialetto "volgare", ossia nel primitivo spagnolo della plebe mussulmana della penisola. Aperse il "Kitab ul-Ayn" di Jalil e pens con orgoglio che in tutta Crdoba (forse in tutto al-Andalus)(17) non vi era un'altra copia dell'opera completa, oltre a questa che l'emiro Jacub Almansur gli aveva mandato da Tangeri. Il nome di quel porto gli ricord che il giramondo Abulqasim al-Ashan, il quale era ritornato dal Marocco, doveva cenare con lui quella sera in casa del coranista Farach. Abulqasim diceva di essere giunto fino ai regni dell'impero del Sin (della Cina); i suoi detrattori, con la logica peculiare ispirata dall'odio, giuravano che non aveva mai messo piede nella Cina e che in templi di quel paese aveva bestemmiato Allah. Inevitabilmente la riunione sarebbe durata alcune ore; Averro, in fretta, riprese a scrivere il "Tahafut". Lavor fino al crepuscolo della sera.
Il dialogo, in casa di Farach, pass dalle incomparabili virt del governatore a quelle di suo fratello l'emiro; poi, in giardino, parlarono di rose. Abulqasim, senza averle guardate, assicur che non esistevano altrove rose come le rose che ornano le ville andaluse. Farach non si lasci adulare; osserv che il dotto Ibn Qutaiba descrive una magnifica variet di rosa perenne, che si trova nei giardini dell'Indostan i cui petali, di un rosso incarnato, hanno forma di lettere che dicono: "Non vi  altro dio all'infuori di Dio. Maometto  il suo profeta". Aggiunse che Abulqasim doveva sicuramente conoscere quelle rose. Abulqasim lo guard turbato. Se rispondeva di s, tutti lo avrebbero giudicato, a buon diritto, il pi disponibile e opportunista degli impostori; se rispondeva di no, lo avrebbero giudicato un infedele. Scelse il partito di mormorare che con il Signore stanno le chiavi delle cose occulte e che non vi  sulla terra una cosa verde o una cosa appassita che non sia registrata nel Suo Libro. Queste parole appartengono a una delle prime "azoras"; le accolse un mormorio reverenziale. Infatuato di questa vittoria dialettica, Abulqasim si metteva a declamare che il Signore  perfetto nelle sue opere e imperscrutabile. Allora Averro dichiar, prefigurando i remoti argomenti di un ancora problematico Hume:
"Mi costa meno ammettere un errore nel dotto Ibn Qutaiba o nei copisti, che non ammettere che la terra produca rose con la professione di fede".
"Cos . Nobili e veritiere parole", disse Abulqasim.
"Qualche giramondo", ricord il poeta Abdalmalik, "parla di un albero i cui frutti sono uccelli verdi. Stento meno a credere in questo che in rose con lettere per petali".
"Il colore degli uccelli", disse Averro, "sembra che renda pi facile il prodigio. D'altronde, le frutta e gli uccelli appartengono al mondo naturale, ma la scrittura  un'arte. Passare da foglie a uccelli  pi facile che da rose a lettere".
Un altro ospite neg con indignazione che la scrittura fosse un'arte, poich l'originale del Corano ("la Madre del Libro")  anteriore alla creazione e si conserva nel cielo. Un altro parl di Giahiz di Basra, secondo il quale il Corano  una sostanza che pu prendere la forma di un uomo o quella di un animale, opinione che pare concordi con quella di chi gli attribuisce due volti. Farach espose ampiamente la dottrina ortodossa. "Il Corano", disse, " uno degli attributi di Dio, come la Sua piet; si copia in un libro, si pronuncia con la lingua, si ricorda nel cuore e l'idioma e i segni e la scrittura sono opera degli uomini, ma il Corano  irrevocabile ed eterno". Averro che aveva commentato "La Repubblica", avrebbe potuto dire che la madre del Libro  qualcosa di simile al suo modello platonico, ma not che la teologia era un tema del tutto inaccessibile ad Abulqasim.
Altri, che pure se ne accorsero, chiesero ad Abulqasim di riferire una qualche meraviglia. Allora, come ora, il mondo era atroce; potevano percorrerlo gli audaci, ma anche i miserabili, quelli che si adattavano a tutto. La memoria di Abulqasim era uno specchio di intime bassezze. Che cosa poteva riferire? D'altronde, esigevano meraviglie da lui e la meraviglia probabilmente non si pu comunicare; la luna del Bengala non  identica alla luna dello Yemen, ma si lascia descrivere con gli stessi vocaboli. Abulqasim rimase incerto; poi parl:
"Chi percorre regioni e citt", proclam con unzione, "vede molte cose che sono degne di credito. Questa, per esempio, che ho riferito soltanto una volta al re dei turchi. Accadde a Sin Kalan (Canton) dove il fiume dell'Acqua della Vita sbocca nel mare".
Farach domand se la citt si trovava a molte leghe dalla muraglia che Iskandar Zul Qarnain (Alessandro Bicorne di Macedonia) aveva costruito per tenere lontani Gog e Magog.
"Deserti la separano", disse Abulqasim con involontaria arroganza. "Quaranta giorni impiegherebbe una "cafila" (carovana) per scorgere le sue torri e altrettanti, dicono, per raggiungerla. In Sin Kalan non so di nessun uomo che l'abbia vista o abbia visto chi la vide".
Lo sgomento di quello che, del puro spazio, della pura materia,  per ignoranza infinito, colp per un momento Averro. Guard il giardino simmetrico; si sent invecchiato, inutile, irreale. Diceva Abulqasim:
"Una sera i mercanti musulmani di Sin Kalan mi condussero a una casa di legno dipinto, nella quale vivevano molte persone. Non si pu raccontare come era quella casa che, piuttosto, era una sola stanza con file di armadi incavati nel muro o di balconi, una sopra l'altra. In quelle cavit vi era gente che mangiava e beveva; e cos pure al suolo, e cos pure in una terrazza. Le persone di quella terrazza suonavano il tamburo e il liuto, eccetto quindici o venti (con maschere color di rosso vivo) che pregavano, cantavano, parlavano fra loro. Soffrivano prigionia e nessuno vedeva la prigione, cavalcavano ma non si vedeva il cavallo; combattevano ma le spade erano di canna; morivano e dopo stavano in piedi".
"I gesti dei pazzi", disse Farach, "vanno al di l delle previsioni dell'uomo savio".
"Non erano pazzi", dovette spiegare Abulqasim. "Stavano figurando, mi disse un mercante, una storia."
Nessuno comprese, nessuno parve disposto a comprendere. Abulqasim, confuso, pass dall'ascoltato racconto alle disprezzate spiegazioni. Disse, aiutandosi con le mani:
"Immaginiamo che qualcuno mostri una storia invece di riferirla. Sia, per esempio, la storia dei dormienti di Efeso. Li vediamo ritirarsi nella caverna, li vediamo pregare e dormire, li vediamo dormire con gli occhi aperti, li vediamo crescere mentre dormono, li vediamo svegliarsi dopo trecentonove anni, li vediamo svegliarsi nel paradiso, li vediamo svegliare il cane. Qualcosa di simile ci mostrarono quella sera le persone della terrazza".
"Parlavano quelle persone?" domand Farach.
"Sicuro che parlavano", disse Abulqasim, divenuto apologista di una funzione che ricordava appena e che lo aveva piuttosto annoiato. "Parlavano e cantavano e peroravano!"
"In questo caso", disse Farach, "non occorrevano "venti" persone. Un solo parlatore pu riferire qualsiasi cosa, per quanto complessa sia".
Tutti approvarono la sentenza. Si vantarono i pregi dell'arabo, l'idioma che Dio usa per comandare agli angeli; poi quelli della poesia degli arabi. Abdalmalik, dopo averla debitamente ponderata, derise come antiquati i poeti che a Damasco e a Crdoba si attaccavano alle immagini pastorali e a un vocabolario beduino. Era assurdo, disse, che un uomo dinanzi ai cui occhi si stendeva il Guadalquivir, esaltasse l'acqua di un pozzo. Insisteva sulla convenienza di rinnovare le antiche metafore; disse che quando Zuhair paragon il destino a un cammello cieco, quell'immagine pot bene tenere sospesa la gente in ammirazione, ma cinque secoli di ammirazione l'avevano logorata. Tutti approvarono il giudizio che avevano gi udito molte volte, da molte bocche. Averro stava in silenzio. Alla fine parl pi per se stesso che per gli altri:
"Con minore eloquenza", disse Averro, "ma con argomenti congeneri, una volta ho difeso l'opinione che Abdalmalik sostiene. In Alessandria si  detto che  incapace di una colpa soltanto chi l'ha gi commessa e se ne  pentito; per essere liberi da un errore, aggiungiamo, conviene averlo professato. Zuhair, nella sua "mohalaca"(18), dice che, nel decorso di ottant'anni di dolore e di gloria, ha visto molte volte il destino travolgere gli uomini di colpo, come un cammello cieco; Abdalmalik pensa che quella immagine non possa pi destare ammirazione. A questa critica si potrebbero rispondere molte cose. Prima di tutto che se il fine della poesia fosse di sbalordire, la sua durata non si misurerebbe a secoli, ma a giorni, e a ore e forse a minuti. In secondo luogo che un poeta famoso  pi uno scopritore che un inventore. Per lodare Ibn-Sharaf di Berja, si  detto e ripetuto che lui solo pot immaginare le stelle all'alba cadere lentamente, come le foglie cadono dagli alberi; questo, se fosse vero, renderebbe evidente che l'immagine  futile. L'immagine che un solo uomo pu formulare  quella che non desta eco in nessuno. Vi sono infinite cose sulla terra; una cosa qualsiasi pu paragonarsi a un'altra cosa qualsiasi. Paragonare stelle con foglie non  meno arbitrario che paragonarle a pesci o a uccelli. Invece, tutti quanti hanno provato almeno una volta che il destino  forte ed  pesante, che  innocente ed  anche inumano. Per questa convinzione che pu essere transitoria o durevole, ma che nessuno pu evitare, fu scritto il verso di Zuhair. Non si pu dir meglio quello che in esso  detto. D'altronde (e forse questo  l'essenziale delle mie riflessioni), il tempo, che smantella regali fortezze, arricchisce i versi. Quello di Zuhair, quando egli lo compose in Arabia, serv a confrontare due immagini, quella del vecchio cammello e quella del destino; ripetuto adesso serve alla memoria di Zuhair e a confondere le nostre pene con quelle del morto poeta arabo. Quell'immagine aveva due termini, oggi ne ha quattro. Il tempo dilata l'ambito dei versi e ne so alcuni che, al pari della musica, parlano nel cuore di tutti gli uomini. Cos anni or sono, a Marrakesh, tormentato dal ricordo di Crdoba, mi compiacevo nel ripetere l'apostrofe che Abdurrahman rivolse nei giardini di Ruzafa a una palma africana:

"Tu pure sei, oh palma,
Straniera in questo suolo..."

"Singolare conforto della poesia; parole scritte da un re che agognava all'Oriente servirono a me, esule in Africa, nella mia nostalgia della Spagna".
Poi Averro parl dei primi poeti(19), di quelli che nel Tempo dell'Ignoranza, prima dell'Islam, hanno gi detto tutte le cose nell'infinito linguaggio dei deserti. Preoccupato, non senza ragione, delle futilit di Ibn-Sharaf, disse che negli antichi e nel Corano, era sintetizzata tutta la poesia e condann come prova di analfabetismo e di vanit l'ambizione di innovare. Gli altri ascoltarono con piacere, perch difendeva l'antico.
I muezzin chiamavano alla preghiera della prima luce quando Averro entr di nuovo nella sua biblioteca. (Nell'harem le schiave dai capelli neri avevano torturato una schiava dai capelli biondi, ma egli lo avrebbe saputo soltanto la sera). Qualcosa gli aveva rivelato il senso delle due parole oscure. Con sicura e accurata calligrafia aggiunse queste righe al manoscritto: "Arista" (Aristotele) "denomina tragedia i panegirici e commedie le satire e gli anatemi. Meravigliose tragedie e commedie abbondano nelle pagine del Corano e nelle "mohalacas" del santuario"(20).
Sent sonno, sent un poco di freddo. Sciolto il turbante si guard in uno specchio di metallo. Non so quello che i suoi occhi videro, perch nessuno storiografo ha descritto i lineamenti del suo volto. So che scomparve bruscamente, come se lo fulminasse un fuoco senza luce, e che con lui scomparvero la casa e l'invisibile zampillo d'acqua e i libri e i manoscritti e le colombe e le molte schiave dalla chioma nera e la tremante schiava dai capelli biondi e Farach e Abulqasim e i rosai e forse il Guadalquivir.

Nella storia precedente ho voluto narrare il percorso di una sconfitta. Prima avevo pensato a quell'arcivescovo di Canterbury il quale si era proposto di dimostrare che vi  un Dio; poi agli alchimisti che hanno cercato la pietra filosofale; poi ai vani trisettori dell'angolo e rettificatori del cerchio. Poi ho riflettuto che  pi poetico il caso di un uomo il quale si propone un fine che non  precluso ad altri, ma lo  a lui. Ho ricordato Averro che, chiuso nell'ambito dell'Islam, non pot mai sapere il significato dei vocaboli "tragedia" e "commedia". Ho riferito il caso; a mano a mano che procedevo, sentivo quello che dovette sentire il dio citato da Burton che si era proposto di creare un toro e cre un bufalo. Ho sentito che l'opera si faceva beffe di me. Ho sentito che Averro, volendo immaginare che cosa fosse un dramma senza avere idea di che cosa fosse un teatro, non era pi assurdo di me che volevo immaginare Averro, senza altro materiale che qualche piccolo cenno di Renan, di Lane e di Asn Palacios. Ho sentito, nell'ultima pagina, che il mio racconto era un simbolo dell'uomo che ero io mentre la scrivevo, e che per redigere questo racconto dovevo essere quell'uomo, e che per essere quell'uomo dovevo redigere questo racconto, e cos fino all'infinito. (Nel momento in cui smetto di credere in lui, Averro scompare).



UN SOLDATO DI URBINA.


Ritenendosi indegno d'altra gesta
come quella sul mare, il soldato(21),
ora a sordidi uffici rassegnato(22),
per la sua dura Spagna errava oscuro.

Per soffocare il tedio del reale
e per lenirlo frugava nei sogni
e gli offersero un magico passato
i cicli di Rolando e di Bretagna.

Contemplando al tramonto la distesa
ampia in cui dura un fulgore di rame
si credeva finito, povero e solo.

Non sapeva di qual canto era signore;
di qualche sogno attraversando il fondo,
erano gi per via Chisciotte e Sancio.



L'AUTORE.


Non aveva indugiato mai nei piaceri della memoria. Le impressioni scivolavano sopra di lui, vivide e momentanee; il cinabro di un vasaio, la volta celeste carica di stelle che erano anche di, la luna dalla quale era caduto un leone, la levigatezza del marmo sotto le lente dita sensibili, il sapore della carne di cinghiale che gli piaceva strappare a brusche dentate bianche, una parola fenicia, l'ombra nera che una lancia proietta sulla sabbia gialla, la vicinanza del mare o delle donne, il vino grosso la cui asprezza temperava il miele, potevano abbracciare per intero l'ambito del suo animo. Conosceva il terrore ma anche l'ira e l'audacia, e una volta era stato il primo a scalare un muro nemico. Avido, curioso, impulsivo, con la sola e unica legge del possesso e della indifferenza immediata, and per il mondo di terra in terra e guard, in questa o in quella sponda del mare, le citt degli uomini e i loro palazzi. Nei mercati popolosi o ai piedi di una montagna dalla vetta indefinita, sulla quale potevano ben vivere i satiri, aveva ascoltato complicate storie, e le aveva accolte come accoglieva la realt, senza indagare se fossero vere o false.
A poco a poco l'universo con la sua bellezza and abbandonandolo, una nebbia ostinata gli cancell le linee della mano, la notte si spopol delle stelle, la terra era malsicura sotto i suoi piedi. Tutto si allontanava e si confondeva. Quando seppe che stava diventando cieco, url; il pudore stoico non era ancora stato inventato ed Ettore poteva fuggire senza diminuirsi. "Non vedr pi" (sent) "n il cielo pieno di mitico timore, n questo volto che gli anni trasformeranno". Passarono giorni e notti su questa disperazione della sua carne, ma una mattina si svegli, guard (oramai senza stupore) le cose indistinte che lo circondavano e inesplicabilmente sent, come chi riconosce una musica o una voce, che tutto questo gli era gi accaduto e che lo aveva affrontato con timore ma anche con letizia, speranza e curiosit. Allora discese nella sua memoria, che gli parve senza fondo e riusc a trarre fuori da quell'abisso vertiginoso il ricordo perduto che brill come una moneta sotto la pioggia, probabilmente perch non lo aveva mai guardato, se non, forse, in un sogno.
Il ricordo era questo. Un altro ragazzo lo aveva ingiuriato e lui era corso da suo padre e gli aveva raccontato la faccenda. Egli lo aveva lasciato parlare come se non ascoltasse o non comprendesse e aveva staccato dal muro un pugnale di bronzo, bello e carico di potenza che il fanciullo aveva sempre intensamente e furtivamente desiderato. Ora lo teneva fra le mani e la sorpresa del possesso annull l'ingiuria sofferta, ma la voce del padre stava dicendo: "Qualcuno sappia che sei un uomo", e vi era un comando nella voce. La notte accecava le strade; stringendo sul petto il pugnale nel quale presentiva una forza magica, discese il ripido pendio che circondava la casa e corse sulla riva del mare, sognandosi Aiace e Perseo e riempiendo di battaglie e di ferite l'oscurit salmastra. Quello che ora cercava era il sapore esatto di quel momento; il resto non importava: gli affronti della sfida, la greve tenzone, il ritorno con la lama insanguinata.
Un altro ricordo sbocci da quello e anche in esso vi era una notte e una imminenza di avventura. Una donna, la prima che gli concessero gli di, lo aveva aspettato nell'ombra di un ipogeo ed egli la cerc per gallerie che erano come reticolati di pietra e pendii che affondavano nelle tenebre. Perch gli venivano quei ricordi e perch gli venivano senza amarezza come una pura prefigurazione del presente?
Con grave stupore comprese. Nella notte dei suoi occhi mortali verso la quale ora discendeva, lo attendevano anche l'amore e il rischio. Ares e Afrodite, perch gi intuiva (perch gi lo circondava) un rumore di gloria e di esametri, un clamore di uomini che difendono un tempio che gli di non salveranno e di vascelli neri che cercano per il mare un'isola amata, il rombo delle Odissee e delle Iliadi che era suo destino cantare e lasciare concavamente risuonare nella memoria umana. Sappiamo queste cose, ma non quelle che sent discendendo nell'ultima ombra.



EVERYTHING AND NOTHING(23).


In lui non vi era nessuno; dietro il suo volto (che anche attraverso le brutte pitture dell'epoca non pare lo stesso in nessuna) e dietro le sue parole che erano copiose, fantasiose e concitate, vi era appena un poco di freddo, un sogno non sognato da alcuno. Da principio credette che tutte le persone fossero come lui, ma l'allontanamento di un amico con il quale aveva incominciato a discorrere di quel senso di vacuit, gli rivel il suo errore e gli permise di sentire, per sempre, che un individuo non deve differenziarsi dagli altri della sua specie. Una volta pens che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e cos impar il poco latino e il pochissimo greco di cui avrebbe parlato un contemporaneo; poi consider che nell'esercizio di un rito elementare dell'umanit potesse bene trovarsi quello che cercava e si lasci iniziare da Anne Hathawai, durante una lunga siesta di giugno. Poco pi che ventenne and a Londra. Istintivamente, gi si era esercitato nell'abitudine di fingere di essere qualcuno, perch non si scoprisse la sua condizione di nessuno; a Londra trov la professione alla quale era predestinato, quella dell'attore che su uno scenario gioca a essere un altro, dinanzi a una folla di persone che giocano a prenderlo per quell'altro. L'attivit istrionica gli fece provare una strana felicit, forse la prima che conobbe; ma acclamato l'ultimo verso e ritirato dalla scena l'ultimo morto, l'odioso sapore dell'irrealt gli gravava addosso di nuovo. Cessava di essere Ferrex o Tamerlano e ritornava a essere nessuno. Tormentato, incominci a immaginare altri eroi e altre favole drammatiche. Cos, mentre il corpo seguiva il suo destino di corpo nei lupanari e nelle taverne di Londra, l'anima che lo abitava era Cesare che non da retta al monito dell'augure, e Giulietta che aborre l'allodola, e Macbeth che parla nel freddo deserto con le streghe, che sono anche le parche. Nessuno fu tanti esseri umani come quell'uomo, che simile all'egizio Proteo pot esaurire tutte le apparenze dell'essere. Talvolta lasci in qualche ansa dell'opera una confessione, sicuro che non l'avrebbero decifrata; Riccardo afferma che nella sua sola persona fa la parte di molti, e Jago dice con parole strane "non sono quello che sono". L'identit fondamentale fra l'esistere, il sognare e il rappresentare gli ispir brani famosi.
Persistette vent'anni in questa allucinazione comandata, ma una mattina lo colsero di sorpresa il tedio e l'orrore di essere tanti re che muoiono di spada e tanti sventurati amanti che convergono, divergono e melodiosamente agonizzano. Quel giorno stesso risolvette di vendere il suo teatro. Prima di una settimana era ritornato al paese natio dove recuper gli alberi e il fiume dell'infanzia e non li colleg a quegli altri che aveva celebrato la sua musa brillante di allusioni mitologiche e di vocaboli latini. Doveva essere qualcuno; fu un impresario in ritiro che ha fatto fortuna e al quale interessano i prestiti, i litigi, la piccola usura. In quello stile dett l'arido testamento che conosciamo, dal quale escluse deliberatamente qualsiasi accenno patetico o letterario. Amici di Londra erano soliti andarlo a trovare nel suo ritiro e lui riprendeva per loro la parte del poeta.
La storia aggiunge che, prima di morire, o dopo, cap di essere di fronte a Dio e disse: "Io, che sono stato inutilmente tanti uomini, voglio essere uno ed essere io". La voce di Dio gli rispose da un turbine: "Neppure io sono; io ho sognato il mondo come tu hai sognato la tua opera, mio caro Shakespeare, e tra le forme del mio sogno eri tu, che come me sei molti e nessuno".



DA QUALCUNO A NESSUNO.


Nel principio, Dio  gli Dei (Elohim), plurale che alcuni chiamano di maest, altri di pienezza perfetta e nel quale si  creduto di avvertire una eco di precedenti politeismi o un preannuncio della dottrina, proclamata a Nicea, che Dio  Uno e Tre. Elohim regge i verbi al singolare; il primo versetto della Legge dice letteralmente: "Nel principio gli Dei cre il cielo e la terra". A parte quanto di vago suggerisce il plurale, Elohim  concreto; Dio  chiamato Jehov e leggiamo che passeggiava nell'orto all'aria del giorno o, come dicono le versioni inglesi, "in the cool of the day". Lo precisano caratteristiche umane; in un passo della Scrittura si legge: "Si pent Jehov di avere fatto l'uomo sulla terra e se ne addolor in cuor suo"; e in un altro: "Ho giurato nel fuoco della mia ira". Il soggetto di queste espressioni  indiscutibilmente Qualcuno, un Qualcuno corporeo che i secoli a poco a poco renderanno sempre pi gigantesco e sempre pi indefinito. I suoi titoli variano: Fortezza di Giacobbe, Roccia di Israele, Io sono colui che , Dio degli eserciti, Re dei re. Questo, l'ultimo, che senza dubbio ispir per contrasto il "Servo dei servi di Dio" di Gregorio Magno, , nel testo originale, un superlativo di re: " una propriet della lingua ebraica", disse Fray Luis de Len, "raddoppiare cos uno stesso vocabolo, quando vuole rincarare una cosa o in bene o in male. Cos che dire "Cantico dei cantici"  quello che in spagnolo usiamo dire "Cantar entre cantares, hombre entre hombres", cio segnalato ed eminente fra tutti; primo per eccellenza fra molti altri". Nei primi secoli dell'era nostra, i teologi adoperano il prefisso "omni", precedentemente riservato agli aggettivi della natura o di Giove, e divulgano le parole "omnipotente, omnipresente, omnisciente", che fanno di Dio un rispettoso caos di superlativi inimmaginabili. Questa nomenclatura, come le altre, si direbbe che limiti la divinit: sul finire del quinto secolo il misterioso autore del "Corpus Dionysiacum" dichiara che nessun predicato affermativo conviene a Dio. Nulla di lui si deve affermare, tutto si pu negare. Schopenhauer annota seccamente: "Questa teologia  l'unica vera, ma non ha un contenuto". Redatti in greco, i trattati e il carteggio che formano il "Corpus Dionysiacum" vengono nel nono secolo in mano a un lettore che li traduce in latino: Johannes Ergena o Scotus, ossia Giovanni l'Irlandese il cui nome nella storia  Scoto Ergena cio Irlandese-Irlandese. Egli formula una dottrina di carattere panteistico: le cose particolari sono teofanie (rivelazioni o aspetti percettibili del divino) e dietro di esse sta Dio, unica realt "ma che non sa che cosa , perch non  qualcosa, ed  incomprensibile a se stesso e a ogni intelletto". Non  sapiente,  pi che sapiente; non  buono,  pi che buono; imperscrutabilmente supera e respinge tutti gli attributi. Giovanni l'Irlandese, per definirlo, ricorre alla parola "nihilum" che vuol dire il nulla; Dio  il nulla primordiale della "creatio ex nihilo", l'abisso nel quale furono creati gli archetipi e poi gli esseri concreti.  Nulla e Nessuno; quelli che lo concepirono cos lo fecero con la sensazione che sia pi che un Qualcuno o un Qualcosa. Analogamente, Sankara insegna che gli uomini, nel sonno profondo, sono l'universo di Dio.
Il processo che ho illustrato or ora non , certamente, aleatorio. La magnificazione fino al nulla avviene o tende ad avvenire in tutti i culti; la osserviamo inequivocabilmente nel caso di Shakespeare. Il suo contemporaneo Ben Jonson lo ama senza giungere all'idolatria, "on this side Idolatry"; Dryden lo dichiara l'Omero dei poeti drammatici dell'Inghilterra, ma ammette che vuole essere insipido e ampolloso; il discorsivo diciottesimo secolo s da diligentemente a ponderare le sue virt e a riprendere i suoi difetti; Maurice Morgan, nel 1774, sostiene che il Re Lear e il Falstaff sono soltanto modificazioni della mente del loro inventore; nei primi anni del diciannovesimo secolo quell'affermazione  rifatta da Coleridge, per il quale Shakespeare oramai non  pi un uomo ma una variazione letteraria del Dio-infinito di Spinoza. "La persona Shakespeare", scrive, "fu una "natura naturata", un effetto, ma l'universale, che sta potenzialmente nel particolare, gli fu rivelato non come astratto dalla osservazione di una pluralit di casi ma come la sostanza capace di infinite modificazioni, una sola delle quali era la sua esistenza personale". Hazlitt appoggia o conferma: "Shakespeare assomigliava a tutti gli uomini. Interiormente non era nulla, ma era tutto quello che sono gli altri, o quello che possono essere". Hugo, poi, lo paragona all'oceano, che  un vivaio di forme potenziali(24).
Essere una cosa , inesorabilmente, non essere tutte le altre cose; l'intuizione confusa di questa verit ha indotto gli uomini a immaginare che non essere  pi che essere qualcosa e che, in certo modo,  essere tutto. Questo sillogismo  nelle parole di quel leggendario re dell'Indostan, il quale rinuncia al potere ed esce a chiedere l'elemosina per le strade: "Da questo momento non ho pi regno o il mio regno  senza limiti, da questo momento non mi appartiene pi il mio corpo o mi appartiene tutta la terra". Schopenhauer ha scritto che la storia  un perplesso e interminabile sogno delle generazioni umane; nel sogno vi sono soltanto "forme" e null'altro che forme; una di esse  il processo di cui parla questa pagina.



FORME DI UNA LEGGENDA.


Alla gente ripugna vedere un vecchio, un infermo o un morto, eppure  soggetta alla morte, all'infermit e alla vecchiaia; il Buddha ha affermato che questa riflessione lo indusse ad abbandonare la sua casa e i genitori e a indossare la tunica gialla degli asceti. Se ne trova documento in uno dei libri del canone; un altro registra la parabola dei cinque messaggeri segreti inviati dagli di; sono: un bambino, un vecchio curvo, un paralitico, un criminale negli strumenti di tortura e un morto, e ci avvertono che il nostro destino  nascere, decadere, ammalarci, sopportare un giusto castigo e morire. Il Giudice delle Ombre (nella mitologia dell'Indostan, Yama disimpegna questo incarico perch fu il primo uomo che mor) domanda al peccatore se non ha veduto i messaggeri; egli ammette di s, ma non ha decifrato il loro avvertimento; gli sbirri lo rinchiudono in una casa che  piena di fuoco. Probabilmente il Buddha non ha inventato questa minacciosa parabola; ci basti sapere che la disse ("Majjhima Nkaya", 130) e che non la colleg mai, forse, con la propria vita.
La realt pu essere troppo complicata perch sia trasmessa oralmente; la leggenda la ricrea in un modo che soltanto accidentalmente  falso e che le permette di andare per il mondo, di bocca in bocca. Nella parabola e nella spiegazione figurano un uomo vecchio, un uomo infermo e un uomo morto; il tempo ha fatto dei due testi uno solo e, confondendoli, ha forgiato una storia diversa.
Siddhartha, il Bodhisattva, il pre-Buddha  figlio di un grande re, Suddhodana, della stirpe del sole. La notte del suo concepimento, la madre sogna che nel suo fianco destro entra un elefante color della neve e con sei zanne(25). Gli indovini interpretano che suo figlio rinascer sul mondo e far girare la ruota della dottrina(26) e insegner agli uomini come liberarsi dalla vita e dalla morte. Il re preferisce che Siddhartha raggiunga una grandezza temporale e non eterna e lo segrega in un palazzo, dal quale sono state allontanate tutte le cose che possono rivelargli che  corruttibile. Cos trascorrono ventinove anni di illusoria felicit dedicati al godimento dei sensi, ma Siddhartha una mattina esce nella sua carrozza e vede con stupore un uomo curvo, "i cui capelli non sono come quelli degli altri, il cui corpo non  come quello degli altri", che si appoggia a un bastone per camminare e ha le membra che tremano. Domanda che uomo sia quello; il cocchiere spiega che  un vecchio e che tutti gli uomini della terra diventano come lui. Siddhartha, inquieto, d ordine di ritornare immediatamente, ma uscendo un'altra volta vede un uomo divorato dalla febbre, coperto di lebbra e di ulcere; il cocchiere spiega che  un infermo e che nessuno  esente da quel pericolo. Uscendo una terza volta vede un uomo portato in un feretro; quell'uomo immobile  un morto, gli spiegano, e morire  la legge di tutto quello che nasce. Uscendo un'altra volta, l'ultima, vede un monaco degli ordini mendicanti che non desidera n morire n vivere. La pace  sul suo volto; Siddhartha ha trovato la strada.
Hardy ("Der Buddhismus nach lteren Pali-Werken") esalt la freschezza viva di questa leggenda; un indologo contemporaneo, A. Foucher, il cui tono scherzoso non sempre  intelligente o garbato, scrive che, ammessa la precedente ignoranza del Bodhisattva, la storia non manca di graduazione drammatica n di valore filosofico. Agli inizi del quinto secolo della nostra ra, il monaco Fa-Hien and pellegrino nei regni dell'Indostan in cerca di libri sacri e vide le rovine della citt di Kapilavastu e quattro immagini che Asoka eresse, al nord, al sud, all'est, e all'ovest della muraglia per ricordare gli incontri. Agli inizi del settimo secolo un monaco cristiano scrisse la novella intitolata "Barlaam e Josafat"; Josafat (Bodhisattva)  figlio di un re dell'India; gli astrologi predicono che rinascer sopra un regno pi grande, che  quello della Gloria; il re lo segrega in un palazzo, ma Josafat scopre la infelice condizione degli uomini sotto le specie di un cieco, di un lebbroso e di un moribondo, e si converte finalmente alla fede, per opera dell'eremita Barlaam. Questa versione cristiana della leggenda fu tradotta in molte lingue, compreso l'olandese e il latino; per istanza del re Hkon Hkonarson si fece in Islanda, verso la met del tredicesimo secolo, una "Barlaams saga". Il cardinale Cesare Baronio incluse Josafat nella sua revisione (1585-1590) del Martirologio romano; nel 1615 Diego de Couto dimostr, nella sua continuazione delle "Decadi", le analogie della falsa favola indiana con la vera e pietosa storia di san Josafat.
Tutto questo e molto di pi il lettore trover nel primo volume di "Origenes de la novela" di Menndez y Pelayo.
La leggenda alla quale  dovuto il fatto che in occidente il Buddha fosse canonizzato da Roma aveva, tuttavia, un difetto: gli incontri sui quali si fonda sono efficaci ma sono anche incredibili. Quattro uscite di Siddhartha e quattro figure didattiche non si addicono al modo con cui opera il caso. Meno attenti all'estetica che alla conversione della gente, i dottori vollero giustificare questa anomalia; Koeppen ("Die Religion des Buddha", I, 82) annota che nell'ultima forma della leggenda il lebbroso, il morto e il monaco sono simulacri che le divinit producono per istruire Siddhartha. Cos nel terzo libro dell'epopea sanscrita "Buddhacarita", si dice che gli di crearono un morto e che nessun uomo lo vide mentre lo portavano, eccetto il cocchiere e il principe. In una biografia leggendaria del sedicesimo secolo le quattro apparizioni sono date come quattro metamorfosi di un dio (Wieger, "Vies chinoises du Bouddha", 37-41).
Il "Lalitavistara" era andato pi lontano. Di questa compilazione in prosa e in versi, scritta in un sanscrito impuro, si usa parlare con una certa ironia; nelle sue pagine la storia del Redentore si gonfia fino a dare un senso di oppressione e di vertigine. Il Buddha, intorno al quale stanno dodicimila monaci e trentaduemila Bodhisattva, rivela il testo della dogmatica agli di; a cominciare dal quarto cielo fiss il periodo, il continente, il regno e la casta in cui sarebbe rinato per morire l'ultima volta; ottantamila tamburi accompagnano le parole del suo discorso e nel corpo di sua madre vi  la forza di diecimila elefanti. Il Buddha, nello strano poema, dirige ogni tappa del suo destino; fa s che le divinit proiettino le quattro figure simboliche, e quando interroga il cocchiere sa gi chi sono e che cosa significano. Foucher vede in questo tratto un puro servilismo degli autori, i quali non possono tollerare che il Buddha ignori quello che non ignora un servo. L'enigma, a mio parere, merita un'altra soluzione. Il Buddha crea le immagini e poi vuole sapere da un terzo il senso che contengono. Teologicamente si potrebbe forse rispondere: il libro  della scuola del Mahyna e questa insegna che il Buddha temporale  l'emanazione o il riflesso di un Buddha eterno; quello del cielo ordina le cose, quello della terra le subisce o le eseguisce. (Il nostro secolo con altra mitologia o vocabolario parla dell'inconscio). L'umanit del Figlio, seconda persona di Dio, pot gridare dalla croce: "Dio mio, Dio mio perch mi hai abbandonato?" Quella del Buddha, analogamente, pot spaventarsi delle forme che la sua stessa divinit , aveva creato... Per sciogliere il problema non sono indispensabili, d'altronde, tali sottigliezze dogmatiche; basta ricordare che tutte le religioni dell'Indostan e particolarmente il buddismo insegnano che il mondo  illusorio. "Lalitavistara", secondo Winternitz, significa "Descrizione particolareggiata dei giochi" (del Buddha)(27); un gioco o un sogno , per il Mahyna, la vita di un Buddha sopra la terra, che  un altro sogno. Siddhartha sceglie la sua nazione e i suoi genitori. Siddhartha crea le quattro forme che lo colmeranno di stupore. Siddhartha ordina che un'altra forma spieghi il senso delle prime; tutto questo  ragionevole se lo consideriamo un sogno di Siddhartha. Meglio ancora se lo consideriamo un sogno nel quale figura Siddhartha (come figurano il lebbroso e il monaco) e che nessuno sogna perch agli occhi del buddismo del Nord(28) il mondo e i proseliti e il Nirvana e la ruota delle trasmigrazioni e il Buddha sono ugualmente irreali. Nessuno si spegne nel Nirvana, leggiamo in un trattato famoso, perch l'estinguersi di esseri innumerevoli nel Nirvana  come la scomparsa di una fantasmagoria creata con arti magiche da uno stregone in un crocevia; e in un altro passo  scritto che tutto  pura vacuit, puro nome, anche il libro che lo dichiara e l'uomo che lo legge. Paradossalmente, le esagerazioni numeriche contenute nel poema non tolgono e non aggiungono realt; dodicimila monaci e trentaduemila Bodhisattva. Le forme enormi e le enormi cifre numeriche (il dodicesimo capitolo comprende una serie di ventitr parole che indicano l'unit seguita da un numero crescente di zeri da 9 a 49, 51 e 53) sono immense e mostruose bolle d'aria, enfasi del Nulla. Cos, l'irreale ha sgretolato a poco a poco la storia; prima ha reso fantastiche le figure, poi il principe, e con il principe tutte le generazioni e l'universo.
Alla fine del diciannovesimo secolo Oscar Wilde propose una variante: il principe felice muore nella reclusione del suo palazzo senza avere scoperto il dolore, ma la sua effige postuma, dall'alto del piedistallo, lo scorge.
La cronologia dell'Indostan  incerta; la mia erudizione lo  molto di pi; Koeppen e Hermann Beckh forse non sono infallibili come non lo  il compilatore che butta gi questa nota; non mi meraviglierei se la mia storia della leggenda fosse una leggenda, fatta di verit sostanziale e di errori accidentali.



LO ZAHIR.


A Wally Zenner

A Buenos Aires lo Zahir  una moneta spicciola, da venti centesimi; un rilievo di coltelli a serramanico o di temperini accompagna le lettere N T e il numero due; la data stampata sul dritto  1929. (Nel Gujerat, sulla fine del diciottesimo secolo, Zahir fu una tigre; a Giava un cieco della moschea di Surakarta che i fedeli lapidarono; in Persia un astrolabio che Nadir Shah fece buttare in fondo al mare; nelle prigioni del Mahd, nel 1892, una piccola bussola che Rudolf Carl von Slatin tenne con s avvolta in un giro del turbante; nel tempio di Crdoba, secondo Zotenberg, una venatura nel marmo di una delle milleduecento colonne; nel ghetto di Tetun, il fondo di un pozzo). Oggi  il tredici novembre; il giorno sette giugno, all'alba, arriv nelle mie mani lo Zahir; non sono quello che ero allora, e non mi  dato neppure di ricordare, e magari riferire, quello che  accaduto. Ancora, in parte, sono Borges.
Il sei giugno mor Teodelina Villar. I suoi ritratti, nel 1930, invadevano le riviste mondane; quella sovrabbondanza forse contribu a farla giudicare bellissima, bench non tutte le fotografie appoggiassero incondizionatamente questa ipotesi. D'altronde, Teodelina Villar si preoccupava pi della raffinatezza che della bellezza. Gli ebrei e i cinesi hanno codificato tutte le circostanze umane; nella Mishnah si legge che, incominciato il crepuscolo del sabato, un sarto non deve uscire per la strada con un ago; nel Libro dei Riti che un ospite, nel ricevere il primo bicchiere, deve assumere un'espressione grave e, nel ricevere il secondo, un'aria rispettosa e felice. Analogo ma pi minuzioso, era il rigore che Teodelina Villar si imponeva. Cercava, come l'adepto di Confucio o il talmudista, la correttezza irreprensibile di ogni atto, anzi il suo impegno era pi ammirevole e pi difficile, perch le norme del suo credo non erano eterne, ma si piegavano ai capricci di Parigi e di Hollywood. Teodelina Villar si faceva vedere in luoghi ortodossi, all'ora ortodossa, con attributi ortodossi, ma le sofisticherie, gli attributi, l'ora e i luoghi sfumavano quasi immediatamente e servivano (sulle labbra di Teodelina Villar) alla definizione della pacchianeria. Cercava l'assoluto, come Flaubert, ma l'assoluto nelle cose momentanee. La sua vita era esemplare e tuttavia la rodeva senza tregua una chiusa disperazione. Tentava continue metamorfosi, come per fuggire se stessa; il colore dei suoi capelli e le fogge della sua pettinatura erano famosamente incostanti. Cambiavano anche il sorriso, il colorito del volto, il taglio degli occhi. Dal 1932 fu diligentissimamente magra... La guerra le diede molto da pensare. Occupata Parigi dai tedeschi, come fare per seguire la moda? Uno straniero del quale aveva sempre diffidato si permise di abusare della sua buona fede per venderle una partita di cappelli a cilindro; quell'anno si band ai quattro venti che simili brutture non si erano "mai portate a Parigi" e quindi non erano cappelli ma capricci arbitrari sprovvisti di autorit. La disgrazia non arriva mai sola; il dottor Villar dovette trasferirsi in via Aroz e il ritratto di sua figlia orn annunci pubblicitari di creme e di automobili. (Le creme che si applicava con eccessiva abbondanza, le automobili che pi "non" possedeva!) Ella sapeva che il buon esercizio della sua arte esigeva grandi mezzi di fortuna; prefer ritirarsi piuttosto di scendere a compromessi. D'altronde le doleva di competere con ragazzine inconsistenti. Il tetro appartamento di Aroz divenne estremamente pesante; il sei giugno, Teodelina Villar commise il solecismo di morire in pieno Barrio Sur. Confesser che per impulso della pi schietta fra le passioni argentine, lo snobismo, ero innamorato di lei e che la sua morte mi addolor fino alle lagrime? Forse il lettore lo avr gi intuito.
Durante le veglie funebri, il processo di decomposizione fa s che il morto recuperi i suoi volti anteriori. In un dato momento della confusa notte del sei, Teodelina Villar fu prodigiosamente quella che era stata venti anni prima; i suoi lineamenti ripresero l'autorit che danno la superbia, il denaro, la giovent, la coscienza di coronare una gerarchia, la mancanza di fantasia, le limitazioni, la stoltezza. Pi o meno pensai: nessuna versione di questo volto che mi ha tanto turbato sar memorabile come questa;  bene che sia l'ultima poich fu la prima. La lasciai, rigida tra i fiori, con la sua alterezza perfezionata dalla morte. Saranno state le due del mattino quando uscii di l. Fuori, le previste file di case a terreno e di case a un piano avevano l'aspetto astratto che di solito assumono di notte, quando l'ombra e il silenzio le semplificano. Ebbro di una piet quasi impersonale, vagai per le strade. Alla svolta di Chile e di Tacuar vidi uno spaccio aperto. Nello spaccio, per mia sfortuna, tre uomini giocavano a carte.
Nella figura retorica che si chiama ossimro(29) si applica a una parola un epiteto che in apparenza la contraddice; cos i filosofi gnostici parlarono di luce oscura; gli alchimisti di un sole nero. Uscire dalla mia ultima visita a Teodelina Villar e bere un bicchiere in un'osteria era una specie di ossimro; la sua grossolanit e la sua facilit mi tentarono. (La circostanza che si giocasse a carte aumentava il contrasto). Ordinai un bicchiere di acquavite all'arancio; nel resto mi diedero lo Zahir; lo guardai un momento; uscii per la strada, forse con un principio di febbre. Pensai non esservi moneta che non sia simbolo di tutte quelle che luccicano senza fine nella storia e nella favola. Pensai all'obolo di Caronte; all'obolo che chiese Belisario; ai trenta denari di Giuda; alle dracme della cortigiana Laide; all'antica moneta che offerse uno dei dormienti di Efeso; alle lucide monete dello stregone delle "Mille e una notte", che poi erano tondini di carta; al dinaro inesauribile di Isaac Laquedem; ai sessantamila pezzi d'argento, uno per ogni verso di un poema epico, che Firdusi restitu a un re perch non erano d'oro; all'oncia d'oro che fece inchiodare Ahab all'albero; al fiorino irreversibile di Leopold Bloom; al luigi la cui effige denunzi, a Varennes, il fuggiasco Luigi Sedicesimo. Come in un sogno, il pensiero che ogni moneta consente queste famose associazioni di idee, mi parve di immensa, bench inesplicabile, importanza. Percorsi, a passo sempre pi veloce, le strade e le piazze deserte. La stanchezza mi lasci a una svolta. Vidi una cancellata di ferro battuto; dietro vidi le piastrelle bianche e nere dell'atrio della Concepcin. Avevo vagato in cerchio; ora mi ritrovavo a un centinaio di metri dallo spaccio dove mi avevano dato lo Zahir.
Svoltai, a met strada l'oscurit mi indic di lontano che lo spaccio era gi chiuso. In via Belgrano presi un tassi. Insonne, invasato, quasi felice, pensai che non vi  nulla di meno materiale del denaro, perch qualsiasi moneta (una moneta da venti centesimi, per esempio),  a rigore, un repertorio di possibili futuri. Il denaro  astratto, ripetevo, il denaro  tempo futuro. Pu essere una serata fuori citt, pu essere musica di Brahms; pu essere mappe, pu essere scacchi, pu essere caff, pu essere le parole di Epitteto che insegnano il disprezzo dell'oro;  un Proteo pi versatile di quello dell'isola di Pharos.  tempo imprevedibile, il tempo di Bergson, non il duro tempo dell'Islam o del Portico. I deterministi negano vi sia nel mondo un solo fatto possibile, "id est" un fatto che possa accadere; una moneta  simbolo del nostro libero arbitrio. (Non sospettavo certo che quei "pensieri" fossero un'astuzia difensiva contro lo Zahir e una prima forma del suo influsso demoniaco). Mi addormentai dopo un tenace cavillare, ma sognai di essere le monete che un grifone custodiva.
Il giorno dopo mi dissi che sicuramente dovevo essere stato ubriaco. Ero anche risoluto a liberarmi dalla moneta che mi turbava tanto. La guardai: non aveva nulla di particolare, salvo due graffi. Sotterrarla in giardino o nasconderla in un angolo della biblioteca sarebbe stata la cosa migliore, ma volevo stare lontano dalla sua orbita. Preferii perderla. Non andai al Pilar, quella mattina, n al cimitero; andai con la sotterranea a Constitucin e da Constitucin a San Juan e Boedo. Discesi, impensatamente, a Urquiza; mi diressi a ovest e a sud; girai e rigirai con voluto disordine parecchie svolte e in una strada che mi parve uguale alle altre entrai in una bettola qualsiasi, ordinai un bicchiere e pagai con lo Zahir. Socchiusi gli occhi dietro gli occhiali scuri; riuscii a non vedere i numeri delle case n il nome della via. Quella notte presi una pastiglia di veronal e dormii tranquillo.
Fino alla fine di giugno mi distrasse il lavoro di comporre un racconto fantastico. Esso contiene due o tre perifrasi enigmatiche (invece di "sangue" dice "acqua della spada"; invece di "oro" dice "letto del serpente") ed  scritto in prima persona. Colui che parla  un asceta che ha rinunciato al consorzio degli uomini e vive in una specie di deserto. (Gnitaheidr  il nome del luogo.) Dato il candore e la semplicit della sua vita, vi  chi lo ritiene un angelo; questa  una pia esagerazione perch non esiste uomo che sia libero da colpa. Per farla breve, quello aveva decapitato suo padre; il quale, per la verit, era un famoso stregone che, con le sue arti magiche, si era impadronito di un immenso tesoro. Proteggere il tesoro dalla folle cupidigia degli uomini  la missione alla quale questo eremita ha votato la sua vita; giorno e notte veglia su di esso. Presto, forse troppo presto, quella vigilanza avr fine: le stelle gli hanno detto che  gi stata forgiata la spada da cui sar stroncata per sempre. (Gram  il nome di quella spada.) Con espressioni sempre pi tortuose, egli valuta la lucentezza e la flessibilit del suo corpo; in un paragrafo parla distrattamente di squame; in un altro dice che il tesoro da lui custodito  di oro fulgente e di anelli fiammeggianti. Sulla fine comprendiamo che l'asceta  il serpente Fafnir e il tesoro su cui giace  quello dei Nibelunghi. L'apparizione di Sigurd tronca bruscamente la storia.
Ho detto che la stesura di questa inezia (nel cui sviluppo ho intercalato pseudoeruditamente qualche verso della "Ffnisml") mi permise di dimenticare la moneta. Vi furono notti nelle quali mi credetti tanto sicuro di poterla dimenticare che la ricordavo volontariamente. Certo  che ho abusato di questi momenti; provocarli riusciva pi facile che farli cessare. Invano mi ripetevo che quell'odioso disco di nichel non differiva dagli altri che passano di mano in mano, uguali, infiniti e inoffensivi. Spinto da questa riflessione cercavo di pensare a qualche altra moneta, ma non potevo. Ricordo anche qualche esperimento fallito, con i quindici centesimi cileni e con il soldo di rame uruguayano. Il sedici luglio acquistai una sterlina; durante il giorno non la guardai, ma quella sera (e altre) la posi sotto una lente di ingrandimento e la studiai alla luce di una potente lampada elettrica. Poi la disegnai con un lapis ricalcandola su un foglio. A nulla mi valsero il fulgore e il drago e il san Giorgio; non riuscii a distogliermi dall'idea fissa.
Il mese di agosto, presi il partito di consultare uno psichiatra. Non gli confidai tutta la mia ridicola storia; gli dissi che mi tormentava l'insonnia e che l'immagine di un oggetto qualsiasi mi perseguitava continuamente; quella di un gettone, per esempio, o di una moneta... Poco dopo scovai in una libreria di via Sarmiento un esemplare di "Urkunden iur Geschichte der Zahirsage" (Breslavia, 1899) di Julius Barlach(30).
In quel libro era spiegato il mio male. Secondo la prefazione, l'autore si era proposto di "riunire in un solo volume in ottavo grande tutti i documenti che si riferiscono alla superstizione dello Zahir, compresi quattro incarti appartenenti all'archivio di Habicht e il manoscritto originale della relazione di Philip Meadows Taylor". Il credito attribuito allo Zahir  di origine islamica e data, a quanto pare, dal diciottesimo secolo. (Barlach impugna i passi che Zotenberg attribuisce a Abulfeda). "Zahir" in arabo significa notorio, evidente; in questo senso  uno dei novantanove nomi di Dio; la plebe, nelle terre musulmane, lo dice delle "persone o cose che hanno la terribile propriet di essere indimenticabili e la cui immagine a lungo andare fa impazzire la gente". La prima indiscussa testimonianza  quella del persiano Lutf Al Azur. Nelle diligenti pagine dell'enciclopedia biografica intitolata "Tempio del Fuoco", quel poligrafo e monaco mussulmano ha narrato che in un convento di Shiraz vi fu un astrolabio di rame "costruito in modo tale che chi lo guardava una volta non pensava pi ad altro e cos il re ordin di gettarlo nel pi profondo del mare, perch gli uomini non si dimenticassero dell'universo". Pi ampia  la notizia di Meadows Taylor, che serv il nizam di Haidarabad e scrisse il famoso racconto "Confessions of a Thug". Nel 1932 Taylor ud nei dintorni di Bhuj la inconsueta locuzione "avere veduto la Tigre" ("Verity he has looked on the Tiger") per significare la pazzia o la santit. Gli dissero che si faceva riferimento a una tigre magica, causa di perdizione per tutti quelli che l'avevano veduta, sia pure da molto lontano, perch tutti avevano continuato a pensare a lei fino alla fine dei loro giorni. Qualcuno disse che uno di quegli sventurati era fuggito a Mysore, dove aveva dipinto in un palazzo l'effige della tigre. Anni dopo, Taylor visit le carceri di quel regno; in quella di Nittur il governatore gli fece vedere una cella dove, sul pavimento, sui muri, sulla volta, un fachiro mussulmano aveva disegnato (in barbari colori che il tempo prima di cancellare, affinava) una specie di tigre infinita. La tigre era fatta di molte tigri, in modo allucinante; era intrecciata di tigri, rigata di tigri, includeva mari e Himalaie ed eserciti che parevano altre tigri. Il pittore era morto da molti anni, proprio in quella cella; veniva dal Sind o forse dal Gujerat e inizialmente si era proposto di disegnare un mappamondo. Di quel proposito rimanevano le tracce nella mostruosa figura. Taylor narr la storia a Muhammad al-Yemen, di Fort William; costui gli disse che non esisteva creatura su tutto l'orbe che non fosse attratta dallo "Zaheer"(31) ma che l'Onnimisericordioso, poich una sola cosa pu ammaliare moltitudini, non lascia che ve ne siano due nello stesso tempo. Egli disse che vi  sempre uno Zahir e che nell'Era dell'Ignoranza fu l'idolo che si chiam Yaq e dopo fu un profeta del Khorassn che indossava un velo ornato a rilievo di pietre preziose o una maschera d'oro(32). Disse pure che Dio  imperscrutabile.
Lessi molte volte la monografia di Barlach. Non star a sviscerare quali furono i miei sentimenti; ricordo la disperazione quando compresi che oramai nulla mi avrebbe salvato, l'intimo sollievo di sapere che non ero colpevole della mia disgrazia, l'invidia che mi fecero gli uomini per i quali lo Zahir non fu una moneta ma un pezzo di marmo o una tigre. Come  facile non pensare a una tigre, riflettevo. Ricordo anche la strana inquietudine con la quale lessi questa frase: "Un commentatore del "Gulshan i Raz" dice che chi ha visto lo Zahir presto vedr la Rosa e cita un distico di Attr interpolato nel "Asrar Nama" (Libro di cose che si ignorano): lo Zahir  l'ombra della Rosa e lo strappo del Velo".
La notte in cui vegliarono Teodelina, ero stato sorpreso di non vedere fra i presenti la signora di Abascal, sua sorella minore. In ottobre una sua amica mi disse:
"Povera Julita, era diventata stranissima e l'hanno internata al Bosch. Come sposser le infermiere che le danno da mangiare in bocca! Continua ad essere fissata con la moneta, tale e quale l'autista di Morena Sackmann".
Il tempo, che attenua i ricordi, aggrava quello dello Zahir. Prima io mi figuravo il dritto e poi il rovescio; adesso vedo simultaneamente le due facce. Questo non accade come se lo Zahir fosse trasparente, perch una faccia non si sovrappone all'altra; ma piuttosto accade come se la visione fosse sferica e lo Zahir campeggiasse nel centro. Tutto quello che non  lo Zahir mi giunge filtrato e come lontano: la disdegnosa sembianza di Teodelina, il dolore fisico. Tennyson ha detto che se potessimo comprendere un solo fiore sapremmo chi siamo e che cosa  il mondo. Forse ha voluto dire che non vi  fatto, per quinto modesto, che non implichi la storia universale e a sua infinita concatenazione di effetti e cause. Forse ha voluto dire che il mondo visibile lo si trova intero in ciascuna rappresentazione, al modo stesso con cui la volont, secondo Schopenhauer, si ritrova intera in ciascun soggetto. I cabalisti concepirono l'uomo come un microcosmo, un simbolico specchio dell'universo; tutto, secondo Tennyson, lo sarebbe. Tutto, perfino l'insopportabile Zahir.
Prima del 948 il destino di Julia avr raggiunto anche me. Dovranno darmi da mangiare e vestirmi, non sapr se  sera o mattina, non sapr chi fu Borges. Qualificare terribile questo avvenire  un errore, poich nessuna delle sui circostanze sar effettiva per me. Tanto varrebbe sostenere che  terribile il dolore in un anestetizzato al quale aprano il cranio. Non percepir pi l'universo, percepir lo Zahir. Secondo la dottrina idealista, i verbi "vivere" e "sognare" sono rigorosamente sinonimi; da migliaia di apparenze passer a una; da un sogno molto complicato a un sogno molto semplice. Altri sogneranno che sono pazzo e io sogner lo Zahir. Quando tutti gli uomini della terra pensassero, giorno e notte, allo Zahir, quale sar un sogno e quale una realt, la terra o lo Zahir?
Nelle ore deserte della notte posso ancora camminare per le strade. L'alba di solito mi sorprende in una panchina della piazza Garay a pensare (a sforzarmi di pensare) a quel passo dell'"Asrar Nama", dove  detto che Zahir  l'ombra della Rosa e lo strappo del Velo. Collego la citazione con questa notizia: Per annientarsi in Dio i sufisti ripetono il proprio nome o i novantanove nomi divini finch essi non significano pi niente. Voglio seguire questo sentiero. Chiss che non riesca a distruggere lo Zahir a forza di pensarlo e di ripensarlo; chiss che dietro la moneta non vi sia Dio.



L'ALEPH.

"O God, I could he bounded in a nutshell and count myself a King of infinite space"
[O Dio, potrei essere chiuso in un guscio di noce e considerarmi un re dello spazio infinito. (N.d.T.)]
"Hamlet", I I, 2.

"But they will teach us that Eternity is the Standing still of the Present Time, a "Nunc-stans" (as the Schools call it); which neither they, nor any else understand, no more than they would a "Hic-stans" for an Infinite greatnesse of Place".
[Ma essi ci insegnano che l'Eternit  lo stare immobile del tempo presente... il "nunc-stans" (come lo chiamano gli Scolastici); che n essi n alcun altro capisce, non pi di quanto capiscano un "hic-stans" come infinita grandezza dello spazio. (N.d.T.)]
"Leviathan", I V, 46.


Lo splendente mattino di febbraio in cui Beatriz Viterbo mor, dopo una altezzosa agonia che non cedette un solo istante n al sentimentalismo n alla paura, ho notato che i tabelloni di ferro della Plaza Constitucin avevano cambiato non so quale manifesto pubblicitario di sigarette bionde; il fatto mi dolse, perch compresi che l'incessante e ampio universo oramai si allontanava da lei e che quel cambiamento era il primo di una infinita serie. Cambier l'universo ma non io, pensai con melanconica vanit; qualche volta, lo so, la mia inutile devozione l'aveva esasperata; morta, potevo consacrarmi alla sua memoria, senza speranza, ma anche senza umiliazioni. Considerai che il trenta aprile era il suo compleanno; recarmi quel giorno alla casa di via Garay per salutare suo padre e Carlos Argentino Daneri, suo cugino germano, era un atto cortese, irreprensibile, forse inevitabile. Ancora una volta avrei atteso nel crepuscolo dello stipato salottino, ancora una volta avrei studiato i particolari dei suoi molti ritratti. Beatriz Viterbo, di profilo, a colori; Beatriz con la mezza mascherina nel carnevale del 1921; la prima comunione di Beatriz; Beatriz il giorno delle sue nozze con Roberto Alessandri; Beatriz poco dopo il divorzio, in una colazione del Club ippico; Beatriz con Delia San Marco Porcel e Carlos Argentino; Beatriz con il pechinese che le regal Villegas Haedo; Beatriz di fronte e di tre quarti, sorridente, con la mano sul mento... Non sarei stato obbligato, come altre volte, a giustificare la mia presenza con modesti doni di libri: libri ai quali, alla fine, avevo imparato a tagliare le pagine per non constatare, dopo mesi, che erano ancora intonsi.
Beatriz Viterbo mor nel 1929; da quel momento non ho lasciato passare un trenta aprile senza ritornare a casa sua. Ero solito arrivare alle sette e un quarto e fermarmi circa venticinque minuti; ogni anno comparivo un poco pi tardi e mi fermavo un poco di pi, nel 1933 mi favor una pioggia torrenziale: dovettero invitarmi a cena. Non lasciai perdere, come  naturale, questo buon precedente; nel 1934 comparvi alle otto suonate con una torta di Santa F; con tutta naturalezza rimasi a cena. Cos negli anniversari melanconici e vanamente erotici, ricevetti le graduali confidenze di Carlos Argentino Daneri.
Beatriz era alta, fragile e appena appena leggermente curva; nel suo incedere vi era (se l'"oxmoron"  tollerabile) una specie di grazia goffa, un'ombra d'estasi; Carlos Argentino  roseo, ben piantato, bianco di capelli, fine di lineamenti. Esercita non so quale incarico subalterno in una biblioteca illeggibile nella periferia del Sud;  autoritario ma  anche inefficace; approfittava, fino a or non  molto, delle serate e dei giorni festivi per non uscire di casa. A distanza di due generazioni sopravvivono in lui la esse italiana e l'abbondante gesticolazione italiana. La sua attivit mentale  continua, appassionata, versatile e del tutto insignificante. Abbonda di inservibili analogie e di oziose pedanterie. Ha (come Beatriz) belle mani lunghe e affusolate. Per alcuni mesi ha subito l'ossessione di Paul Fort, non tanto per le sue ballate quanto per l'idea di una gloria incensurabile. " il principe dei poeti di Francia", ripeteva con fatuit. "Inutilmente ti scaglierai contro di lui; non lo raggiunger, no, il pi avvelenato dei tuoi strali."
Il trenta aprile del 1941 mi permisi di aggiungere alla torta una bottiglia di cognac del paese. Carlos Argentino lo assaggi, lo giudic interessante e, dopo un paio di bicchieri, incominci una apologia dell'uomo moderno.
"Lo vedo", disse con un'animazione piuttosto inesplicabile, "nel suo gabinetto d'ufficio, come se dicessimo nella torre vedetta di una citt, provvisto di telefoni, di telegrafi, di fonografi, di apparecchi radiotelefonici, di macchine da ripresa cinematografica, di lanterne magiche, di glossari, di orari, di prontuari, di bollettini...".
Osserv che per un uomo cos potenziato, scomodarsi a viaggiare era inutile; il nostro ventesimo secolo aveva trasformato la favola di Maometto e della montagna; le montagne adesso convergevano verso il moderno Maometto.
Mi parvero tanto sciocche queste idee, tanto gonfia e ampollosa la loro esposizione che la associai immediatamente con la letteratura; gli domandai perch non le scriveva. Come era prevedibile mi rispose che lo aveva gi fatto; quei concetti, e altri non meno sublimi, figuravano nel Canto Augurale, Canto Proemiale o semplicemente Canto-Prologo di un poema al quale lavorava da molti anni, senza pubblicit, senza strombazzamenti, sempre appoggiato su quei due bastoni che si chiamano il lavoro e la solitudine. Prima di tutto apriva le cateratte alla immaginazione; poi faceva uso della lima. Il poema si intitolava "La Terra"; si trattava di una descrizione del pianeta nella quale non mancavano, naturalmente, la digressione pittoresca e la vigorosa apostrofe.
Gli domandai di leggermene un passo, sia pure breve. Aperse un cassetto dello scrittoio, tir fuori un voluminoso plico di fogli da risma stampigliati con l'intestazione della Biblioteca Juan Crisstomo Lafinur e lesse con sonora soddisfazione:

"He visto, com el griego, las urbes de los hombres,
los trabajos, los das de varia luz, el hambre;
no corrijo los hechos, no falseo los nombres,
pero el "voyage" que narro, es... "autour de ma chambre"(33).

"Strofa sotto tutti i punti di vista interessante", sentenzi. "Il primo verso si concilia l'applauso dell'uomo di cattedra, dell'accademico, dell'ellenista, se non anche degli eruditi alla violetta, settore considerevole dell'opinione pubblica; il secondo passa da Omero a Esiodo (tutto un implicito omaggio, sul fronte del fiammante edificio, al padre della poesia didascalica), non senza ringiovanire un procedimento la cui ascendenza sta nella Scrittura, la enumerazione, congerie o conglobamento; il terzo (barocchismo, decadentismo, culto depurato e fanatico della forma?) consta di due emistichi gemelli; il quarto, apertamente bilingue, mi assicura l'appoggio incondizionato di ogni spirito sensibile ai disinvolti inviti della facezia. Non dir nulla della rima preziosa n della illustrazione che mi permette, senza pedanteria, di accumulare in quattro versi tre allusioni erudite che abbracciano trenta secoli di condensata letteratura: la prima all'"Odissea", la seconda a "Le Opere e i Giorni", la terza a quella bagattella immortale che ci hanno provveduto gli ozi della penna del savoiardo... Comprendo una volta di pi che l'arte moderna esige il balsamo del sorriso, lo "scherzo"(34). Decisamente, Goldoni ha la parola!"
Mi lesse molte altre strofe e anch'esse ottennero la sua piena approvazione e il suo profuso commento. Nulla di memorabile in esse; neppure le giudicai molto peggiori della prima. Alla loro stesura avevano collaborato l'applicazione, la rassegnazione e il caso; le virt che Daneri attribuiva a quei versi erano posteriori. Compresi che l'opera del poeta non consisteva nella poesia; consisteva nell'invenzione delle ragioni per cui la poesia doveva essere ammirevole; naturalmente questo ulteriore lavoro modificava l'opera per lui, ma non per gli altri. La declamazione di Daneri era stravagante. La sua goffaggine metrica gli imped, salvo rarissime volte, di trasmettere quella stravaganza al poema(35).
Una sola volta in vita mia ho avuto occasione di esaminare i quindicimila dodecasillabi del "Polyolbion", quella epopea topografica nella quale Michael Drayton registr la fauna, la flora, l'idrografia, l'orografia, la storia militare e monastica dell'Inghilterra; sono sicuro che quel prodotto considerevole, ma limitato,  meno tedioso della immensa impresa congenere di Carlos Argentino. Egli si proponeva di mettere in versi il pianeta in tutta la sua rotondit; nel 1941 aveva gi fatto fuori alcuni ettari dello Stato di Queensland, pi di un chilometro del corso dell'Ob, un gasometro al nord di Veracruz, le principali ditte commerciali della parrocchia di Concepcin, la villa di Marianna Cambaceres de Alvear in via Undici Settembre, a Belgrano, e uno stabilimento di bagni turchi non lontano dal famoso acquario di Brighton. Mi lesse certi faticosi passi della zona australiana del suo poema; quei lunghi e informi alessandrini mancavano della relativa agitazione del proemio. Copio una strofa:

"Sepan. A manderecha del poste rutinario
(Viniendo, claro est, desde el Nornoroeste)
se aburre una osamenta(36) Color? Blanquiceleste
que da al corrai de ovej as catadura de osario".

"Due audacie!" grid con esultanza, "riscattate, ti sento borbottare, dal risultato! Lo ammetto, lo ammetto. Una, l'epiteto "rutinario", che sicuramente denuncia, "en passant", l'inevitabile tedio inerente alle faccende pastorali e agricole, tedio che n le Georgiche n il nostro poeta laureato "Don Segundo"(37) hanno mai osato denunciare cos sul vivo. L'altra, l'energico prosaismo "se aburre una osamenta" che uno smorfioso scomunicher con orrore, ma che un critico di gusto virile apprezzer pi della sua vita. Tutto il verso, d'altronde,  di una caratura squisita. Il secondo emistichio intavola un animatissimo discorso con il lettore; si fa incontro alla sua viva curiosit, gli pone sulle labbra una domanda e la soddisfa... sull'istante. E che ne dici di questa trovata, "blanquiceleste"? Il pittoresco neologismo "suggerisce il cielo" che  un fattore importantissimo del paesaggio australiano. Senza questa evocazione, le tinte del bozzetto risulterebbero troppo cupe e il lettore si sentirebbe spinto a chiudere il volume, l'anima ferita nel profondo da una insanabile e nera melanconia".
Verso la mezzanotte mi congedai.
Due domeniche dopo Daneri mi chiam al telefono, per la prima volta, penso, in vita sua. Mi propose di trovarci alle quattro, "per prendere il latte insieme nel bar-salotto che il progressismo di Zunino e di Zungri, i proprietari di casa mia, ti ricorderai, inaugura all'angolo della strada; una pasticceria che ti interesser conoscere". Accettai pi con rassegnazione che con entusiasmo. Non fu difficile trovare un tavolo; il "salon-bar", inesorabilmente moderno, era appena un poco meno atroce delle mie previsioni; ai tavoli vicini, il pubblico eccitato parlava delle somme investite da Zunino e da Zungri senza lesinare. Carlos Argentino finse di sbalordirsi di non so quale novit dell'impianto di illuminazione (che indubbiamente conosceva gi) e mi disse con una certa severit:
"Per quanto nolente, dovrai riconoscere che questo locale pu stare alla pari con i pi fastosi di Flores".
Mi rilesse, poi, quattro o cinque pagine del poema. Le aveva corrette in base a un depravato principio di ostentazione verbale: dove prima aveva scritto "azulado" ora abbondava di "azulino", "azulenco" e perfino "azulillo". La parola "lechoso" non era abbastanza brutta per lui; nella impetuosa descrizione di una lavanderia di lane, preferiva "lactario, lacticinoso, lactescente, lechal"... Ingiuri con amarezza i critici; poi, pi benevolo, li paragon a quelle persone "che non dispongono di metalli preziosi e neppure di torchi a vapore, laminatoi e acidi solforici per coniare tesori, ma che possono "indicare agli altri dove" possono trovare un tesoro". Senza interruzione censur la "prologomania", "della quale gi si fece beffe il Principe degli Ingegni nell'arguta prefazione al Chisciotte". Ammise, tuttavia, che nel frontespizio della nuova opera conveniva la prefazione vistosa, l'amichevole manata sulla spalla, firmata da un pennaiolo che avesse mano da far presa e voce autorevole. Aggiunse che aveva in mente di pubblicare i canti iniziali del suo poema. Allora compresi il singolare invito telefonico; quell'uomo stava per chiedermi di fare la prefazione al suo pedantesco zibaldone. Il mio timore risult infondato; Carlos Argentino osserv con ammirazione astiosa che non credeva di sbagliare qualificando con l'epiteto di solido il prestigio che in tutti i circoli aveva ottenuto Alvaro Melin Lafinur, uomo di lettere che, se io me ne prendevo l'impegno, avrebbe fatto con entusiasmo la prefazione al poema. Per evitare il pi imperdonabile dei fiaschi, io dovevo farmi portavoce di due meriti indiscutibili: la perfezione stilistica e il rigore scientifico, "perch quell'immenso giardino di tropi, di figure, di eleganze, non tollera il minimo particolare che la rigorosa verit non confermi". Aggiunse che Beatriz si era sempre divertita con Alvaro.
Acconsentii, profusamente acconsentii. Dichiarai, per maggior verosimiglianza, che non avrei parlato luned, con Alvaro, ma gioved: nella cenetta con cui si usa concludere ogni riunione del Club degli Scrittori. (Le cene me le inventavo, ma era innegabile che le riunioni hanno luogo di gioved, fatto che Carlos Argentino Daneri poteva constatare nei giornali e che conferiva alla mia frase una certa veridicit). Dissi, tra presago e sagace, che prima di affrontare il tema della prefazione avrei descritto il curioso piano dell'opera. Ci congedammo; svoltando verso Bernardo de Irigoyen guardai in faccia con assoluta imparzialit le eventualit immediate che mi rimanevano: a) parlare con Alvaro e dirgli che quel tizio, cugino germano di Beatriz (l'eufemismo esplicativo mi avrebbe permesso di nominarla), aveva elaborato un poema che pareva dilatasse all'infinito le possibilit della cacofonia e del caos; b) non parlare con Alvaro. Previdi, lucidamente, che la mia riluttanza avrebbe optato per il b.
A partire dal venerd mattina il telefono incominci a preoccuparmi. Mi indignavo al pensiero che quell'apparecchio, il quale un tempo mi aveva trasmesso la voce irrecuperabile di Beatriz, potesse decadere a ricettacolo delle inutili e forse rabbiose lamentele di quell'illuso di Carlos Argentino Daneri. Fortunatamente non accadde nulla, salvo il rancore inevitabile che mi ispir quell'uomo il quale, dopo avermi imposto una impresa delicata, si dimenticava di me.
Il telefono cess di essere un incubo, ma, alla fine di ottobre, Carlos Argentino mi chiam. Era agitatissimo; sulle prime non riconobbi la sua voce. Con tristezza e con ira balbett che quei tali Zunino e Zungri, oramai sbrigliati, con il pretesto di ampliare la loro sfacciata pasticceria stavano per demolire la sua casa.
"La casa dei miei avi! la mia casa! l'antica, inveterata dimora di via Garay!" ripet, forse dimenticando il suo dolore nella melodia.
Non mi riusc molto difficile condividere la sua angoscia. A quarant'anni gi compiuti, ogni cambiamento  un detestabile simbolo del passare del tempo; d'altronde si trattava di una casa che, a me, parlava infinitamente di Beatriz. Cercai di spiegargli questo delicatissimo particolare; il mio interlocutore non mi ud neppure. Disse che se Zunino e Zungri persistevano in quel proposito assurdo, il dottor Zunni, suo avvocato, li avrebbe citati "ipso facto" per danni e pregiudizio e li avrebbe obbligati a pagare centomila nostrane sonanti.
Il nome di Zunni mi impression; il suo studio legale, a Caseros e Tacuar,  di una seriet proverbiale. Domandai se egli avesse gi accettato quell'incarico. Daneri disse che gli avrebbe parlato quel pomeriggio stesso. Esit e con la voce sommessa, impersonale, alla quale usiamo ricorrere per confidare qualcosa di molto intimo, disse che per terminare il poema la casa gli era indispensabile, dato che, in un angolo dello scantinato, vi era un Aleph. Spieg che un Aleph  uno dei punti dello spazio che li contiene tutti quanti.
"Sta esattamente sotto la stanza da pranzo", spieg, prendendo la rincorsa nell'ambascia. " mio,  mio; l'ho scoperto io, da bambino, prima dell'et di andare a scuola. La scala della cantina  ripida, gli zii mi avevano proibito di scendere, ma qualcuno disse che vi era un mondo l sotto. Si riferiva, lo seppi dopo, a un baule, ma io capii che vi era un mondo. Scesi di nascosto, rotolai per la scala vietata, caddi. Quando riapersi gli occhi vidi l'Aleph."
"L'Aleph?" ripetei.
"S, il luogo in cui stanno, senza confondersi, tutti i luoghi dell'orbe, visti da tutti gli angoli. Non rivelai a nessuno la mia scoperta, ma ritornai gi. Il bambino non poteva comprendere che gli fosse stato concesso questo privilegio perch, fatto uomo, cesellasse il poema! Zunino e Zungri non mi spoglieranno, no, mille volte no. Codice alla mano, il dottor Zunni dimostrer che il mio Aleph  "inalienabile"."
Tentai di ragionare.
"Ma non  molto buio lo scantinato?"
"La verit non penetra in un intelletto ribelle. Se tutti i luoghi della terra stanno nell'Aleph, l staranno tutte le illuminazioni, tutte le lampade, tutte le fonti della luce."
"Verr a vederlo immediatamente."
Tagliai corto prima che potesse emettere un divieto. Basta la conoscenza di un fatto per avvertire subito una serie di particolari che lo confermano, insospettati prima; mi meravigliai di non aver capito, fino a quel momento, che Carlos Argentino era matto. Tutti quei Viterbo, d'altronde... Beatriz (io stesso me lo dico e me lo ripeto) era una donna, una fanciulla, di una chiaroveggenza quasi implacabile, ma in lei vi erano negligenze, distrazioni, disdegni, vere crudelt che forse esigevano una spiegazione patologica. La follia di Carlos Argentino mi colm di una gioia maligna; intimamente ci eravamo sempre detestati.
In via Garay la domestica mi disse che avessi la bont di aspettare. Il ragazzo stava, come sempre, nel sotterraneo, sviluppando fotografie. Accanto al vaso senza un fiore, sopra il pianoforte inutile, sorrideva (pi fuori del tempo che anacronistico) il caro ritratto di Beatriz a colori pesanti. Nessuno poteva vederci; in uno slancio disperato di tenerezza mi avvicinai al ritratto e dissi:
"Beatriz, Beatriz Elena, Beatriz Elena Viterbo, Beatriz amata, Beatriz perduta per sempre, sono io, sono Borges".
Carlos entr poco dopo. Parl seccamente; compresi che non era capace di nessun altro pensiero che non fosse la perdita dell'Aleph.
"Un bicchierino di pseudo-cognac", ordin, "e ti tufferai nello scantinato. Come sai,  indispensabile il decubito dorsale. Lo sono anche l'oscurit, la immobilit, un certo adattamento oculare. Ti distendi sulle mattonelle del pavimento e fissi gli occhi sul decimonono scalino della pertinente scala. Io me ne vado, calo la botola e tu resti solo. Qualche roditore ti metter paura, molto facile! Dopo pochi minuti vedi l'Aleph. Il microcosmo di alchimisti e cabalisti, il nostro concreto, proverbiale amico, il "multum in parvo"!"
Poi, nella stanza da pranzo, aggiunse:
" chiaro che se non lo vedi, la tua incapacit non infirma la mia testimonianza... Scendi; in brevissimo tempo potrai intavolare un dialogo con "tutte" le immagini di Beatriz".
Scesi rapidamente, stufo delle sue parole inconsistenti... Lo scantinato, appena un poco pi largo della scala, aveva molto del pozzo. Cercai invano, con lo sguardo, il baule di cui Carlos Argentino mi aveva parlato. Due cassette di bottiglie e due sacchi di olona ingombravano un angolo. Carlos prese un sacco, lo pieg e lo depose in un punto preciso.
"Il guanciale  un poco basso", spieg "ma se lo sollevo un solo centimetro non vedrai neppure un bruscolo e ne resterai confuso e vergognato. Accuccia a terra quel corpaccione e conta diciannove scalini".
Acconsentii alle sue ridicole richieste; alla fine se ne and. Chiuse cautamente la botola; l'oscurit, salvo una fenditura che distinsi dopo, pot sembrarmi completa. Improvvisamente compresi il mio pericolo: mi ero lasciato sotterrare da un matto, dopo aver bevuto un veleno. Le bravate di Carlos avevano lasciato trasparire l'intimo terrore che io non vedessi il prodigio; Carlos, per difendere il suo delirio, per non ammettere che era matto, "doveva uccidermi". Provai un confuso malessere che volli attribuire alla immobilit e non all'effetto di un narcotico. Chiusi gli occhi, li apersi. Allora vidi l'Aleph.
Vengo ora all'ineffabile centro del mio racconto; a questo punto incomincia la mia disperazione di scrittore. Ogni linguaggio  un alfabeto di simboli il cui esercizio presuppone un'esperienza in comune che gli interlocutori possano condividere; come trasmettere agli altri l'infinito Aleph che a stento la mia spaventata memoria abbraccia? I mistici in un frangente analogo sono prodighi di emblemi: per significare la divinit un persiano parla di un uccello che in qualche modo  tutti gli uccelli; Alanus de Insulis di una sfera il cui centro  in ogni luogo e la circonferenza in nessuno; Ezechiele di un angelo con quattro volti che guarda nello stesso tempo a oriente a occidente a nord e a sud. (Non per niente rievoco queste inconcepibili analogie; hanno qualche relazione con l'Aleph). Forse gli di non rifiuteranno di farmi trovare una immagine equivalente, ma questo esposto rimarr inquinato di letteratura, di falso. D'altronde il problema centrale  insolubile: l'enumerazione, sia pure parziale, di un complesso infinito. In quell'attimo immenso ho visto milioni di cose in atto, deliziose o atroci; nessuna mi sbalord quanto il fatto che tutte occupassero il medesimo punto senza sovrapposizione e senza trasparenza. Quello che i miei occhi videro fu simultaneo: quello che trascriver  successivo perch lo  il linguaggio. Qualcosa comunque metter insieme.
Nella parte inferiore della scala, verso destra, vidi una piccola sfera iridescente di un fulgore quasi intollerabile. Da principio credetti che girasse; poi compresi che quel movimento era un'illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che chiudeva in s. Il diametro dell'Aleph sar stato di due o tre centimetri, ma tutto lo spazio cosmico era l, senza riduzione di misura. Ciascuna cosa (lo specchio parabolico, diciamo) era infinite cose, perch io la vedevo chiaramente da tutti i punti dell'universo. Vidi il popoloso mare, vidi l'alba e il tramonto, vidi le moltitudini dell'America, vidi un'argentea ragnatela nel centro di una nera piramide, vidi un labirinto spezzettato (era Londra), mi vidi addosso un'infinit di occhi che si scrutavano in me come in uno specchio, vidi tutti gli specchi del pianeta e in nessuno mi riflettevo, vidi nel loro cortile interno della via Soler le stesse piastrelle che trent'anni or sono vidi nell'atrio di una casa in Fray Bentos, vidi grappoli, neve, tabacco, filoni di metallo, vapore acqueo, vidi convessi deserti equatoriali e ciascuno dei loro granelli di sabbia, vidi in Inverness una donna che non dimenticher, vidi la folta chioma ricciuta, la figura superba, vidi un cancro nel petto, vidi un cerchio di terra secca in un sentiero dove prima era stato un albero, vidi una villa signorile di Adrogu, un esemplare della prima versione inglese di Plinio, quella di Philemon Holland, vidi nello stesso tempo ciascuna lettera di ciascuna pagina (da bambino ero solito meravigliarmi che le lettere di un volume chiuso non si mescolassero e non si perdessero durante la notte), vidi la notte e il giorno contemporanei, vidi un ponente in Quertaro che pareva riflettesse il colore di una rosa nel Bengala, vidi la mia camera da letto senza nessuno, vidi in un gabinetto di Alkmaar un globo terracqueo fra due specchi che lo moltiplicavano senza fine, vidi cavalli dalla folta criniera ondeggiante in una spiaggia nel Mar Caspio nell'alba, vidi la delicata ossatura di una mano, vidi i sopravvissuti di una battaglia che inviavano cartoline postali, vidi in una vetrina di Mirzapur un mazzo di carte spagnole, vidi le ombre oblique di alcune felci sul terreno di una serra, vidi tigri, emboli, bisonti, mareggiate, eserciti, vidi tutte le formiche che vi sono in terra, vidi un astrolabio persiano, vidi in un cassetto della scrivania (e la scrittura mi fece tremare) lettere oscene, incredibili, precise, che Beatriz aveva diretto a Carlos Argentino, vidi un venerato monumento nella Chacarita, vidi la reliquia atroce di quello che deliziosamente era stata Beatriz Viterbo, vidi la circolazione del mio scuro sangue, vidi l'ingranaggio dell'amore e la modificazione della morte, vidi l'Aleph da tutti i punti, vidi nell'Aleph la terra e nella terra un'altra volta l'Aleph e nell'Aleph la terra, vidi il mio volto e le mie viscere, vidi il tuo volto, fui preso dalle vertigini e piansi, perch i miei occhi avevano veduto l'oggetto segreto e congetturale il cui nome gli uomini usurpano ma che nessun uomo ha guardato: l'inconcepibile universo.
Provai un'infinita venerazione, un'infinita pena.
"Sarai rimasto stordito dopo aver tanto curiosato dove non ti hanno chiamato", disse una voce aborrita e gioviale. "Per quanto ti lambicchi il cervello, non mi pagherai in un secolo questa rivelazione. Che osservatorio formidabile, eh, Borges!"
I piedi di Carlos Argentino posavano sullo scalino pi alto. Nella penombra mi riusc di alzarmi e di balbettare:
"Formidabile. S, formidabile".
La indifferenza della mia voce mi parve strana. Ansioso, Carlos Argentino insisteva:
"Hai visto proprio tutto bene, a colori?"
In quel momento concepii la mia vendetta. Benevolo, manifestamente impietosito, nervoso, evasivo, ringraziai Carlos Argentino Daneri dell'ospitalit nel suo scantinato e lo consigliai con sollecitudine di approfittare della demolizione della casa per allontanarsi dalla perniciosa metropoli, che a nessuno - credimi, a nessuno! - perdona. Con tranquilla energia mi rifiutai di discutere dell'Aleph; nel congedarmi lo abbracciai e tornai a dirgli che la campagna e la serenit sono due grandi medici.
Per la strada, sulla scalinata di Constitucin, nella sotterranea tutti i volti mi sembrarono familiari. Temetti che non rimanesse pi neppure una cosa al mondo capace di stupirmi, temetti che non mi abbandonasse mai pi l'impressione di vomitare. Fortunatamente, dopo un paio di notti di insonnia, l'oblio produsse il suo effetto.

"Post scriptum del primo marzo 1943". Sei mesi dopo la demolizione dello stabile di via Garay, la casa editrice Procusto non arretr dinanzi alla lunghezza del considerevole poema e lanci sul mercato una selezione di "brani argentini". Spassoso riferire quello che accadde; Carlos Argentino Daneri ricevette il secondo Premio Nazionale per la Letteratura(38). Il primo fu dato al dottor Aita; il terzo al dottor Mario Bonfanti; incredibilmente, la mia opera "Los naipes del tahur", non ottenne neppure un voto. Ancora una volta l'incomprensione e l'invidia trionfarono!  gi un pezzo che non mi capita di incontrare Daneri; i giornali dicono che presto ci dar un altro volume. La sua fortunata penna (non pi intorpidita dall'Aleph) si  data a versificare l'epitome del dottor Acevedo Daz.
Voglio aggiungere due osservazioni: una sulla natura dell'Aleph; l'altra sul suo nome. Esso, come si sa,  quello della prima lettera dell'alfabeto della lingua sacra. La sua applicazione al ciclo della mia storia pare non sia casuale. Secondo la Cabala, questa lettera significa l'En Soph, la illimitata e pura divinit; si  anche detto che ha la forma di un uomo il quale addita il cielo e la terra per indicare che il mondo inferiore  lo specchio e la mappa di quello superiore; per la "Mengenlehre"  il simbolo dei numeri transinfiniti nei quali il tutto non  maggiore di nessuna delle parti. Io vorrei sapere: Carlos Argentino lo ha scelto quel nome, o lo ha letto, "attribuito a un altro punto dove convergono tutti i punti", in qualcuno dei testi innumerevoli che gli ha rivelato l'Aleph di casa sua? Per incredibile che possa sembrare, io credo che vi sia (o vi sia stato) un altro Aleph, credo che l'Aleph di via Garay fosse un falso Aleph.
Ne do le mie ragioni. Nel 1867 il capitano Burton tenne in Brasile la carica di console britannico; nel luglio del 1942 Pedro Henrquez Urea scoperse nella biblioteca di Santos un suo manoscritto che riguardava il globo di cristallo attribuito dall'Oriente a Iskandar Zu al-Karnayn, ossia Alessandro Bicorne di Macedonia. Nel suo cristallo si rifletteva l'intero universo. Burton ricorda altri artifici congeneri, la settemplice coppa di Kai Khosr, lo specchio che Trik Benzeyad trov in una torre ("Le mille e una notte", 272), lo specchio che Luciano di Samosata pot esaminare nella luna ("Veridica Historia", I, 26), la saetta cristallina che il primo libro del "Satyrikon" di Capella attribuisce a Giove, lo specchio universale di Merlino "rotondo e cavo e simile a un mondo di vetro" ("The Faerie Queene", I I I, 2, 19); e aggiunge queste curiose parole: "Ma i precedenti (a parte il difetto di non esistere) sono puri strumenti di ottica. I fedeli che accorrono alla moschea di Amr, nel Cairo, sanno benissimo che l'universo  nell'interno di una delle colonne di pietra che circondano il cortile centrale... Nessuno, naturalmente, pu vederlo, ma coloro che avvicinano l'orecchio alla superficie dichiarano di percepire, poco dopo, il suo affaccendato rumore... La moschea data dal settimo secolo; le colonne provengono da altri templi di religioni preislamiche, poich come ha scritto Ibn Khaldn: "Nelle repubbliche fondate da nomadi  indispensabile il concorso dei forestieri per tutte le opere murarie"".
Esiste questo Aleph nell'interno di una pietra? L'ho veduto quando ho veduto tutte le cose e l'ho dimenticato? La nostra mente assorbe l'oblio da tutti i pori; io stesso sto falsando e perdendo, sotto la drammatica erosione degli anni, i lineamenti di Beatriz.

A Estela Canto



LA NOTTE CICLICA.


A Sylvina Bullrich

Lo seppero gli ardui alunni di Pitagora:
gli astri e gli uomini rotano ciclicamente;
gli atomi fatali ripeteranno l'urgente
Afrodite d'oro, i tebani, le agora.

In ere future schiaccer il centauro
col solidungue zoccolo il petto del lapita;
quando Roma sar polvere, gemer nella infinita
notte del suo palazzo fetido, il minotauro.

Ritorner ogni notte d'insonnia: minuziosa.
La mano che scrive questo rinascer dal medesimo
ventre. Eserciti di ferro costruiranno l'abisso
(David Hume di Edimburgo disse la stessa cosa.)

Non so se torneremo in un ciclo secondo
come le cifre tornano in una frazione periodica;
ma so che una oscura rotazione pitagorica
di notte in notte mi lascia in un luogo del mondo

che  dei sobborghi. Una svolta remota
che pu esser del nord, del sud, dell'ovest,
ma sempre ha un muricciolo celeste,
un fico d'India scuro, Un sentiero sconnesso.

L  Buenos Aires. Il tempo che agli uomini
porta l'amore o l'oro, a me lascia appena
questa rosa spenta, questa vana matassa
di strade che ripetono gli antichi nomi

del mio sangue: Laprida, Cabrera, Soler, Surez...
nomi nei quali echeggiano (segrete ormai) le diane,
le repubbliche, i cavalli, e i domani,
le felici vittorie, le morti da soldato.

Le piazze oppresse dalla notte senza padrone
sono profondi patios di un arido palazzo,
e le unanimi strade che creano lo spazio
son corridoi di vaga paura e di sogno.

Ritorna la concava notte che decifr Anassagora:
ritorna alla mia carne d'uomo l'eternit costante
e il ricordo, il progetto? di un poema incessante:
"Lo seppero gli ardui alunni di Pitagora...



ALLUSIONE A UN'OMBRA DEL MILLEOTTOCENTONOVANTA E ROTTI.


Nulla. Soltanto il coltello di Muraria.
Soltanto nella sera grigia la storia interrotta.
Non so perch ogni sera mi accompagna
questo assassino che non ho mai visto.
Palermo era l in fondo. Il giallo
muro della prigione dominava
borghi e rioni. Quella terra brava
correva il sordido coltello.
Il coltello. Il volto  svanito
e di quel mercenario il cui austero
ufficio era il coraggio, nulla  rimasto
se non un'ombra e un balenar d'acciaio.
Possa il tempo, che i marmi oscura
lasciare intatto questo forte nome: Juan Muraa.



IL TANGO.


Dove saran? si chiede l'elegia
di quelli che non sono pi,
come esistesse un luogo dove l'Ieri
possa essere Oggi e Ancora e Sempre.

Dove sar (ripeto io) quel tristo
che in polverosi sentieri terrigni
o in paesi sperduti fond
la setta del coltello e del coraggio?

Dove saranno quei che son passati
all'epopea lasciando un episodio,
una favola al tempo, e senz'odio
n lucro o passione lottaron a coltello?

Nella leggenda li cerco e nell'estrema
brace che come un vago fiore di rosa
serba qualcosa della ciurma fiera
di Balvanera e dei Corrales.

Quali sentieri bui o qual deserto ermo
dell'altro mondo abiter la dura
ombra di quel che, qui, fu un'ombra oscura,
Juan Muraa, il coltello di Palermo?

E quel fatale Iberra (ch' compianto
dai santi) che su un ponte per via
uccise il ato, suo fratello, in vantaggio
su lui di morti, a pareggio del conto?

Una mitologia di pugnali
lentamente si annulla nell'oblio;
una canzon di gesta va perduta
in sordide notizie poliziesche.

V' un'altra brace, un'altra rosa ardente
della cenere che li serba intatti;
l stanno ancora i superbi coltelli
e il peso della daga silenziosa.

Bench la daga ostile o l'altra, il tempo,
fatti li abbiano terra nella terra,
oggi, al di l del tempo e della fredda
morte, quei morti vivono nel tango.

Nella musica sono, nelle corde
della ostinata chitarra paziente
che tesse in venturose melopee
la giostra e l'innocenza del coraggio.

Gira nel vuoto la brillante ruota
di cavalli e leoni, e ascolto l'eco
di quei tanghi di Arolas e di Greco
che ho veduto ballare sul selciato,

in un momento che emerge, oggi, isolato,
senza prima n poi, contro l'oblio,
e che ha tutto il sapore del perduto,
del perduto e del recuperato.

Negli accordi vi sono antiche cose:
l'altro cortile e, vista di sfuggita,
la pergola. (Fra i suoi muri gelosi
il Sud serba un pugnale e una chitarra.)

Il tango, una ventata, una follia,
che sfida gli anni frettolosi; l'uomo
impastato di polvere e di tempo
dura meno della tenue melodia,

che  solo tempo. Il tango crea un torbido
irreale passato, senza certezza alcuna,
un ricordo impossibile d'essere morto
lottando, a una svolta del sobborgo.



BIOGRAFIA DI TADEO ISIDORO CRUZ [1829-1874].

"I'm looking for the face I had
Before the world was made".
[Sto cercando il volto che avevo prima che il mondo fosse fatto. (N.d.T.)]
Yeats, "The Winding Stair".


Il sei febbraio del 1829 i guerriglieri che, gi battuti da Lavalle, marciavano dal Sud per incorporarsi con le divisioni di Lpez, fecero tappa in una fattoria della quale ignoravano il nome, a tre o quattro leghe dal Pergamino; all'alba uno degli uomini ebbe un incubo ostinato: nella penombra del capannone, il suo grido confuso svegli la donna che dormiva con lui. Nessuno sa che cosa egli avesse sognato perch il giorno dopo, alle quattro, i guerriglieri furono sbaragliati dalla cavalleria di Surez e l'inseguimento continu per nove leghe fino ai canneti gi tenebrosi e l'uomo per in un fossato, con il cranio spaccato da una sciabola delle guerre tra il Per e il Brasile. La donna si chiamava Isidora Cruz; il figlio che le nacque port il nome di Tadeo Isidoro Cruz.
Non mi propongo di riferire la sua storia. Dei giorni e delle notti che la compongono mi interessa solamente una notte; del rimanente riferir soltanto l'indispensabile perch si possa intendere quella notte. La vicenda appare in un libro insigne; cio in un libro la cui materia pu dire tutto a tutti gli uomini (I, "Ai Corinzi", 9, 22), perch  idoneo a quasi inesauribili ripetizioni, versioni, deformazioni. Coloro che hanno commentato, e sono molti, la storia di Tadeo Isidoro, mettono in rilievo l'influenza della prateria sulla sua formazione, ma butteri identici a lui nacquero e morirono sulle sponde selvose del Paran e nelle paludose lame orientali. Visse, questo s, in un mondo di monotona barbarie. Quando nel 1874 mor di vaiolo nero, non aveva mai visto una montagna n un becco a gas n un mulino. Nemmeno una citt. Nel 1849 and a Buenos Aires con un branco dello stabilimento di Francisco Xavier Acevedo; i butteri entrarono in citt a vuotare le tasche; Cruz, diffidente, non usc da una locanda nelle vicinanze dei recinti del bestiame. Pass l molti giorni, taciturno, dormendo per terra, bevendo mate, levandosi all'alba e coricandosi al vespro. Comprese (al di l delle parole e anche dell'intelletto) che la citt non aveva nulla a che vedere con lui. Uno dei mandriani, ubriaco, si fece beffe di lui. Cruz non gli rispose ma durante le notti del ritorno, accanto al fuoco del bivacco, l'altro persisteva meschinamente nelle beffe, e allora Cruz (che prima non aveva dimostrato rancore e neppure fastidio) lo stese con una pugnalata. Fuggiasco, dovette rintanarsi in una palude; poi, una notte, il grido di un "chaj"(39) lo avvert che la polizia lo stava cercando. In una macchia saggi il coltello; perch non lo ostacolassero nel lottare a piedi si tolse gli speroni. Prefer combattere piuttosto che arrendersi. Fu ferito all'avambraccio, a una spalla, alla mano sinistra; fer gravemente i pi coraggiosi della squadra; quando il sangue gli corse fra le dita, combatt con pi coraggio che mai; all'alba, barcollante per la perdita di sangue, lo disarmarono. L'esercito, allora, disimpegnava una funzione di polizia giudiziaria; Cruz fu destinato a un fortino sul confine del Nord. Come soldato semplice prese parte alle guerre civili; a volte combatt per la sua provincia natale a volte contro di essa. Il ventitr gennaio del 1856, nelle Lagune di Cardoso, fu uno dei trenta uomini che al comando del sergente maggiore Eusebio Laprida combatterono contro duecento indiani. In quell'azione fu ferito da una freccia.
Nella sua oscura e valorosa storia abbondano i vuoti. Nel 1868 lo sappiamo di nuovo nel Pergamino: sposato o accoppiato, padre di un figlio, padrone di un pezzetto di terra. Nel 1869 fu nominato sergente della polizia rurale. Aveva emendato il passato; in quel tempo deve essersi considerato felice, bench, in fondo, nell'intimo non lo fosse. (Lo aspettava, chiusa nel divenire, una lucida notte fondamentale: la notte nella quale, finalmente, vide il proprio volto, la notte in cui finalmente cap il suo nome. A bene intenderla, quella notte conclude la sua storia; per meglio dire un momento di quella notte, un atto di quella notte, perch gli atti sono il nostro simbolo). Qualsiasi destino, per quanto lungo e complicato sia, in realt consta di "un solo momento": il momento in cui l'uomo sa per sempre chi . Si racconta che Alessandro di Macedonia vide riflesso il suo avvenire guerriero nella mitica storia di Achille; Carlo dodicesimo di Svezia in quella di Alessandro. A Tadeo Isidoro Cruz, che non sapeva leggere, questa conoscenza non fu rivelata da un libro; vide se stesso in una mischia e in un uomo. Le cose andarono cos:
Negli ultimi giorni del mese di giugno del 1870 ricevette l'ordine di catturare un malvivente che doveva due assassinii alla giustizia. Costui era un disertore delle forze che il colonnello Benito Machado comandava sulla frontiera del Sud; una volta, nei fumi di una baldoria aveva assassinato un mulatto in un lupanare; in un'altra sbornia un aderente al partito di Rojas; l'informazione aggiungeva che proveniva dalla Laguna Colorada. In quel luogo, quarant'anni prima, si erano radunati i guerriglieri per la sventura che diede i loro corpi agli uccelli e ai cani; di l era uscito Manuel Mesa che fu giustiziato nella piazza della Vittoria, mentre suonavano i tamburi perch non si udisse la sua ira; di l, l'ignoto che aveva generato Cruz e che era perito in un fossato, con il cranio spaccato da una sciabola delle battaglie fra il Per e il Brasile. Cruz aveva dimenticato quel nome; con un leggero ma inspiegabile turbamento lo riconobbe...
Il criminale braccato dai soldati, intrecci a cavallo un lungo labirinto avanti e indietro, su e gi; essi tuttavia lo asserragliarono la notte del dodici luglio. Si era rifugiato in un canneto. Le tenebre erano quasi indecifrabili; Cruz e i suoi, cauti e a piedi, avanzarono verso le macchie nella cui tremula profondit li spiava o dormiva l'uomo nascosto. Si lev il grido di un "chaj"; Tadeo Isidoro Cruz ebbe l'impressione di avere gi vissuto quel momento. Il criminale usc dal riparo per combatterli. Cruz lo intravide, terribile: il ciuffo cresciuto e la barba grigia pareva gli rodessero il volto.  chiaro il motivo che mi vieta di riferire la lotta. Mi basti ricordare che il disertore fer gravemente o uccise parecchi degli uomini di Cruz. Questi, mentre combatteva nel buio (mentre il suo corpo combatteva nel buio) incominci a capire. Cap che un destino non  migliore di un altro, ma ogni uomo deve obbedire a quello che porta dentro di s. Comprese che le spalline e l'uniforme oramai gli erano di ostacolo. Comprese il suo interiore destino di lupo, non di cane gregario; comprese che l'altro era lui. Albeggiava nella sterminata pianura; Cruz gett a terra il berretto militare, grid che non avrebbe permesso il delitto che si uccidesse un valoroso e si mise a combattere contro i soldati, accanto al disertore Martn Fierro.



LA FINE.


Recabarren, disteso, socchiuse gli occhi e vide l'obliquo soffitto di giunco. Dall'altra stanza gli giungeva un arpeggio di chitarra, una specie di poverissimo labirinto che si intersecava e si snodava all'infinito...
Ricord a poco a poco la realt, le cose quotidiane che non avrebbe mai pi mutato con altre. Guard senza pena il suo grande corpo inutile, la coperta di lana ordinaria che gli avvolgeva le gambe. Fuori, oltre le sbarre della finestra, si dilatavano la prateria e il pomeriggio; aveva dormito, ma rimaneva ancora molta luce nel cielo.
Mosse il braccio sinistro a tastoni, finch incontr un campanello di bronzo che era ai piedi del lettuccio. Lo agit una volta o due; dall'altro lato della porta continuavano a giungergli i modesti accordi. Chi suonava era un negro, che era comparso l una sera con pretese di cantore e aveva sfidato un altro forestiero a una lunga tenzone di contrappunto(40). Vinto, continuava a frequentare l'emporio come se aspettasse qualcuno. Passava le ore con la chitarra, ma non aveva pi ripreso a cantare; probabilmente la sconfitta lo aveva amareggiato. La gente si era gi abituata a quell'uomo inoffensivo. Recabarren, il padrone dell'emporio, non avrebbe dimenticato quella tenzone; il giorno dopo, nel mettere a posto certe balle di foglie di tabacco, gli era bruscamente morto il lato destro e aveva perduto la parola. Noi, a forza di impietosirci sulle disgrazie degli eroi dei romanzi si finisce che ci compiangiamo eccessivamente per le disgrazie nostre; non fu cos per il paziente Recabarren, il quale accett la paralisi come prima aveva accettato il clima e le distese solitudini dell'America. Abituato a vivere nel presente, come gli animali, ora guardava il cielo e pensava che l'alone rosso della luna era segno di pioggia.
Un bambino dai lineamenti indigeni (suo figlio, forse), socchiuse la porta. Recabarren gli domand con gli occhi se vi fosse qualche cliente. Il bambino, taciturno, disse di no con un cenno; il negro non contava. L'uomo prostrato rimase solo; la sua mano sinistra giocherell a lungo con il campanello, come se esercitasse un potere.
La prateria, sotto il sole cadente, era quasi astratta, come veduta in un sogno. Un punto si mosse sull'orizzonte e crebbe finch fu un ginnetto montato che veniva, o pareva venisse, verso la casa. Recabarren vide il sombrero alla Schomberg, il lungo poncio scuro, il morello, ma non il volto dell'uomo che finalmente fren il galoppo e venne avvicinandosi al piccolo trotto. A circa duecento lunghezze svolt. Recabarren non lo vide pi, ma lo ud fiatare, smontare di sella, legare il cavallo allo steccato, entrare con passo fermo nell'emporio.
Senza sollevare gli occhi dallo strumento dove pareva cercasse qualcosa, il negro disse con dolcezza:
"Lo sapevo, signore, che potevo contare su di lei".
L'altro, con voce aspra, replic:
"E io su voi, moretto. Ti ho fatto aspettare un bel pezzo, ma eccomi qui".
Vi fu una pausa. Poi il negro rispose:
"Mi sono abituato ad aspettare. Sette anni ho aspettato".
L'altro spieg tranquillo:
"Pi di sette anni ho passato, io, senza vedere i miei figli. Li ho ritrovati oggi e non volevo mostrarmi come un uomo che va a fare a pugnalate".
"Me ne rendo conto", disse il negro. "Spero li abbia lasciati in buona salute."
Il forestiero, che si era seduto al banco, rise di gusto. Ordin un'acquavite e l'assaggi senza finirla.
"Ho dato loro buoni consigli", dichiar, "che non sono mai di troppo e non costano nulla. Ho detto loro, fra l'altro, che l'uomo non deve spargere il sangue dell'uomo".
Un lento accordo precedette la risposta del negro.
"Ha fatto bene. Cos non rassomiglieranno a noi."
"Per lo meno a me", disse il forestiero e aggiunse come se pensasse a voce alta: "La mia sorte ha voluto che uccidessi e adesso mi mette il coltello in mano un'altra volta".
Il negro, come se non avesse udito, osserv:
"Con l'autunno i giorni si stanno accorciando".
"La luce che rimane mi basta", replic l'altro alzandosi.
Ritto in piedi dinanzi al negro gli disse quasi infastidito:
"Lascia in pace la chitarra, che oggi ti aspetta un altro genere di contrappunto".
Tutti e due si avviarono alla porta. Il negro, nell'uscire, mormor:
"Forse in questo mi andr male come nel primo".
L'altro rispose con seriet:
"Nel primo non c'era male. C'era che ardevi dalla voglia di arrivare al secondo".
Si allontanarono per un tratto dall'abitato, camminando a fianco. Un punto della pianura era uguale all'altro e la luna splendeva. A un tratto si guardarono, si fermarono e il forestiero si tolse gli speroni. Era gi con il poncio sull'avambraccio, quando il negro disse:
"Voglio chiederle una cosa prima che incominciamo. Che in questo incontro metta tutto il suo valore e tutta la sua bravura, come in quell'altro, ora sono sette anni, quando uccise mio fratello".
Per la prima volta, forse, nel loro dialogo, Martn Fierro sent l'odio. Il suo sangue lo sent come una speronata. Si avvinghiarono, balen l'acciaio affilato e segn il volto del negro.
Vi  un'ora verso sera in cui la prateria sta per dirci qualcosa; non la dice mai o forse la dice all'infinito e non la intendiamo o la intendiamo, ma  intraducibile come una musica...
Dal suo lettuccio, Recabarren vide la fine. Un assalto e il negro arretr, perdette terreno, fece la finta di un colpo al volto e si lanci in una pugnalata a fondo che penetr nel ventre. Dopo ne venne un'altra che il bottegaio non riusc a precisare e Fierro non si lev. Immobile il negro pareva vegliasse la sua faticosa agonia. Ripul sull'erba il lungo coltello insanguinato e ritorn verso l'abitato con lentezza, senza guardarsi indietro. Finito il suo compito di giustiziere, adesso era nessuno. Per meglio dire era l'altro: non aveva pi meta sulla terra, e aveva ucciso un uomo.



STORIA DEL GUERRIERO E DELLA PRIGIONIERA.


A Ulrike von Khlmann

A pagina 278 del volume "La poesia" (Bari, 1942) Croce, abbreviando un testo latino dello storiografo Paolo Diacono narra la sorte di Droctulft e cita il suo epitaffio; l'una e l'altro mi commossero singolarmente per una ragione che compresi dopo. Droctulft fu un guerriero longobardo che, nell'assedio di Ravenna, abbandon i suoi e mor difendendo la citt che prima aveva assalito. I ravennati gli diedero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine ("contempsit caros, dum nos amat ille, parentes") e il peculiare contrasto che si avvertiva tra la figura tremenda di quel barbaro e la sua semplicit e bont:

"Terribilis visu facies, sed mente benignus,
Longaque robusto pectore barba fuit!"(41).

Questa  la storia del destino di Droctulft, il barbaro che mor difendendo Ravenna, o questo  il frammento della sua storia che Paolo Diacono ha potuto salvare. Non so neppure in quale tempo ci sia accaduto: se sulla met del sesto secolo, quando i longobardi desolarono le pianure d'Italia; se nell'ottavo, prima della caduta di Ravenna. Immaginiamo (questo non  un lavoro storico) il primo caso.
Immaginiamo Droctulft "sub specie aeternitatis", non l'individuo Droctulft che certamente fu unico e insondabile (tutti gli individui umani lo sono), ma il tipo in genere che di lui e di molti come lui ha fatto la tradizione, che  opera dell'oblio e del ricordo. Attraverso una oscura geografia di selve e di paludi, le guerre lo portarono in Italia dalle sponde del Danubio e dell'Elba e probabilmente non sapeva che andava al Sud e probabilmente non sapeva che combatteva contro il nome romano. Forse professava l'arianesimo il quale afferma che la gloria del Figlio  il riflesso della gloria del Padre, ma  pi congruente immaginarlo devoto della Terra, di Hertha, il cui idolo velato andava di trib in trib in un carro tirato da vacche, o degli di della guerra e del tuono, che erano goffe figure di legno avvolte in tuniche tessute e cariche di monete e di monili. Veniva dalle inestricabili selve del cinghiale e dell'uro; era bianco, innocente, coraggioso, crudele, leale al suo capitano e alla sua trib, non all'universo. Le guerre lo portano a Ravenna e l vede qualcosa che non ha mai visto o che non ha visto... con pienezza. Vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un complesso che  molteplice senza disordine; vede una citt, un organismo fatto di statue, templi, giardini, abitazioni, gradinate, anfore, capitelli, spazi regolari e aperti. Nessuna di queste opere (lo so) lo impressiona in quanto bella; lo colpiscono come ora ci colpirebbe un complicato congegno meccanico di cui ignorassimo lo scopo ma nel cui disegno intuissimo una intelligenza immortale. Forse gli basta vedere soltanto un arco con una incomprensibile iscrizione in eterne lettere romane. Bruscamente lo abbacina e lo rinnova questa rivelazione, la Citt. Sa che in essa sar un cane o un fanciullo, e che non incomincer neppure a comprenderla, ma sa anche questo: che essa vale pi dei suoi di e della fede giurata e di tutti i pantani della Germania. Droctulft abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore e sul sepolcro incidono parole che egli non avrebbe inteso:

"Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,
Hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam".

Non fu un traditore (i traditori non sogliono ispirare epitaffi di compianto); fu un illuminato, un convertito. Dopo alquante generazioni i longobardi, che giudicarono colpevole il fuggiasco, si comportarono come lui: si fecero italiani, lombardi e magari qualcuno del loro sangue, Aldger, pot generare coloro che generarono l'Alighieri... Molte congetture si potrebbero applicare all'atto di Droctulft; la mia  la pi economica; se non  vera come fatto, lo sar come simbolo.
Quando lessi nel libro di Croce la storia del guerriero, ne fui commosso in modo insolito e provai l'impressione di recuperare, sotto forma diversa, qualcosa che era stato mio. Fugacemente ho pensato ai cavalcatori mongoli che volevano fare della Cina uno sconfinato pascolo e poi invecchiarono nelle citt che avevano ardentemente desiderato di distruggere; non era questo il ricordo che cercavo. L'ho trovato, finalmente: era un racconto che avevo udito, un tempo, dalla mia nonna inglese che  morta.
Nel 1872 mio nonno Borges era comandante delle frontiere Nord e Ovest di Buenos Aires e Sud di Santa F. La sede del comando era a Junn; pi in l, a quattro o cinque leghe l'uno dall'altro, la catena dei fortini; pi in l quello che allora si chiamava la Pampa o anche Tierra Adentro. Una volta, tra meravigliata e scherzosa, mia nonna comment la sua sorte di inglese confinata l, in capo al mondo; le dissero che non era la sola e le indicarono, alcuni mesi dopo, una giovine india che attraversava lentamente la piazza. Portava indosso due scialli rossi e andava scalza; i suoi capelli, con la scriminatura nel mezzo, erano biondi. Un soldato le disse che un'altra donna inglese desiderava parlare con lei. La donna acconsent; entr nella sede del comando senza timore, ma non senza diffidenza. Nel volto color di rame, impiastricciato di colori selvaggi, gli occhi erano di quell'azzurro spento che gli inglesi chiamano grigio. Il corpo era snello, come di cerbiatta; le mani forti e ossute. Veniva dal deserto, dalla Tierra Adentro, e si sarebbe detto che tutto le sembrasse piccolo: le porte, le pareti, i mobili.
Forse le due donne per un momento si sentirono sorelle; erano lontane dalla loro isola cara e in un paese incredibile. Mia nonna fece qualche domanda; l'altra le rispose con difficolt, cercando le parole e ripetendole, quasi sbigottita da un antico sapore. Potevano essere quindici anni che non parlava la lingua natia e non le era facile recuperarla. Disse che era dello Yorkshire, i suoi genitori erano emigrati a Buenos Aires, li aveva perduti in una incursione di sorpresa; gli indi l'avevano portata via e adesso era moglie di un capo al quale aveva gi dato due figli e che era molto valoroso. Venne dicendo questo in un inglese rustico mescolato di araucano o di pampa, e dietro al racconto si intravedeva una vita ferina: le tende di cuoio equino, i fuochi di sterco, i banchetti di carne abbrustolita o di visceri crudi, le occulte marce all'alba; l'assalto alle masserie, il grido di battaglia e il saccheggio, la guerra, gli sfarzosi finimenti dei cavalli per cavalcatori nudi, la poligamia, la sporcizia e la magia. A quella barbarie era discesa una donna inglese. Spinta dalla compassione e dallo scandalo, mia nonna la esort a non ritornarvi. Le promise di darle rifugio, le promise di riscattare i suoi figli. L'altra le rispose che era felice e ritorn, quella notte, al deserto. Francisco Borges sarebbe morto poco dopo, nella rivoluzione del '74; forse mia nonna, allora, pot avvertire nell'altra donna, anch'essa travolta e trasformata da quel continente implacabile, un mostruoso specchio della propria sorte...
La bionda donna india che tutti gli anni era solita arrivare agli empori di Junn o del Forte Lavalle ad acquistare cianfrusaglie e "vizi", dopo la conversazione con mia nonna non era pi ricomparsa. Tuttavia si videro un'altra volta. Mia nonna era uscita a caccia; in un accampamento, vicino alle paludi, un uomo sgozzava una pecora. Come in un sogno, pass una donna india a cavallo. Balz a terra e bevve il sangue caldo. Non so se lo fece perch oramai non poteva agire diversamente o come una sfida e un segno.
Milletrecento anni e il mare stanno fra il destino della prigioniera e il destino di Droctulft. Tutti e due ora sono ugualmente irrecuperabili. La figura del barbaro che abbraccia la causa di Ravenna, la figura della donna europea che sceglie il deserto, possono sembrare in contrasto. Eppure l'uno e l'altro furono trasportati da un impulso segreto, un impulso pi profondo della ragione e tutti e due rispettarono quell'impulso che non avrebbero saputo giustificare. Forse le storie che ho riferito sono una sola storia. Il dritto e il rovescio di questa moneta, agli occhi di Dio, sono uguali.



IL PRIGIONIERO.


A Junn o a Tapalqu raccontano questa storia. Dopo un'incursione di sorpresa scomparve un bambino; si disse che lo avevano rubato gli indi. I genitori lo cercarono inutilmente; passarono gli anni e un soldato che veniva dalla pampa parl di un indio dagli occhi celesti che poteva anche essere il loro figlio. Finalmente si incontrarono con lui (la cronaca ha perduto le circostanze e io non voglio inventare quello che non so) e credettero di riconoscerlo. L'uomo plasmato dal deserto e dalla vita barbara non sapeva pi capire le parole della lingua natia, ma si lasci condurre, indifferente e docile, fino alla casa.
L si ferm, forse perch si fermarono gli altri. Guard la porta come se non gli dicesse nulla. A un tratto abbass il capo, lanci un grido, attravers correndo l'atrio e i due lunghi cortili, entr nella cucina. Senza incertezza affond il braccio nella cappa nera del camino e ne trasse il piccolo coltello con il manico di corno che vi aveva nascosto quando era bambino. Gli brillarono gli occhi di gioia e i genitori piansero perch avevano ritrovato il figlio.
Forse a quel ricordo altri seguirono, ma l'indio non poteva vivere tra mura e un giorno and a cercare il suo deserto. Vorrei sapere che cosa prov nel momento di vertigine in cui il passato e il presente si confusero; vorrei sapere se il figlio perduto rinacque e mor in quell'estasi o se arriv a riconoscere, almeno come un bambino o un cane, i genitori e la casa.



PARADISO, X X X I, 108.


Diodoro Siculo narra la storia di un dio fatto a pezzi e disperso; chi, andando nel crepuscolo o ripensando una data del suo passato, non ha sentito, una volta, di avere perduto una cosa infinita?
Gli uomini hanno perduto un volto, un volto irrecuperabile e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (sognato nell'empireo, sotto la Rosa)(42) che a Roma vede il sudario della Veronica e mormora con fede: "Cristo Ges, mio Dio, Dio vero, questo era, dunque, il tuo volto?"
Vi  un volto di pietra in una strada e un'iscrizione che dice: "La vera effige del Volto Santo del Dio di Jan"; se realmente sapessimo come fu, possederemmo la chiave delle parabole e sapremmo se il figlio del falegname fu anche il Figlio di Dio.
Paolo lo vide come una luce che lo atterr; Giovanni come il sole quando splende in tutta la sua potenza; Teresa di Ges, molte volte, immerso in una quieta luminosit e non pot mai dire esattamente il colore degli occhi.
Abbiamo perduto quei tratti come si pu perdere un numero magico fatto di cifre abituali; come si perde per sempre una immagine in un caleidoscopio. Possiamo vederli e ignorarli. Il profilo di un giudeo nella sotterranea  forse quello del Cristo; le mani che ci porgono qualche moneta da uno sportello forse ripetono quelle che i soldati, un giorno, inchiodarono sulla croce.
Forse un tratto del volto crocifisso ci spia da ogni specchio; forse il volto  morto, cancellato, perch Dio sia tutti.
Chi sa se questa notte non lo vedremo nei labirinti del sogno e non lo sapremo domani?



LUCA, XXIII.


Un gentile, un ebreo, o nient'altro che un uomo
di cui nel tempo si  perduto il volto;
mai pi riscatteremo dall'oblio
le mute lettere del nome che ebbe.

Della clemenza seppe quanto pu
saperne un malfattore che Giudea
inchiodava a una croce. Del suo passato
non si sa pi nulla. Nell'ultima incombenza,

morire crocifisso, ud la gente
dire fra scherni che quello al suo fianco,
quello che accanto a lui stava morendo,
era Dio, e gli disse ciecamente:

"Ricordati di me quando sarai
nel tuo regno"; la voce inconcepibile
che verr a giudicare tutti gli esseri
gli promise, dalla croce tremenda, il Paradiso.

Altro non dissero fra loro, fino alla fine;
ma la storia non lascia morire
il ricordo di quel pomeriggio
nel quale morirono i due.

Oh amici, il candore innocente
che spinse questo amico di Ges,
dalle ignominie del castigo,
a chiedere e ad avere il Paradiso

era quello che al male tante volte
lo aveva spinto e al caso insanguinato.



IL TESTIMONE.


In un ovile che  quasi all'ombra della nuova chiesa di pietra, un uomo con gli occhi grigi e la barba grigia, disteso fra le esalazioni degli animali, cerca umilmente la morte come si cerca il sonno. Il giorno, ligio a immense leggi occulte, va dislocando e spostando le ombre nel piccolo recinto; fuori stanno le terre arate e un lungo fossato profondo, intasato di foglie morte e qualche traccia di lupo nel fango nero dove incominciano i boschi. L'uomo dorme e sogna, nell'oblio. I rintocchi del vespro lo svegliano. Nei regni d'Inghilterra il suono delle campane oramai  una delle consuetudini della sera, ma quell'uomo, da bambino, ha veduto il volto di Wooden, l'orrore divino e l'esultanza, il goffo idolo di legno stracarico di monete romane e di vesti grevi, il sacrificio di cavalli, di cani, di prigionieri. Prima dell'alba morir e con lui moriranno, e non ritorneranno, le ultime immagini dirette dei riti pagani; il mondo sar un poco pi povero quando quel sassone sar morto.
Fatti che riempiono lo spazio e giungono alla loro fine quando qualcuno muore ci possono meravigliare, ma una cosa o un numero infinito di cose muore in ogni agonia, a meno che non esista una memoria dell'universo come hanno congetturato i teosofi. Nel tempo vi fu un giorno in cui si spensero le ultime pupille che videro il Cristo; la battaglia di Junn e l'amore di Elena morirono con la morte di un uomo. Che cosa morir con me quando io morir, quale forma patetica o fuggevole perder il mondo? La voce di Macedonio Fernndez, l'immagine di un cavallo collocato in un terreno incolto di Serrano e di Charcas, una stecca di zolfo nel cassetto di uno scrittoio di mogano?



IL PUDORE DELLA STORIA.


Il venti settembre del 1792, Johann Wolfgang von Goethe (il quale aveva accompagnato il duca di Weimar in una parata militare a Parigi) vide il primo esercito d'Europa inesplicabilmente respinto a Valmy da poche milizie francesi e disse ai suoi amici sconcertati: "Qui, oggi, si apre un'epoca nella storia del mondo e possiamo dire di avere assistito alla sua nascita". Da quel giorno vi  stata una grande abbondanza di giornate storiche e uno dei compiti dei governi (particolarmente in Italia, in Germania e in Russia)  stato quello di fabbricarle o di fingerle, con sfoggio di previa propaganda e persistente pubblicit. Giornate simili, nelle quali si avverte l'influsso di Cecil B. de Mille, hanno pi a che fare con il giornalismo che con la storia; io ho il sospetto che la storia, la vera storia, sia pi pudica e che le sue date essenziali possano essere, diciamo pure, per lungo tempo nascoste. Un prosatore cinese ha osservato che l'unicorno proprio a causa dell'anomalia che , deve passare inosservato. Gli occhi vedono quello che sono abituati a vedere. Tacito non ha percepito la Crocifissione, bench la registri nel suo libro. A questa riflessione mi ha condotto una frase casuale, colta mentre sfogliavo una storia della letteratura greca e che mi interess poich era leggermente enigmatica. La frase  questa: "He brought in a second actor". (Addusse un secondo attore). Mi fermai, constatai che il soggetto di quella misteriosa operazione era Eschilo e che egli, come si legge nel quarto capitolo della "Poetica" di Aristotele "elev da uno a due il numero degli attori".  noto che il dramma nacque dal culto di Dioniso; originariamente un solo attore, l'"ipocrita", alto sui coturni, vestito di nero o di porpora, il volto ingrandito da una maschera, condivideva la scena con le dodici persone del coro. Il dramma era una delle cerimonie del culto e come tutto quello che  rituale corse magari il rischio di essere immutabile. Questo pot accadere, ma un giorno, cinquecento anni prima dell'era cristiana, gli ateniesi videro con stupore e forse con scandalo (quest'ultimo lo ha supposto Victor Hugo) l'apparizione non annunciata di un secondo attore. In quel giorno di una remota primavera, in quel teatro color del miele, che cosa pensarono, che cosa provarono esattamente? Forse n stupore n scandalo; forse appena un filo di sgomento. Nelle "Tusculane"  detto che Eschilo entr nell'ordine pitagorico, ma non sapremo mai se present, sia pure in modo imperfetto, quanto di significativo vi fosse in quel passaggio dall'uno al due, dalla unit alla pluralit e quindi all'infinito. Con il secondo attore si introdussero il dialogo e le indefinite possibilit della reazione di alcuni caratteri su altri. Uno spettatore profetico lo avrebbe veduto accompagnato da una moltitudine di sembianze future: Amleto e Faust e Sigismondo e Macbeth e Peer Gynt e altri, che i nostri occhi non possono discernere ancora.
Un'altra giornata storica ho scoperto nel corso delle mie letture. Accadde in Islanda, nel tredicesimo secolo dell'era nostra; diciamo nel 1225. Per conoscenza delle generazioni future, lo storiografo e poligrafo Snorri Sturluson, nella sua propriet di Borgarfjord, scriveva l'ultima impresa del famoso re Harold Sigurdarson, detto l'Implacabile (Hardrada), il quale aveva precedentemente combattuto a Bisanzio, in Italia e in Africa. Tostig, fratello del re sassone d'Inghilterra, Harold figlio di Godwin, ambiva al potere e aveva ottenuto l'alleanza di Harold Sigurdarson. Con un esercito norvegese sbarcarono sulla costa orientale e obbligarono alla resa il castello di Jorvik (York). Al sud di Jorvik li affront l'esercito sassone. Detto quanto sopra, il testo di Snorri prosegue: "Venti cavalieri si avvicinarono alle file dell'invasore; gli uomini e anche i cavalli erano rivestiti di ferro. Uno dei cavalieri grid:
"' qui il conte Tostig?'
"'Non nego che sono qui', disse il conte.
"'Se sei veramente Tostig', disse il cavaliere, 'vengo a dirti che tuo fratello ti offre il suo perdono e la terza parte del regno'.
"'Se accetto', disse Tostig , 'che cosa dar il re a Harold Sigurdarson?'
"'Non si  dimenticato di lui', rispose il cavaliere. 'Gli dar sei piedi di terra inglese e, poich  tanto alto, uno in pi'.
"'Allora', disse Tostig, 'd al suo re che combatteremo fino alla morte'.
"I cavalieri se ne andarono. Harold Sigurdarson domand pensoso:
"'Chi era quel cavaliere che ha parlato tanto bene?'
"'Harold figlio di Godwin'".
Altri capitoli riferiscono che prima del calar del sole, quel giorno, l'esercito norvegese fu sconfitto. Harold Sigurdarson per in battaglia e anche il conte ("Heimskringla", X, 92).
Vi  un sapore che il nostro tempo (disgustato, probabilmente, dalle goffe imitazioni dei professionisti del patriottismo) non  solito percepire senza qualche diffidenza: il sapore elementare dell'eroico. Mi assicurano che il "Poema del Cid" contiene questo sapore; io l'ho sentito, inconfondibile, in alcuni versi dell'"Eneide" ("Figlio, impara da me il valore e la vera fermezza; da altri l'esito"), nella ballata anglosassone di Maldon ("Il mio popolo pagher il tributo con lance e antiche spade"), nella "Chanson de Roland", in Victor Hugo, in Whitman e in Faulkner ("lo spigonardo, pi forte dell'aroma dei cavalli e del coraggio"), nell"'Epitaffio per un esercito di mercenari" di Housman, e nei "sei piedi di terra inglese", della Heimskringla. Dietro all'apparente semplicit dello storiografo vi  un delicato gioco psicologico. Harold finge di non riconoscere suo fratello, perch questi, a sua volta, avverta che non deve riconoscerlo; Tostig non lo tradisce, ma non tradir neppure il suo alleato; Harold, pronto a perdonare suo fratello, ma non a tollerare l'intromissione del re di Norvegia, agisce in modo comprensibilissimo. Non dir nulla dell'abilit verbale della sua risposta: dare la terza parte del regno, dare sei piedi di terra(43).
Una cosa sola  pi ammirevole della mirabile risposta del re sassone: la circostanza che sia un islandese, un uomo del sangue dei vinti, colui che l'ha resa immortale.  come se un cartaginese ci avesse trasmesso memoria della prodezza di Regolo. A ragione Saxo Gramatico ha scritto nel suo "Gesta Danorum": "Agli uomini di Thule (Islanda) piace apprendere e registrare la storia di tutti i popoli e non considerano meno onorevole rendere pubbliche le bravure altrui che le proprie".
Non il giorno in cui il sassone disse le sue parole, ma quello in cui un nemico le immortal segna una data storica. Una data profetica di qualcosa che  ancora nel futuro: l'animo immemore di razze e di nazioni, la solidariet del genere umano. L'offerta di Harold deve il suo valore al concetto di patria; Snorri, con il fatto di riferirla, lo supera e va molto pi in l.
Ricordo un altro tributo a un nemico, negli ultimi capitoli dei "Seven Pillars of Wisdom"(44) di Lawrence; egli elogia il valore di un reparto tedesco e scrive queste parole: "Allora, per la prima volta in questa campagna, fui orgoglioso degli uomini che avevano ucciso i miei fratelli". E poi aggiunge: "They were glorious".



IL MIRACOLO SEGRETO.

"E Dio lo fece morire per cento anni, poi lo anim e gli disse: "Quanto tempo sei stato qui?" "Un giorno, o parte di un giorno", rispose".
Corano, I I, 261.


La sera del quattordici marzo del 1939, in un appartamento della Zeltnergasse di Praga, Jaromir Hladik, autore della incompiuta tragedia "I nemici", di una "Difesa dell'eternit" e di un saggio sulle indirette fonti giudaiche di Jakob Boehme, sogn una lunga partita a scacchi. Non la disputavano due individui, ma due famiglie illustri; la partita era stata intavolata molti secoli prima; nessuno sapeva dire quale fosse la posta dimenticata, ma si mormorava che fosse enorme e quasi infinita; i pezzi e la scacchiera erano in una torre misteriosa; Jaromir (nel sogno) era il primogenito di una delle famiglie ostili; dagli orologi suonava l'ora della improrogabile mano di gioco; il sognatore correva attraverso le sabbie di un deserto piovoso e non riusciva a ricordare le figure n le leggi della partita. A questo punto si svegli. Cessarono i frastuoni della pioggia e dei terribili orologi. Un rumore cadenzato e unanime, intervallato da qualche voce di comando, saliva dalla Zeltnergasse. Era l'alba; le avanguardie blindate del Terzo Reich entravano in Praga.
Il diciannove, le autorit ricevettero una denuncia; il diciannove stesso, verso sera, Jaromir Hladik fu arrestato. Lo condussero a una caserma asettica e bianca, sulla sponda opposta della Moldava. Non pot scagionarsi da neppure una delle accuse della Gestapo: il suo nome materno era Jaroslawski, il suo sangue era giudeo, il suo saggio su Boehme era giudaicizzante, la sua firma allungava l'elenco in calce a una protesta contro l'Anschluss.
Nel 1928 egli aveva tradotto il "Sepher Yezirah" per la casa editrice Hermann Barsdorf; l'ampio catalogo di quella casa aveva esagerato a scopo commerciale la rinomanza del traduttore; quel catalogo fu sfogliato da Julius Rothe, uno dei capi nelle cui mani stava la sorte di Hladik. Non vi  uomo che, al di fuori della sua specialit, non sia credulo; due o tre aggettivi in caratteri gotici bastarono perch Julius Rothe si convincesse della eccellenza di Hladik e disponesse la sua condanna a morte, "pour encourager les autres". Fu fissata la data, il 29 marzo alle nove del mattino. Questa dilazione (la cui importanza il lettore valuter fra poco) era dovuta al desiderio amministrativo di agire impersonalmente e posatamente come i vegetali e i pianeti.
Il primo sentimento di Hladik fu di puro terrore. Pens che non lo avrebbero spaventato la forca, la decapitazione o lo sgozzamento, ma che morire fucilato era intollerabile. Inutilmente si disse e ridisse che il terribile era l'atto puro e generico del morire, non le circostanze concrete. Non si stancava di immaginare quelle circostanze: si sforzava assurdamente di esaurirne tutte le varianti. Anticipava con infinite previsioni il corso delle cose dall'alba insonne fino alla misteriosa scarica. Prima del giorno fissato da Julius Rothe, mor cento morti, in cortili le cui forme e i cui angoli esaurivano la geometria, mitragliato da soldati che variavano sempre, in un numero sempre diverso, che a volte lo finivano di lontano, altre a bruciapelo. Affrontava con vero timore (probabilmente con vero coraggio) quelle esecuzioni immaginarie; ogni simulacro durava pochi secondi; chiuso il circolo, Jaromir ritornava interminabilmente alle tremanti vigilie della sua morte. Poi riflett che la realt, di solito, non coincide con le previsioni; con logica contorta dedusse che il prevedere una particolare circostanza  come impedire che essa avvenga. Ligio a quella debole magia, inventava, "perch non accadessero", particolari atroci; naturalmente fin col temere che quei particolari fossero profetici. Miserevole nelle tenebre, cercava di affermarsi in qualche modo nella sostanza fuggitiva del tempo. Sapeva che esso precipitava verso l'alba del giorno ventinove; ragionava a voce alta: "Ora sono nella notte del ventidue; finch dura questa notte (e altre sei notti) sono invulnerabile, immortale". Pensava che le notti di sogno erano conche profonde e oscure nelle quali poteva inabissarsi. A volte anelava con impazienza alla scarica definitiva che lo avrebbe liberato, bene o male, dalla inutile fatica di immaginare. Il ventotto, quando il riverbero dell'ultimo tramonto batteva sulle alte inferriate, lo distolse da queste considerazioni abiette l'idea del suo dramma "I nemici".
Hladik aveva superato i quarant'anni. Al di fuori di qualche amicizia e di molte consuetudini, il problematico esercizio della letteratura costituiva la sua vita; come ogni scrittore, misurava il valore degli altri in base a quello che avevano fatto e chiedeva che gli altri misurassero lui in base a quello che intravedeva e ideava. Tutti i libri che aveva dato alla stampa lo riempivano di un complesso pentimento. Nei suoi saggi sull'opera di Boehme, di Ibn Ezra e di Fludd, era intervenuta essenzialmente la pura applicazione; nella sua traduzione del "Sepher Yezirah", la negligenza, la fatica e la congettura. Meno difettosa giudicava forse la "Difesa dell'eternit" che nel primo volume fa la storia delle diverse eternit ideate dagli uomini, dall'immobile Essere di Parmenide fino al passato modificabile di Hinton; nel secondo nega (con Francis Bradley) che tutti i fatti dell'universo compongano una successione temporale. Argomenta che la cifra delle possibili esperienze dell'uomo non  infinita e che basta una sola "ripetizione" per dimostrare che il tempo  un inganno... Disgraziatamente non sono meno ingannevoli gli argomenti che dimostrano quell'inganno; Hladik era solito scorrerli con una certa sdegnosa perplessit. Aveva redatto anche una raccolta di poesie espressioniste; esse, a confusione del poeta, comparvero in una antologia del 1924 e non vi fu antologia posteriore che non le ereditasse. Di tutto quel passato equivoco e languido Hladik voleva redimersi con il dramma in versi "I nemici". (Hladik proclamava le lodi del verso perch impedisce che gli spettatori dimentichino l'irrealt, la quale  condizione dell'arte).
Quel dramma rispettava le unit di tempo, di luogo e di azione; si svolgeva in Hradcany, nella biblioteca del barone di Roemerstadt, in una delle ultime sere del diciannovesimo secolo. Nella prima scena del primo atto, uno sconosciuto viene a trovare Roemerstadt. (Un orologio suona le sette, l'ardore dell'ultimo sole infiamma le vetrate, l'aria porta un'appassionata e riconoscibile musica ungherese). A quella visita altre seguono; Roemerstadt non conosce le persone che lo importunano, ma prova la fastidiosa impressione di averle gi vedute, forse in un sogno. Tutti lo lodano esageratamente ma  chiaro, prima agli spettatori del dramma poi al barone stesso, che gli sono segretamente nemici, congiurati alla sua rovina. Roemerstadt riesce a fermare o a beffare i loro complicati intrighi; nel dialogo alludono a sua nipote, Julia de Weidenau, e a un certo Jaroslav Kubin il quale una volta l'aveva importunata con il suo amore. Costui adesso  ammattito e crede di essere Roemerstadt... I pericoli aumentano; Roemerstadt, alla fine del secondo atto, si trova costretto a uccidere uno dei cospiratori. Incomincia il terzo atto, l'ultimo. Crescono gradualmente le incoerenze: ritornano attori che parevano oramai usciti dalla trama; ritorna per un momento l'uomo ucciso da Roemerstadt. Qualcuno fa notare che non si  fatto sera: l'orologio suona le sette, sulle alte vetrate si riverbera l'occiduo sole, l'aria porta un'appassionata musica ungherese. Compare il primo interlocutore e ripete le parole che ha pronunciato nella prima scena del primo atto. Roemerstadt gli parla senza stupore; lo spettatore comprende che Roemerstadt  il misero Jaroslav Kubin. Il dramma non  accaduto: esso  il delirio circolare che Kubin vive e rivive interminabilmente.
Hladik non si era mai domandato se questa tragicommedia di errori fosse cosa da poco o meravigliosa, severa o accidentale. Nell'argomento che ho tratteggiato egli vedeva l'invenzione pi idonea per nascondere le sue deficienze e per sviluppare le sue felici risorse, intuiva la possibilit di salvare (in modo simbolico) quello che era fondamentale della sua vita. Aveva gi terminato il primo atto e qualche scena del terzo; la forma metrica dell'opera gli permetteva di rielaborarla continuamente, rettificando gli esametri senza avere il manoscritto sotto gli occhi. Pens che gli mancavano ancora due atti e che, fra poco, doveva morire. Nel buio parl con Dio. "Se in qualche modo esisto, se non sono una delle tue ripetizioni e dei tuoi errori, esisto come autore de "I nemici". Per portare a termine quel dramma che pu giustificare me e te, ti chiedo ancora un anno. Concedimi questi giorni, tu cui appartengono i secoli e il tempo". Era l'ultima notte, la pi atroce, ma dopo dieci minuti il sonno lo sommerse come un'acqua scura.
All'alba sogn che si era nascosto in una navata della biblioteca del Clementinum. Un bibliotecario con gli occhiali neri gli domand: "Che cosa cerca?" Hladik gli rispose: "Cerco Dio". Il bibliotecario gli disse: "Dio  in una delle lettere di una delle pagine di uno dei quattrocentomila volumi del Clementinum. I miei padri e i padri dei miei padri hanno cercato quella lettera; io sono diventato cieco nel cercarla". Si tolse gli occhiali a stanghetta e Hladik vide gli occhi, che erano morti. Entr un lettore a restituire un atlante. "Questo atlante  inutile", disse, e lo porse a Hladik. Egli lo aperse a caso. Vide una mappa dell'India, vertiginosa. Bruscamente sicuro, tocc una delle piccolissime lettere. Una voce ubiqua gli disse: "Il tempo del tuo lavoro  stato concesso". A questo punto Hladik si svegli.
Ricord che i sogni degli uomini appartengono a Dio e che, a quanto ha scritto Maimonide, le parole di un sogno sono divine quando siano distinte e chiare e non si veda chi le ha pronunciate. Si vest, due soldati entrarono nella cella e gli ordinarono di seguirli.
Dall'altro lato della porta, Hladik aveva previsto un labirinto di gallerie, scale e padiglioni. La realt fu meno ricca; scesero in un retrocortile per una sola scala di ferro. Parecchi soldati, alcuni con l'uniforme sbottonata, revisionavano una motocicletta e ne discutevano. Il sergente guard l'orologio: erano le otto e quarantaquattro minuti. Bisognava aspettare che suonassero le nove. Hladik, pi meschino che infelice, si sedette su un mucchio di legna. Si accorse che gli occhi dei soldati evitavano i suoi. Per alleviare l'attesa il sergente gli offerse una sigaretta. Hladik non fumava; accett per cortesia e per umilt. Nell'accenderla vide che gli tremavano le mani. Il giorno si annuvol; i soldati parlavano a voce bassa come se egli fosse gi morto. Inutilmente cerc di ricordare la donna della quale Julia de Weidenau era il simbolo...
Il picchetto si form, si alline. Hladik, in piedi contro la parete della caserma, aspett la scarica. Qualcuno temette che la parete rimanesse macchiata di sangue, allora ordinarono al reo di venire avanti di qualche passo. Hladik, assurdamente, ricord i tentennamenti preliminari dei fotografi. Una pesante goccia di pioggia sfior una tempia di Hladik e rotol lentamente lungo la guancia; il sergente grid l'ordine finale.
L'universo fisico si ferm.
Le armi convergevano su Hladik, ma gli uomini che stavano per ammazzarlo erano immobili. Il braccio del sergente eternava un gesto incompiuto. Sopra una mattonella del cortile un'ape proiettava un'ombra ferma. Il vento era cessato, come in un quadro. Hladik tent un grido, una sillaba, un movimento della mano. Comprese che era paralizzato. Non gli giungeva neppure il pi tenue rumore del mondo sospeso. Pens: "sono nell'inferno, sono morto". Pens: "sono pazzo". Pens: "il tempo si  fermato". Poi riflett che in quel caso anche il suo pensiero si sarebbe fermato. Volle metterlo alla prova: ripet (senza muovere le labbra) la misteriosa quarta ecloga di Virgilio. Immagin che i soldati, gi remoti, condividessero la sua angoscia, desider ardentemente di comunicare con loro. Fu sbalordito di non sentire alcuna fatica, neppure la vertigine della sua lunga immobilit. Dopo un tempo indeterminato si addorment. Quando si svegli, il mondo continuava a essere immobile e sordo. Sulla sua guancia vi era ancora la goccia d'acqua; nel cortile l'ombra dell'ape; il fumo della sigaretta che aveva gettato non finiva mai di esalare. Pass un altro "giorno" prima che Hladik intendesse.
Aveva chiesto un anno intero a Dio per compiere il suo lavoro: un anno gli concedeva la sua onnipotenza. Dio operava per lui il miracolo nascosto: il piombo germanico lo avrebbe ucciso nell'ora determinata, ma nella sua mente sarebbe trascorso un anno fra l'ordine e l'esecuzione dell'ordine. Dalla perplessit pass allo stupore, dallo stupore alla rassegnazione, dalla rassegnazione all'improvvisa gratitudine.
Non disponeva di altro documento fuorch la memoria; il tenere a mente ogni esametro che aggiungeva, gli impose un felice rigore di cui non hanno idea coloro che avventano e dimenticano frasi vaghe e riempitive. Non lavor per la posterit e neppure per Dio, delle cui simpatie letterarie poco sapeva. Scrupoloso, immobile, segreto, ord nel tempo il suo alto labirinto invisibile. Rifece due volte il terzo atto. Cancell qualche simbolo eccessivamente evidente, le ripetizioni altisonanti, la musica. Nulla di circostanziale lo disturbava. Omise, ridusse, ampli; in qualche caso opt per la prima versione. Arriv ad amare il cortile, la caserma; uno dei volti che gli stavano di fronte modific la sua concezione del carattere di Roemerstadt. Scoperse che le ardue cacofonie che turbarono tanto Flaubert sono pure superstizioni visuali: debolezze e fastidi della parola scritta, non della parola sonora... Concluse il suo dramma: non gli mancava pi da risolvere che un solo epiteto. Lo trov, la goccia d'acqua rimbalz sulla sua guancia. Incominci un grido folle, mosse il volto, la quadruplice scarica lo atterr.
Jaromir Hladik mor il ventinove marzo, alle nove e due minuti del mattino.



POEMA CONGETTURALE.

"Il dottor Francisco Laprida, assassinato il 22 di settembre del 1829 dai guerriglieri di Aldao, prima di morire pensa":

Ronzano le palle nell'ultima sera.
Vento; e cenere nel vento.
Dileguano il giorno e la battaglia
mostruosa. La vittoria  degli altri.
Vincono i barbari, i gauci vincono.
Io, che ho studiato le leggi e i canoni
io, Francisco Narciso de Laprida,
io, che con la mia voce ho proclamato
l'indipendenza di queste selvagge province,
sconfitto, lordo il volto di sangue e sudore,
senza speranza n timore, perduto,
fuggo, traverso l'ultima sodaglia, al Sud.

Come quel condottiero del Purgatorio,
fuggendo a piedi e insanguinando il piano,
fu accecato e prostrato dalla morte
dove un torrente oscuro perde il nome,
cos dovr cadere. Oggi  il termine ultimo.
Il nero dei pantani dai due lati
sta in agguato e ritarda il mio passo. Odo lo scalpiccio
della mia morte ardente che mi cerca
con cavalieri, con armature e lance.

Io che anelavo a essere diverso, essere un uomo
di legge, di libri, di consiglio,
giacer sotto il cielo tra paludi;
ma inesplicabilmente una superba estasi,
una gioia segreta mi gonfia il petto.
Finalmente mi trovo a fronte a fronte
col mio destino sudamericano.
A questa rovinosa sera mi portava
il labirinto molteplice dei passi
che hanno tessuto i miei giorni
da un lontano giorno d'infanzia.
Alla fine ho scoperto
la recondita chiave dei miei anni,
la sorte di Francisco de Laprida,
la lettera mancante, la forma perfetta
che Dio sapeva dal principio.
Nello specchio di questa notte incontro
il mio volto eterno, insospettato.
Sta per chiudersi il circolo.
Aspetto che cos sia.

I miei piedi passano sopra l'ombra
delle lance che mi stanno cercando.
Gi gli scherni della mia morte,
i ginnetti, le criniere, i cavalli incombono.
Gi il primo colpo, gi il duro ferro
che mi fende il petto, e il ben noto
coltello a fondo nella gola.



POEMA DEI DONI.


A Maria Esther Vzquez

Nessuno degradi a lagrime o querele
questa testimonianza dell'arte maestra
di Dio, che con magnifica ironia
mi diede insieme i libri e il buio.

La Signoria di una citt di libri
ha dato a occhi senza luce, buoni
soltanto a leggere nelle biblioteche dei sogni
gli insensati paragrafi che lasciano

ogni alba al suo affanno. Invano il giorno
prodiga loro i suoi libri inconsutili
ardui come gli ardui manoscritti
che si sono perduti in Alessandria.

Di fame e di sete (lo dice un mito greco)
muore un re tra fontane e giardini;
io, qui, forzo a tentoni i confini
dell'alta e fonda biblioteca cieca.

Atlanti ed enciclopedie, l'Oriente,
e l'Occidente, secoli, stirpi,
simboli, cosmi e cosmogonie
le pareti offrono, ma invano.

Lento nella mia ombra, a tasto, la cava
penombra esploro, il bastone indeciso,
io che mi figuravo il Paradiso
sotto le specie di una biblioteca.

Qualcosa cui non si pu certo dare
nome di "caso" regge queste cose;
gi un altro ha ricevuto in altre sere,
torbide sere, i molti libri e il buio.

Vagando per i lenti corridoi
sento sempre, e ne ho un vago, sacro orrore,
che sono l'altro, il morto, che avr mosso
gli stessi passi negli stessi giorni.

Quale dei due scrive questo poema
di un io plurale, e di una sola ombra?
Che cosa importa il nome che  il mio nome
se uno solo e indiviso  l'anatema?

Groussac o Borges, guardo questo caro
mondo che si deforma e che si spegne
in un pallido cenere impreciso
che rassomiglia al sogno e all'oblio.



LA LUNA.


Racconta la storia che un tempo lontano,
quello in cui tante cose accadevano
reali, fantastiche e dubbie, c'era un uomo
che aveva concepito un piano immenso:

la sintesi di tutto l'universo
in un libro e con slancio infinito
l'eccelso, costru arduo manoscritto
finch l'ultimo verso ebbe limato e declamato.

Stava per render grazia alla fortuna
quando levando gli occhi un disco vide
lucente in aria e comprese, sgomento,
che si era scordato della luna.

La storia di cui sopra, anche se falsa
pu bene dimostrare il maleficio
che su noi grava, per ufficio usati
a cambiare in parole questa vita.

Si perde sempre l'essenziale.  legge
di tutte le parole sopra il nume.
E non la eluder questo compendio
del mio lungo commercio con la luna.

Non so dove la vidi, la prima volta,
se nel cielo anteriore della dottrina
del greco o nella sera che declina
sopra il cortile del pozzo e del fico.

Come si sa, questa cangiante vita
pu essere, fra l'altro, anche assai bella;
cos vi furono sere che con lei
ti contemplammo, o complice luna.

Pi che la luna della notte, quelle
del verso posso ricordare: l'infausta
"Dragon moon" che d orrore alla ballata,
e quella sanguinante di Quevedo.

Di un'altra luna di sangue, scarlatta,
parl Juan nel suo libro di feroci
prodigi e di giubili atroci;
vi sono altre lune pi chiare, d'argento.

Pitagora (a quanto si tramanda)
scriveva col sangue su uno specchio
e gli uomini leggevano il riflesso
dentro quell'altro specchio che  la luna.

Vi  una selva di ferro ove dimora
il lupo boreale, la cui sorte strana
 abbattere la luna e darle morte
quando arrosser il mare l'ultima aurora.

(Il profetico Nord questo lo sa
e anche sa che quel giorno gli aperti
mari del mondo infester la nave
che  fatta con le unghie dei morti.)

Quando, a Ginevra o a Zurigo, la sorte
volle che anch'io fossi poeta,
mi imposi, come gli altri, il segreto
dovere di descrivere la luna.

Con una specie di studiosa pena
stilavo le mie variazioni modeste,
con il vivo timore che Lugones
avesse usato gi l'ambra o la rena.

Di antico avorio, fumo, fredda neve,
furono le lune che accesero
versi i quali non giunsero certo
all'arduo onore dei torchi.

Pensavo che poeta  quell'uomo
che come il biondo Adamo in Paradiso,
impone a ogni cosa il suo preciso
e vero e proprio e misterioso nome.

Ariosto mi mostr la dubbia luna
ove hanno sede i sogni, l'inafferrabile,
il tempo che si spreca, il possibile
o l'impossibile, che  la stessa cosa.

Della triforme Diana Apollodoro
mi lasci scorgere l'ombra fatata;
Hugo mi sugger una falce d'oro,
e un irlandese la sua nera, tragica luna.

E, intanto che sondavo la miniera
delle lune della mitologia
lei era l, alla svolta della strada
la luna celestiale di ogni giorno.

So che fra tutte le parole, una
per ricordarla o figurarla, c'.
Il segreto, per me, sta nell'usarla
con umilt. Quella parola : "luna".

Non ardisco pi, ora, macchiarne
la pura parvenza con immagini vane;
la vedo indecifrabile e quotidiana
e al di l della mia letteratura.

So che la luna o la parola "luna"
 una lettera che  stata creata
per la complessa scrittura di questa
cosa strana che siamo, multipla e una.

Uno dei simboli che all'uomo il fato,
o il caso d perch un giorno
di esaltazione gloriosa o di agonia
possa scrivere il proprio vero nome.



ARTE POETICA.


Guardare il fiume fatto di tempo e d'acqua
e ricordare che il tempo  un altro fiume.
Sapere che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l'acqua.

Sentire che la veglia  un altro sogno,
sogno di non sognare e la morte
che il nostro corpo teme  questa morte
di ogni notte, che chiamiamo sogno.

Vedere nel giorno o nell'anno un simbolo
dei giorni dell'uomo e dei suoi anni,
trasfigurare l'oltraggio degli anni
in una musica, un rumore, un simbolo,

vedere nella morte il sogno, nel tramonto
un triste oro, questo  la poesia
che  povera e immortale. La poesia
si volge come l'aurora e il tramonto.

Talora nel crepuscolo un volto
ci guarda dal fondo di uno specchio;
l'arte deve esser come quello specchio
che ci rivela il nostro proprio volto.

Ulisse, dicono, stanco di prodigi,
pianse d'amore, scorgendo la sua Itaca
umile e verde. L'arte  quell'Itaca
di verde eternit, non di prodigi.

 anche come il fiume senza fine
che passa e resta;  specchio di uno stesso
Eraclito incostante, uno e diverso
sempre, come il fiume senza fine.



BORGES E IO.


 l'altro,  Borges, quello a cui capitano le cose. Io vado in giro per Buenos Aires e mi fermo, forse oramai meccanicamente, per guardare l'arco di un atrio e la porta a vetri con la griglia; di Borges ho notizie dall'ufficio postale e vedo il suo nome in una terna di professori o in un dizionario biografico. Mi piacciono gli orologi a sabbia, i mappamondi, le stampe del diciottesimo secolo, le etimologie, il sapore del caff e la prosa di Stevenson; l'altro condivide queste simpatie, ma in un modo vanitoso che le trasforma negli attributi di un attore. Sarebbe esagerato affermare che i nostri rapporti siano ostili; io vivo, io mi lascio vivere, perch Borges possa tessere la sua letteratura e quella letteratura mi giustifica. Non mi costa nulla confessare che  riuscito a ottenere certe pagine valide, ma quelle pagine non mi possono salvare, forse perch il buono oramai non  di nessuno, neppure dell'altro, ma del linguaggio o della tradizione. D'altronde io sono destinato a perdermi, definitivamente, e soltanto qualche momento di me potr sopravvivere nell'altro. A poco a poco sto cedendogli tutto, per quanto mi sia evidente la sua perversa abitudine di falsificare e di magnificare. Spinoza cap che tutte le cose vogliono la propria conservazione; la pietra eternamente vuole essere pietra e la tigre una tigre. Io devo rimanere in Borges, non in me (ammesso che io sia qualcuno), ma mi riconosco meno nei suoi libri che in molti altri o nel laborioso arpeggiare di una chitarra. Alcuni anni or sono ho tentato di liberarmi di lui e sono passato dalle mitologie dei sobborghi ai giochi con il tempo e con l'infinito, ma quei giochi adesso sono di Borges e mi toccher ideare qualche altra cosa. Cos la mia vita  una fuga e perdo tutto e tutto  dell'oblio, o dell'altro.
Non so quale dei due scrive questa pagina.

COMPOSIZIONE SCRITTA IN UN ESEMPLARE DELLA GESTA DI BEOWULF.


Mi chiedo a volte quali ragioni
mi spingano a studiare,
senza speranza di precisione,
mentre si fa pi densa la mia notte,
la lingua degli aspri sassoni.
Guasta dagli anni la memoria
lascia cadere la parola
invano ripetuta
ed  cos che la mia vita
tesse e distesse la sua stanca storia.
Sar, mi dico allora,
che in un modo segreto e sufficiente
l'anima sa d essere immortale
e che il suo ampio e grave circolo
contiene tutto e pu tutto.
Di l da questo affanno,
di l da questo verso, mi attende
inesauribilmente l'universo.
...
.
...
FINE.
...
.
...
NOTE.
(1) Tre parole in lingua spagnola, naturalmente: "treinta y tres". "Orientale" sta per "arabo". [N.d.R.]
(2) George Berkeley, "Princpi della conoscenza umana". [N.d.T.]
(3) Arthur Schopenhauer, "Il mondo come volont e rappresentazione". [N.d.T.]
(4) Philipp Spiller, "La mente dell'uomo". [N.d.T.]
(5) David Hume, "Trattato sulla natura umana" [N.d.T.]
(6) Mark Twain, "Le avventure di Tom Sawyer e Huckleberry Finn". [N.d.T.]
(7) Per facilitare il lettore ho scelto un momento fra due sonni, un momento letterario, non storico. Se qualcuno sospetta un inganno, pu intercalare un altro esempio; della sua vita, se vuole.
(8) Johann Wolfgang Goethe, "Gli anni di noviziato di Wilhelm Meister". [N.d.T.]
(9) George Bernard Shaw, "Guida al socialismo". [N.d.T.]
(10) "Il problema della sofferenza". [N.d.T.]
(11) "Il mondo e l'individuo". [N.d.T.]
(12) "Princpi di psicologia". [N.d.T.]
(13) "Dialoghi fra Hylas e Philonous". [N.d.T.]
(14) Prima di lui Newton afferm: "Ciascuna parte dello spazio  eterna, ciascun indivisibile momento di durata  in tutte le parti" ("Principia", I I I, 42).
(15) Francis Herbert Bradley, "Apparenza e realt". [N.d.T.]
(16) Il nome ebraico si pu intendere qui come affine a "Damon", nel significato etimologico di essenza divina, volont, efficacia della divinit, sia favorevole e benefica, sia avversa e dannosa. Alla fine ironia di questa pagina giova l'omissione delle due versioni della leggenda, che sostanzialmente differiscono soltanto nella conclusione. [N.d.T.]
(17) Nella dizione araba, l'Andalusia. [N.d.T.]
(18)  la grafia spagnola del termine "muallaqt", in arabo i poemi preislamici. [N.d.T. ]
(19) Sono i sette autori, uno dei quali  Zuhair, delle "muallaqt". [N.d.T.]
(20) Gli antichi poemi preislamici, trascritti in lettere d'oro su pergamena, secondo la tradizione, sono appesi ai muri della santa Ka'ba. [N.d.T.]
(21) Allude alla battaglia di Lepanto." [N.d.T.]
(22) Miguel de Cervantes fu, tra l'altro, esattore delle imposte. [N.d.T.]
(23) In inglese nel testo: "Tutto e nulla". [N.d.T.]
(24) Nel buddismo si ripete la traccia. I primi testi narrano che il Buddha, ai piedi del fico, intuisce la infinita concatenazione di tutte le cause e gli effetti dell'universo, le passate e future incarnazioni di ogni essere; gli ultimi, redatti a distanza di secoli, dicono che nulla  reale e che ogni conoscenza  fittizia e che se vi fossero tanti Gange quanti granelli di sabbia vi sono nel Gange e di nuovo tanti Gange quanti granelli di sabbia nei nuovi Gange, il numero dei grani di sabbia sarebbe minore del numero di cose che il Buddha "ignora".
(25) Questo sogno per noi  una vera bruttura. Non cos per gli ind; l'elefante, animale domestico,  simbolo di mansuetudine; la moltiplicazione delle zanne non pu dare fastidio a chi si senta in presenza di un'arte che, per suggerire che Dio  il tutto, scolpisce figure con molte braccia e molti volti; il sei  numero rituale (sei le vie di trasmigrazione; sei i Buddha anteriori al Buddha; sei i punti cardinali contando lo zenit e il nadir; sei le divinit che il Yajurveda chiama le sei porte di Brahma).
(26) Questa metafora pu aver suggerito ai tibetani l'invenzione delle macchine di preghiera, ruote o cilindri che girano intorno a un asse, piene di strisce di carta arrotolate sulle quali si ripetono parole magiche. Alcune sono a mano; altre sono come grandi mulini e sono mosse dall'acqua e dal vento.
(27) Louis Renou definisce "biographies romances du Bouddha" questa raccolta redatta in un sanscrito ibrido la cui origine  tuttora un problema insoluto. [N.d.T.]
(28) Rhys Davids non ammette questa locuzione introdotta da Burnouf, ma il suo uso in questa frase  pi comodo che non dire Grande Tramite o Grande Veicolo, espressioni che potrebbero lasciare incerto il lettore.
(29) Una delle forme dell'antitesi, dal greco "xymoron", la contraddizione in termini. [N.d.T.]
(30) Fonti storiche della saga di Zahir. [N.d.T.]
(31) Taylor scrive cos questa parola.
(32) Barlach osserva che Yaq compare nel Corano (71, 23) e che il profeta  al-Maqanna (Il Velato) e che nessuno, eccetto il sorprendente informatore di Philip Meadows Taylor, ha collegato con loro lo Zahir.
(33) La quartina  praticamente tradotta nell'arguta ironia del commento che segue. [N.d.T.]
(34) In italiano nel testo. [N.d.T.]
(35) Ricordo, tuttavia, queste righe di una satira nella quale fustigava severamente i cattivi poeti: "Aqueste da al poema belicosa armadura / de erudicin; estotro le da pompas y galas. / Ambos baten en vano las ridiculas alas... / Olvidaron, cuitados, el factor "hermosura"!" Soltanto il timore di crearsi un esercito di implacabili e potenti nemici lo dissuadeva (mi disse) dal pubblicare impavidamente il poema.
(36) Come dire: si "brustola" al sole una carcassa. [N.d.T.]
(37) Cita l'opera "Don Segundo Sombra", per l'autore, l'argentino Ricardo Giraldes. [N.d.T.]
(38) "Ho ricevuto le tue afflitte congratulazioni", mi scrisse. "Sbuffa d'invidia, mio compianto amico, ma confesserai, anche se ti senti soffocare, che questa volta ho potuto adornare il mio berretto con la pi bella penna rossa; il mio turbante con il pi regale dei rubini."
(39) Trampoliere, grosso come una tacchina, con un ciuffo e un aculeo sotto le ali, che ha un grido acuto, fra di allarme e di dolore. [N.d.T.]
(40)  la vera e propria tenzone poetica e musicale, popolare ed estemporanea, serrata come un duello. [N.d.T.]
(41) Anche Gibbon ("Decline and Fall", X L V) trascrive questi versi.
(42) Dante, "Paradiso", X X X I, 43 e 108. L'autore fonde logicamente i due passi. [N.d.T.]
(43) Carlyle ("Early Kings of Norway", X I) guasta, con una infelice aggiunta, questa economia. Ai "sei piedi di terra inglese", aggiunge "for a grave" (per la sepoltura).
(44) I sette pilastri della saggezza. [N.d.R.]
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FINE.